Nonostante Landini

Le mobilitazioni della Cgil pongono apertamente la questione del governo del paese

Scriviamo questo articolo a fine ottobre: la manifestazione del 7 ottobre a Roma è passata da circa venti giorni e grossomodo altrettanti ne servono per arrivare alla prima data di sciopero generale indetto da Cgil e Uil.

Sciopero generaledi otto ore della Cgil e della Uil
– Il 17 novembre nelle regioni del Centro
– Il 20 novembre in Sicilia
– Il 24 novembre nelle regioni del Nord
– Il 27 novembre in Sardegna
– Il 1° dicembre nelle regioni del Sud
Il 17 novembre, inoltre, scioperano otto ore, su tutto il territorio nazionale, i lavoratori dei trasporti, del pubblico impiego e della conoscenza.

Per vincere le battaglie bisogna mobilitare tutte le forze che possono essere mobilitate, bisogna coinvolgere tutti quelli che possono essere coinvolti e bisogna costruire un fronte, il più ampio possibile, contro il nemico comune.
Questo vale per ogni battaglia e vale, a maggior ragione, nel caso in cui la posta in gioco è alta, l’obiettivo ambizioso e, almeno alle apparenze, le forze del nemico sono preponderanti.
La lotta per imporre nel nostro paese un governo di emergenza popolare rientra in questa tipologia di battaglie.
In questa fase, l’obiettivo di costituire un governo che fa gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari richiede la cacciata del governo Meloni. Attraverso la mobilitazione per cacciare il governo Meloni si creano le condizioni per imporre un governo di emergenza popolare. Quanto più si usa la mobilitazione per cacciare il governo Meloni avendo ben in mente questo fine, tanto più è alta la possibilità che le masse popolari riescano a imporre un loro governo.
Occorre quindi promuovere la più ampia e capillare mobilitazione per cacciare il governo Meloni e bisogna avvalersi anche di tutti gli appigli forniti dalle proteste e dalle iniziative del polo Pd delle Larghe Intese.
Il polo Pd delle Larghe Intese ha l’obiettivo di sostituirsi al governo Meloni nella gestione del paese, ma non ha interesse né intenzione di attuare un programma diverso, né di affrancare il paese dalla sottomissione agli Usa, ai sionisti, alla Nato, alla Ue, alla Bce e al Vaticano.
Ne deriva che, mentre è necessario avvalersi degli appigli forniti dalle proteste e dalle iniziative del polo Pd per cacciare il governo Meloni, è sbagliato sperare che il polo Pd possa contribuire in modo decisivo a costituire un governo di emergenza popolare, poiché il polo Pd delle Larghe Intese e tutto il suo apparato dirigente e amministrativo, è parte del problema, non è una soluzione al corso disastroso delle cose che la classe dominante sta imponendo al paese. E la Cgil di Landini è parte integrante di questo polo.
Proprio per la sua natura (un’organizzazione sindacale, la più grande del paese) e per la funzione che ha da oltre quarant’anni (scoraggiare e ostacolare la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari o quanto meno imbrigliarla e controllarla), la Cgil è il tallone d’Achille del polo Pd delle Larghe Intese.

Da una parte deve assicurare alle Larghe Intese il controllo sui lavoratori, in particolare sulla classe operaia, dall’altra deve cercare di mantenere iscritti, seguito e autorevolezza – nonostante il ruolo di “pompiere delle mobilitazioni” – perché se non fosse abbastanza rappresentativa perderebbe credito anche nei confronti delle Larghe Intese (che non se ne fanno nulla di un sindacato che non riesce a contenere i lavoratori).

Questa contraddizione spiega il posizionamento della Cgil di Landini rispetto al governo Meloni e le sue evoluzioni, spiega la funzione e gli obiettivi del percorso di mobilitazioni (nazionali e territoriali) che ha condotto alla grande manifestazione del 7 ottobre a Roma e spiega le difficoltà e le resistenze nel proclamare lo sciopero generale (cosa che poi ha fatto a fine ottobre, indicendo gli scioperi “articolati su base territoriale” di novembre).
Ma più che le spiegazioni, a chi è animato dall’obiettivo di costituire un governo che faccia gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari, è utile individuare gli appigli che anche la mobilitazione della Cgil offre alla mobilitazione per cacciare il governo Meloni e alla lotta per imporre un governo di emergenza popolare.

