Non solo Napoli. La resistenza a Castellammare di Stabia: il lungo giorno della Liberazione  

a cura di Igor Papaleo, Segretario del P.CARC – Federazione Campania

NOTA bibliografica e ringraziamenti: Il presente articolo, quanto a ricostruzione dei fatti storici e sviluppo narrativo posto a base della tesi e del giudizio politico che in esso si sostiene, rimanda fedelmente alla ricerca e successiva elaborazione, anch’essa in forma di articolo, di Raffaele Scala e, specificamente, al brano Castellammare di Stabia nei giorni della Resistenza e dell’orrore nazifascista, pubblicato sui siti web liberoricercatore.it e nuovomonitorenapoletano.it e poi ripreso e ampliato sulla rivista Infiniti mondi. Il Partito dei CARC – Federazione Campania e il suo segretario Igor Papaleo ringraziano l’autore, la cui dovizia nella ricostruzione dei fatti storici ne riflette l’impegno e la dedizione, per la messa a disposizione del materiale già sviluppato e del lavoro di ricerca, prezioso e non semplice, cui abbiamo attinto e senza il quale non sarebbe stata possibile la produzione dell’articolo qui sotto riportato.

Esistono storie meno note e forse anche meno importanti sul piano storico, ma cruciali ad ogni modo per quella che fu la liberazione di Napoli e della Campania dall’occupazione nazifascista nel 1943. Microstorie di uomini e donne di città e paesi altri da Napoli che, di fatto, furono quel retroterra, quella condizione stessa di possibilità – dimostrando che si poteva fare – che permise l’insurrezione dei napoletani, anticipandola, ispirandola, rendendole il coraggio di osare, la determinazione di vincere. 

Tra queste, le vicende di Castellammare di Stabia dopo l’8 settembre 1943, quando le violenze, le stragi, i rastrellamenti, le distruzioni operate dagli amici di ieri – divenuti nemici sul campo dopo l’armistizio firmato dalla Corona d’Italia con gli Alleati e il conseguente cambiamento di fronte del nostro Paese nello schieramento di guerra – mossero gruppi di operai, studenti, soldati e marinai a contrattaccare, a ribellarsi, alla lotta armi in pugno. 

Poca la documentazione scritta disponibile e ormai residuali i ricordi e le testimonianze di quanti vissero quel periodo, con tutti i limiti di memoria e nella dovizia di ricostruzione storiografica. Eppure molti i fatti e i volti della Castellammare insorta. Volti comuni per fatti che li resero eroi di una resistenza oggi troppo spesso dimenticata se non proprio ignorata. Tra questi, Luigi Mas, operaio del Regio Cantiere (il cantiere navale che poi divenne Fincantieri) che, nei giorni convulsi successivi all’armistizio e il comando militare italiano allo sbando, assunse il comando di un gruppo armato di concittadini muovendo ad azioni di guerriglia urbana, emblema di una resistenza popolare più diffusa di quanto si pensava finora, seppure pagata al prezzo del tanto sangue sparso dai nazisti tra la popolazione civile e la deportazione di migliaia di giovani, molti dei quali non sono più tornati. Una storia quest’ultima, ancora tutta da scrivere, considerando che, a ottant’anni da quegli eventi, non esiste ancora un’anagrafe completa dei deportati civili nei campi di concentramento situati in Italia e nei territori occupati del Terzo Reich. 

Era il giorno 11 settembre 1943 quando fin dalle prime ore del mattino, Luigi Mas, Nunzio Sorrentino, Ciro Coppola, Santolo Contaldo, il giovane elettricista Davide Coda appena ventenne, con l’aiuto degli stessi militari italiani della caserma di Via Calata Oratorio, rimasti senza ordini, come gli altri, si erano impossessati di fucili, munizioni e bombe a mano di quel comando. A loro si unirono subito il giovanissimo saldatore Francesco Iaccarino e il giovane meccanico Agostino Circiello. Due operai d’avanguardia che, prima di organizzarsi nel gruppo diretto da Mas, a loro volta erano riusciti a prelevare dal comando militare di Corso Vittorio Emanuele pistole, caricatore, altre bombe a mano. 

L’attitudine al comando di Mas, il piglio d’avanguardia di Iaccarino e Circiello, la determinazione di tutti e le armi in pugno costituivano gli ingredienti del primo nucleo combattente in città alla sua prima azione: l’attacco, con l’aiuto di alcuni marinai, di un piroscafo francese occupato dai nazisti sul quale un nutrito gruppo di tedeschi aveva trovato riparo e da cui mitragliava ogni cosa si muovesse sulla costa. Uno scontro che obbligò il nemico alla ritirata e permise al “gruppo Mas” di recuperare altre armi. La risposta del comando tedesco non si fece attendere: carri Tiger inviati da Pompei convergono su Castellammare. Il gruppo partigiano si ritira temporaneamente ma, ripiegando su Piazza Municipio, incontra presidi tedeschi di pattugliamento. Altri scontri, rapidi e intensi, poi l’assiepamento in Villa comunale, dove camionette tedesche gli danno la caccia. Il gruppo decide di uscire nuovamente allo scoperto, contrattaccare invece di limitarsi a parare i colpi della risposta tedesca dopo la loro prima azione vittoriosa. Attacca, dunque, con una mitraglia e bombe a mano requisite in fase di armamento. Una camionetta è distrutta. L’altra si dà alla fuga. I partigiani, piccolo nucleo compatto, avanzano, guadagnano il centro città. Scoprono così che anche altri gruppi armati combattenti, in altre zone della città si erano nel frattempo costituiti e stavano colpendo i tedeschi a più riprese con tecniche di guerriglia urbana. Tra questi, quello che vedeva le gesta del giovane Giordano Worowskij, improvvisato tiratore, che bersaglio le posizioni tedesche dai tetti della città, costringendo il nemico a ripiegare in più punti. Noto l’episodio di un tiro di precisione che fece esplodere una camionetta tedesca antistante al bar Spagnuolo.

