Per una campagna contro la persecuzione dei comunisti turchi

Intervistiamo Fausto Marini, compagno romano attivo nella campagna internazionale di solidarietà con 11 militanti comunisti turchi dell’organizzazione DHKC-P (Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo), rifugiati politici in Grecia da molti anni, che dal marzo 2020 lo Stato greco sta perseguitando con arresti, incarcerazioni e condanne a lunghe pene detentive. Si tratta di un caso di persecuzione politica che, come illustrato da Fausto nelle risposte alle nostre domande, costituisce un caso gravissimo di limitazione dell’agibilità politica in Europa dei comunisti e rivoluzionari.

Puoi spiegarci i fatti che hanno portato all’incarcerazione e al processo, in Grecia di 11 comunisti turchi, rifugiati politici?

Per cominciare molti degli 11 compagni arrestati vivevano come rifugiati politici in Grecia da moltissimi anni. Si tratta di persone che lavoravano in quel paese nei settori più disparati: tra di loro ci sono operai, giornalisti, intellettuali…

La persecuzione contro gli 11 ha inizio con la richiesta dello Stato turco di un intervento repressivo da parte Grecia. In particolare, lo Stato turco lamentava il fatto che questi rifugiati scrivevano dei giornali e tenevano programmi radio e TV che tramite internet potevano essere facilmente seguiti anche in Turchia. Ad esempio due di loro facevano parte di una radio che combatte l’uso della droga da parte dei giovani, altri scrivevano giornali che si occupavano di lotte degli operai, di lotte sociali, di lotte della gente comune in Turchia e in Grecia. È così che, il 19 marzo 2020, le autorità greche accogliendo le richieste turche, arrestano circa 30 persone. Una parte di queste viene poi liberata mentre 11 militanti sono trattenuti e, nel luglio ’21, condannati a pene incredibili dal tribunale di Atene: trent’anni per dieci di loro e trentatré all’undicesimo.

Contro questi 11 compagni sono state formulate accuse fumose e poco chiare per un reato analogo a quella che in Italia si chiama “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”. Le accuse si basano sul fatto che vicino l’abitazione di qualcuno di loro sono state trovate delle pistole. Non nelle case, ma vicino all’abitazione di uno di loro. È chiaro che il motivo reale dell’arresto e delle condanne sta nell’attività politica che essi svolgevano e che, evidentemente, dava molto fastidio allo Stato turco.

Dunque nei fatti gli 11 sono in carcere per reati d’opinione…

Sì, ma siccome il loro caso non rientrava in nessuna delle forme di associazione terroristica previste dalla legge greca (quindi non hanno potuti accusarli di associazione terroristica) allora li hanno accusati di associazione sovversiva con l’aggravante, a carico di ogni singolo compagno, della finalità terroristica, perché secondo i giudici greci ognuno di loro rappresenterebbe una minaccia a livello internazionale. Già questo è abbastanza fumoso…

In primo luogo, non si capisce se l’associazione terroristica contestata è in Turchia o in Grecia. Secondo le leggi in vigore in tutti i paesi l’associazione dev’essere in loco e non si può condannare in un dato paese chi ha commesso un reato associativo in uno Stato diverso, non avrebbe senso. Lo vediamo anche nei processi politici d’altro tipo: ad esempio, quando in Italia vengono compiuti arresti contro gli islamici a questi viene contestata un’associazione presente in Italia, non all’estero. A meno che non ci sia un mandato di cattura internazionale. Invece gli 11 sono stati arrestati in Grecia per presunti reati associativi che non si capisce dove sarebbero stati compiuti, se in Grecia, in Turchia o altrove. In definitiva, la Turchia ha chiesto degli arresti e i greci li hanno eseguiti.

In secondo luogo, in questo processo si sta scavalcando qualunque concezione europea del diritto processuale. Gli 11 sono stati portati in aula al processo – si è tenuto il primo grado – e in spregio alle regole è stato negato loro il diritto di parola e in certi casi persino il diritto ad avere degli avvocati. Durante il processo, inoltre, sono stati aggrediti fisicamente soltanto perché facevano il segno V (Vittoria, ndr.) con le dita: un gesto adottato storicamente dagli inglesi durante la Seconda guerra mondiale e successivamente ripreso da quanti lottano per vincere. Non mi sembra un atto aggressivo. Eppure è stato giudicato come tale e per questo motivo i prigionieri sono stati aggrediti in aula, pestati e portati nelle celle. Questa condotta della magistratura greca è assolutamente inaccettabile.

Questo processo rappresenta un obbrobrio giudiziario e un pericoloso precedente all’utilizzo spregiudicato dell’aggravante di terrorismo per i reati d’opinione. È il segno che nell’UE si cerca di ridimensionare gli spazi di agibilità politica per i comunisti e i rivoluzionari?

L’Europa si presenta al mondo come paladina della democrazia e poi agisce da sicario per conto di terzi, in questo caso della Turchia. Questo procedimento giudiziario viola i basilari principi democratici, si è molto vicini ad un processo per reati d’opinione. Anzi, nel caso specifico, la magistratura greca contesta un reato d’opinione fatto in maniera organizzata. Quindi un reato d’opinione compiuto in maniera organizzata diventa terrorismo? Questo è un precedente che il movimento di sinistra in generale deve riuscire a fugare perché può diventare davvero pericoloso. È indubbiamente pericoloso se in Europa passa per buona l’idea che basta mettersi insieme in 5 seduti ad un tavolo per essere tacciati di terrorismo.

Come possiamo contribuire noi, in Italia, alla liberazione di questi 11 prigionieri rivoluzionari?

Ci stiamo muovendo nell’ottica di fare qualcosa di concreto. La prima cosa da fare è, sicuramente, cercare di convogliare su questo caso l’interesse del maggior numero possibile di organizzazioni e persone. Bisogna fare il possibile per richiamare l’attenzione sul rischio reale di un restringimento in Europa degli spazi di agibilità politica per i comunisti e i rivoluzionari.

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