Appigli

Il 7 ottobre la Cgil ha portato in piazza 200 mila persone. Un risultato che ha superato anche le aspettative dei vertici del sindacato, tanto che molti partecipanti hanno protestato per la scarsa organizzazione.
La particolarità della manifestazione è stata la piattaforma, tutta politica, con la quale è stata convocata: indirizzare il paese sulla “via maestra” dell’attuazione della Costituzione per realizzare le principali rivendicazioni delle masse popolari (il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il contrasto a povertà e diseguaglianze e la promozione della giustizia sociale, il diritto a un ambiente sano e sicuro, a una politica di pace).
Chi non si limita a uno sguardo superficiale ha già probabilmente individuato la questione principale del ragionamento: la Cgil raccoglie in piazza 200 mila persone che manifestano per l’attuazione della Costituzione. La maggioranza di queste persone sa che i tentativi di convincere il governo Meloni a percorrere quella strada sono e saranno vani.
Si pone quindi una questione: quale governo porterà il paese a percorrere la via dell’attuazione della Costituzione?

La questione rimane in sospeso, poiché i vertici della Cgil evitano accuratamente di dare una risposta, ma non possono più evitare la proclamazione dello sciopero generale contro il governo Meloni, non possono più rimandarlo. Tanti dei partecipanti alla manifestazione del 7 ottobre si aspettavano che Landini lo annunciasse durante il comizio finale, invece sono passati alcuni giorni (“per cercare l’unità con Cisl e Uil” è la spiegazione).
La Cgil e la Uil dunque proclamano lo sciopero generale “articolato in cinque date” e alla domanda elusa il 7 ottobre – “quale governo può portare il paese sulla via dell’attuazione della Costituzione” – se ne aggiunge un’altra: se il governo Meloni fa orecchie da mercante alle richieste della Cgil e della Uil di “essere ascoltate” sulla Legge di Bilancio? Se non basta uno sciopero generale articolato in cinque date?
La mobilitazione promossa dai vertici della Cgil offre quindi due grandi appigli per sviluppare la lotta per cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo che fa gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari, un governo che imbocca realmente “la via maestra” dell’attuazione della Costituzione, un governo di emergenza popolare.
Posto ciò, la questione principale non riguarda più cosa fanno o non fanno i vertici della Cgil, ma come questi appigli vengono usati da chi vuole condurre fino in fondo questa lotta e vincere.

Fronte

Bisogna mobilitare tutte le forze disponibili a farlo.
Con la loro iniziativa, i vertici della Cgil hanno iniziato timidamente a muovere forze che finora avevano cercato di tenere sopite.
Se si fa un ragionamento sui contenuti – rispondere alla domanda elusa alla manifestazione del 7 ottobre e a quella che si pone rispetto agli scioperi generali di novembre – le centinaia di migliaia di lavoratori e iscritti alla Cgil, che sono stati messi in moto dal sindacato, sono nostri alleati, sono parte del fronte comune necessario per cacciare il governo Meloni.
Se alle domande eluse si danno risposte convincenti, cioè coerenti con le aspettative, gli interessi e le aspirazioni di chi aspetta le risposte, almeno una parte di questi lavoratori non accetteranno di buon grado di “tornare a casa”. E questo perché anche loro pagano sulla propria pelle gli effetti devastanti del corso delle cose che le Larghe Intese impongono al paese.

Passi

È possibile rimuginare sul fatto che uno sciopero generale in cinque date sia più il tentativo dei vertici della Cgil di annacquare la mobilitazione, anziché di alimentarla; è possibile trincerarsi dietro ragionamenti triti e ritriti sulle responsabilità dei vertici della Cgil rispetto alla situazione in cui siamo (come si fa a dimenticare Landini che abbraccia Draghi o che invita Giorgia Meloni al Congresso?); sono possibili altri mille modi per perdere il treno e non assumersi alcuna responsabilità. Al contrario, c’è solo un modo per valorizzare ciò che, loro malgrado, i vertici della Cgil hanno determinato con la loro iniziativa: iscritti alla Cgil, iscritti ai sindacati di base, militanti e attivisti sindacali e politici devono aderire in massa allo sciopero generale e partecipare alle manifestazioni.
Ma si può fare anche un passo in più. Di fronte al governo Meloni che fa orecchie da mercante alle rivendicazioni dello sciopero generale, bisogna creare comitati unitari e intersindacali, autoconvocati, per promuovere un altro sciopero generale. E poi un altro e un altro ancora. Fino a far cadere il governo Meloni.
Durante le manifestazioni, di fronte ai cancelli delle aziende e nelle iniziative, spesso sentiamo dire che “il sindacato deve tornare a essere uno strumento nelle mani dei lavoratori”. È assolutamente vero, ma cosa vuol dire concretamente?
Vuol dire che le organizzazioni sindacali devono essere promotrici delle lotte di conquista, oltre che di difesa. Ma in questa fase vuol dire anche e soprattutto che le organizzazioni sindacali devono diventare strumento che alimenta la mobilitazione politica per imporre un governo che faccia gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. È questo obiettivo che rende realistiche TUTTE le rivendicazioni verso le quali la classe dominante fa orecchie da mercante.

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