Sembra fatta. Il nemico si ritira. Invece è solo la prima linea che arretra per lasciare il passo ai Tiger. Carri armati e cavalleria corazzata della Wermacht fanno tremare la città e la sua popolazione. Colpiscono, cannoneggiano, mitragliano.  Circiello cade, moschetto alla mano, ferito a morte dalla mitraglia nemica. Aveva diciotto anni. Cade anche Santolo Contaldo, operaio dei Cantieri Navali che, fin dal mattino di quel lungo giorno, si era unito a Luigi Mas e agli altri partigiani. Corrono, le notizie. I ferimenti, le morti, la guerra diffusa e non solo più sul fronte. La città è il fronte! Il fronte di una guerra partigiana che bisognava portare fino in fondo. 

È pomeriggio, ormai. E un altro gruppo organizzato dallo studente universitario Antonio Aiello, ventenne, dal perito Ignazio Scala e dal ferroviere Giuseppe Staibano, già medaglia d’argento al valor militare per azione svolta contro i tedeschi nella grande guerra del ‘15-’18 e mutilato di guerra per aver perduto in combattimento il braccio sinistro, si unisce a un plotone di circa quindici soldati italiani che, in assenza di ordini di un comando in rotta e in fuga, decidono di opporre resistenza all’occupante tedesco, di difendere la città, di riprendersela. Si riuniscono in Piazza Principe di Napoli. Racconta il partigiano Antonio Aiello, nella sua testimonianza scritta rilasciata il 18 maggio 1946 alla Commissione per il riconoscimento del valor militare: “Durante il combattimento svoltosi quel pomeriggio demmo la scalata ad un tetto di un palazzo sito in fondo a via Surripa nel difficile tentativo di distruggere un camion tedesco carico di munizioni, che fu da noi fatto esplodere in seguito a lanci di bombe a mano […].Con l’ausilio di una mitragliatrice in nostro possesso, incendiammo un secondo camion tedesco, anch’esso carico di munizioni, il cui scheletro rimase per alcuni mesi abbandonato nella locale villa comunale. Poiché il sottoscritto, come altri, in più occasioni hanno già scritto sulle sanguinose giornate di quel tragico settembre del 1943, soffermandosi sui diversi episodi, in questa sede non dirà nulla su quelli ormai famosi, come la difesa del Cantiere navale da parte del capitano di corvetta Domenico Baffico, al comando di un manipolo di coraggiosi marinai. Difesa terminata con la fucilazione di cinque coraggiosi ufficiali, compresi lo stesso Baffico. Né dirò del coraggioso carabiniere, Alberto Di Maio e del carpentiere Oscar De Maria, caduti difendendo i Cantieri Metallurgici, il primo in combattimento e il secondo fucilato, dopo aver lanciato una bomba sugli attaccanti. Citerò appena il trentunenne Gaetano Aprea, fucilato dai tedeschi perché sorpreso mentre tagliava i fili di comunicazione telefonica”.  

La resistenza popolare di Castellammare, in quell’11 settembre, segnò delle ferite importanti a un’armata, quella nazista, che sembrava indistruttibile. L’eco della vittoria sovietica a Stalingrado era arrivato. Si poteva vincere. Si doveva. La rappresaglia tedesca, tra il 12 e il 30 settembre fu brutale: fucilazioni in spiaggia o in strada, deportazioni di massa. Sono decine i caduti per mano tedesca a latere dei combattimenti diretti: bambini, donne, anziani. Rappresaglie che si allargarono anche ai comuni limitrofi: Scafati, Pompei, Torre Annunziata, Gragnano, Sant’Antonio Abate, Casola. Perché la resistenza cresceva ovunque. Si radicalizzava. E non solo contro l’occupazione tedesca, divenuta tale dopo l’armistizio 8 settembre, ma contro i fascisti che avevano spezzato la patria, con buona pace della retorica nazionalista, mandando a morire le masse popolari sul fronte dell’impresa imperialista e contro i nazisti, al cui carro Mussolini aveva agganciato il Paese, portandolo alla distruzione. 

