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Non un uomo, né un soldo, né un metro di terra per la guerra degli imperialisti

Teresa Noce by Teresa Noce
Novembre 3, 2023
in Resistenza n. 11-12/2023
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Il 21 ottobre è stata una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra degli imperialisti e contro l’economia di guerra; contro le basi e le installazioni militari nel nostro paese.

Le manifestazioni principali si sono svolte a Ghedi (BS), Pisa e Palermo, ovvero in territori in cui sono già presenti o sono in via di ampliamento/costruzione strutture e installazioni militari, che testimoniano la sottomissione del nostro paese alla Nato: le testate nucleari a Ghedi, il progetto di costruzione di una nuova base a Coltano (che si aggiungerebbe a Camp Darby) e il sistema di comunicazioni Muos in Sicilia (dove si trova pure la base aerea di Sigonella, attiva sia nella guerra contro la Federazione Russa in Ucraina che nel sostegno al massacro del popolo palestinese). Ai tre cortei, complessivamente, hanno preso parte circa 10 mila persone e il più partecipato è stato quello di Pisa, dove simbolicamente è stata divelta parte della recinzione militare della base dei carabinieri al Cisam, a San Piero a Grado.

Le tre manifestazioni sono nate da un appello unitario, che è andato definendosi durante i campeggi di lotta della scorsa estate a Coltano e a Niscemi. Nonostante le diverse analisi e posizioni rispetto allo sviluppo della tendenza alla guerra, i cortei hanno raccolto tutti gli organismi che nel nostro paese si oppongono senza se e senza ma alla spirale di conflitti, provocazioni e manovre militari promosse dagli imperialisti Usa, europei e sionisti nel mondo.

Nessuna testata giornalistica nazionale e nessuna televisione ha parlato dei tre cortei: sono stati censurati nonostante abbiano dato voce alle aspirazioni della maggioranza della popolazione (e che la maggioranza delle masse popolari non vuole il coinvolgimento del nostro paese nelle guerre della Nato lo devono riconoscere anche i media di regime).

Tutte e tre i cortei hanno fatto emergere con chiarezza le questioni politiche principali in questa fase.

Per quanto riguarda la censura mediatica, apparentemente essa è giustificata dal fatto che non si è trattato di “manifestazioni oceaniche”. Chi asseconda questa giustificazione sbaglia. La questione rilevante, nel contesto in cui siamo, non è che ci siano grandi manifestazioni, ma che i promotori di queste manifestazioni si spendano per farle crescere, ponendosi come punto di riferimento per le ampie masse e, soprattutto, per i lavoratori del nostro paese.

La censura mediatica vuole impedire proprio questo: che le masse popolari (che subiscono per intero gli effetti devastanti della tendenza alla guerra) vengano a sapere che c’è qualcuno che si organizza, che scende in piazza, che protesta e ha un’idea di paese e di società diversa da quella dei servi della Nato.

Per quanto riguarda le questioni politiche che i cortei hanno fatto emergere, bisogna considerare un fatto che vale per tutte le manifestazioni di protesta, grandi e piccole che siano, quale che sia il tema per cui nascono: il governo Meloni – ma il discorso vale per ogni governo delle Larghe Intese – non ascolterà le proteste di piazza e tirerà dritto per la sua strada, per la strada indicata da Washington, Bruxelles, Strasburgo e Città del Vaticano, la strada del programma comune della classe dominante.

Pertanto, le questioni politiche che sono emerse ANCHE dalle manifestazioni del 21 ottobre si riassumono in questo: per dare concretezza alle parole d’ordine per cui sono scese in piazza migliaia di persone occorre ragionare del governo che serve al paese.

Un esempio perfettamente calzante ce lo dà la storia recente del movimento contro la guerra in Italia.

Nel 2003 c’è stata un’imponente mobilitazione contro la guerra in Iraq: a Roma scesero in piazza tre milioni di persone, ci furono centinaia di manifestazioni territoriali, assemblee, presidi e conferenze, dai palazzi sventolavano le bandiere della pace. Questo però non ha impedito la guerra in Iraq, né che l’Italia partecipasse alla carneficina.

Quell’esperienza, effettivamente di massa, è ancora viva nella memoria collettiva e l’esperienza concreta di milioni di persone porta a concludere che “protestare non serve”.

Se questo, da una parte, offre una spiegazione riguardo alle difficoltà a mobilitare oggi le masse popolari contro la guerra degli imperialisti, dall’altra deve anche far riflettere chi queste mobilitazioni le promuove.

Sono molto positivi e utili i cortei e qualunque altra manifestazione di protesta, ma in definitiva ciò che fa la differenza è sottrarre il sostegno del nostro paese alle scorrerie e ai crimini degli imperialisti; sottrarre alla Nato, ai sionisti e alla Ue un puntello essenziale, cacciando i loro servi dal governo del paese.

Si tratta di mobilitare tutte le forze disponibili, quale che sia il motivo specifico che mette in moto ognuna, per cacciare il governo Meloni e costituire un governo che fa gli interessi delle masse popolari.

È un obiettivo apparentemente più difficile dell’organizzare manifestazioni di protesta. Ma non solo è più credibile agli occhi delle larghe masse, che per esperienza sanno che “protestare non serve”, ma è anche l’unica strada per dare uno sbocco concreto alle rivendicazioni che le stesse manifestazioni di protesta agitano.

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