Le prime proteste operaie a Castellammare, infatti, si erano avute anzitempo, fin dal 1° settembre, quando gli operai dei diversi stabilimenti industriali lasciarono le loro fabbriche per unirsi in corteo e marciare per le strade cittadine, fino a scontrarsi, in Piazza Principe Umberto, con le forze dell’ordine e le milizie fasciste, coordinate dal capitano dei Carabinieri, Angelo Simio, fascista convinto e spietato collaboratore dei nazisti. Il suo stretto collaboratore, collaborazionista a sua volta, il maresciallo Turchetti, rimase ucciso nello scontro con i dimostranti, quando questi entrarono nella caserma di Via Coppola per prendersi le armi con le quali combattere gli occupanti nazisti.

 Alla fine degli scontri del 1° settembre si conteranno decine di feriti e 80 arresti, tra cui Luigi Di Martino e Giovanni D’Auria, due protagonisti dell’antifascismo stabiese che avevano già conosciuto le patrie galere per la loro dura e coraggiosa opposizione al regime. Nel carcere mandamentale stabiese di Salita San Giacomo rimarranno quasi tre settimane, prima che un “commando” popolare, composto in prevalenza da donne e ragazzi, li liberò, permettendo loro di riunirsi ancora alla lotta per la Liberazione.

E Liberazione, infine, fu. Impossibile per i tedeschi, contenere le masse in armi, operai, lavoratori, studenti. Opposto l’esito della repressione brutale. La resistenza popolare dilagava, fabbrica per fabbrica, strada per strada, quartiere per quartiere. Oramai era questione “di potere”: Da una parte quello degli occupanti, dall’altro quello popolare. È così che Gioacchino Rosa, prefetto fascista della città, lascerà l’incarico, abbandonando Castellammare al suo destino e, favorendo l’installazione, al suo posto, del Maggiore Simpson, Comandante civile delle Forze Alleate appena giunto in città, pur di non cedere il passo al montare dell’ormai costituitosi Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) di Castellammare di Stabia, diretto, sì come diversi gruppi della resistenza stabiese, principalmente dal PCI di Giovanni D’Auria, ma anche dal PSI di Raffaele Guida e dal Partito d’Azione di Andrea Luise. È così che lo stesso maggiore Simpson si dimostrerà fin da subito apertamente ostile ai Cln che presero a moltiplicarsi a Castellammare come nel resto della provincia di Napoli. Castellammare di Stabia, le sue genti in armi, gli operai navali e gli studenti universitari, i ferrovieri e gli elettricisti, le donne di popolo e i loro figli, tutti uniti contro l’oppressione, nemica o “amica” che sia. Simpson fu destituito quasi subito. Al suo posto un reggete pro-tempore, espressione diretta del Cln. Castellammare di Stabia aveva vinto, era libera. La basi sulla quale si meriterà poi l’appellativo di “Stalingrado del Sud” erano poste.

Alla fine di settembre del ’43 l’insurrezione arrivava a Napoli. Quattro giorni ancora e i nazisti trattavano la resa e la ritirata (non senza aver prima minato industrie e ponti alle proprie spalle). Il Meridione d’Italia passava sotto il Comando alleato. Libero dal nemico occupante e assoggettato a una nuova “occupazione amica”, quella degli americani. La Liberazione, però, era diventata una lotta concreta e non già più solo un appello o una speranza. Una lotta che le masse popolari organizzate dovevano combattere, potevano vincere. Era questo alla base dell’appello all’insurrezione generale lanciato dal PCI clandestino. Era questo in animo e convinzione a operai, lavoratori, studenti, che, rispondendo a quell’appello, la Resistenza, di fatto, fecero. Era questo scolpito su volti e fatti poco noti rispetto ad altri eppur non meno emblemi di un nuovo potere, quello della classe operaia e delle masse popolari organizzate e insorte, che ha sconfitto e sopravanzato il nazifascismo, la dittatura apertamente terroristica della borghesia imperialista.

Come? La Resistenza ha vinto sul nazifascismo grazie al legame fra la classe operaia e il movimento comunista. Il PCI è diventato grande grazie alla lotta antifascista, ha operato per decenni nell’illegalità, ha subito continui arresti del suo gruppo dirigente, ha affrontato la censura e il Tribunale Speciale, ma ha saputo legarsi strettamente alla classe operaia e ha fatto della sua mobilitazione la forza che ha rovesciato il nazifascismo.

La Resistenza ha vinto grazie al ruolo assunto dalla classe operaia che nelle fabbriche (con gli scioperi e il sabotaggio della produzione bellica), nelle città (con i Gap e le Sap) e sulle montagne, arruolandosi nelle brigate partigiane, è stata la colonna portante della sollevazione popolare.

La Resistenza ha dimostrato che per quanto siano “spietati” e “potenti” i nemici, essi non possono sottomettere definitivamente la classe operaia e le masse popolari: per imporre il loro dominio hanno necessariamente bisogno o del sostegno o della passiva rassegnazione delle ampie masse.

Insegnamenti che la storia della Resistenza del nostro Paese, ovunque declinata e a qualsiasi latitudine, in città come in montagna, nel Nord Italia come al Sud, ci consegna a patrimonio e monito per una nuova Liberazione nazionale. 

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