Intervista a Silvia Fruzzetti, Segretaria della Federazione Toscana

Vuoi spiegarci brevemente che succede a Coltano?

Il 2 giugno si è svolta una manifestazione nazionale contro un nuovo tentativo di militarizzazione del nostro territorio: sto parlando del progetto di costruzione della base militare di Coltano, a Pisa, nel Parco di Migliarino – San Rossore – Massaciuccoli.

Il progetto è stato scoperto e denunciato dal consigliere comunale di Pisa Ciccio Auletta, di Una Città in Comune e prevede la collocazione del Gruppo Intervento Speciale del 1° Reggimento carabinieri paracadutisti “Tuscania” e del Centro cinofili dei Carabinieri. Si tratta di 440.000 metri cubi di edifici, 73 ettari di territorio cementificato a fini militari, in un territorio già militarizzato. Il governo ha provato a fare tutto questo con un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, pubblicato il 23 marzo 2022 sulla Gazzetta Ufficiale nell’iniziale silenzio-assenso di chi governa a livello locale, il sindaco di Pisa Michele Conti e il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani.


Si sta sviluppando una mobilitazione: chi la promuove e come si sta concretizzando?

Di fronte a questo abuso l’intera comunità di Coltano è insorta e intorno ad essa si sta stringendo una rete di comitati, associazioni, gruppi di lavoratori (è il caso del Collettivo di Fabbrica della GKN) e studenti, a livello regionale e non solo. È nato il Movimento contro la base – Né a Coltano né altrove, animato da varie realtà ed esponenti della società civile tra cui lo stesso Ciccio Auletta. Ma c’è anche il Comitato No Camp Darby, attivo da diversi anni sul territorio pisano contro l’ampliamento della base militare USA e NATO di Camp Darby, sempre in provincia di Pisa. Insomma, il movimento che si sta configurando è ampio e composito e noi come P.CARC lo sosteniamo.

Fino ad oggi la mobilitazione si è sviluppata in diverse fasi e su più livelli. Tanto per cominciare si è trattato di portare alla ribalta il progetto: è stato necessario un lavoro di inchiesta e denuncia che è consistito anche nello sbugiardare la narrazione che a un certo punto si stava affermando sui giornali, secondo cui le istituzioni locali non sapevano nulla! La visibilità mediatica è cresciuta e si parla già di costruire la base altrove, di spezzettarla in altre zone della città di Pisa, ma non è certo questa la soluzione.

Assieme alla denuncia pubblica sono state promosse diverse iniziative di protesta: presidi, manifestazioni, assemblee, biciclettate… tutto è servito e serve ad allargare la partecipazione. Voglio ricordare che una delegazione dei movimenti contro la base di Coltano è intervenuta anche alla partecipatissima assemblea chiamata dal Collettivo di Fabbrica della GKN il 15 maggio a Campi Bisenzio.

Che prospettive vedi in questa mobilitazione?

La base militare è un problema concreto per la comunità di Coltano e non solo: per quel che comporta in termini di impatto ambientale, di vivibilità per la popolazione, di uso (o sarebbe meglio dire di sperpero) dei soldi pubblici.

La base militare di Coltano è però anche un simbolo: quello della continua militarizzazione dei nostri territori. E traccia una tendenza ben precisa che è quella al riarmo e alla guerra. Tutto questo risponde chiaramente alle politiche criminali del governo Draghi e agli interessi diretti di chi specula sulla produzione e il traffico di armi: Leonardo, Iveco Defence e altre aziende italiane.

Dunque, l’unica prospettiva per questa lotta è renderla funzionale a cacciare il governo Draghi. NO a Coltano vuol dire (e implica necessariamente e praticamente) NO al governo Draghi.

L’unica prospettiva possibile è usare questa lotta, la lotta contro la base militare di Coltano, per invertire con decisione il senso di marcia nel nostro paese.

Del resto non abbiamo scelta: emerge chiaramente dagli stessi atti ufficiali che questo progetto è irrinunciabile per l’attuale governo, pertanto rimane e rimarrà un problema per le masse popolari ovunque verrà realizzato.

È necessario legare strettamente la mobilitazione contro la guerra, il riarmo, la militarizzazione dei territori a quella contro gli effetti della crisi e contro le politiche del governo Draghi.


Quali sono le contraddizioni che a tuo avviso è necessario affrontare e superare per andare nella direzione da te indicata?

Per rispondere a questa domanda mi avvalgo di quanto abbiamo scritto il mese scorso su Resistenza, in particolare nell’articolo: “Liberare l’Italia dal controllo della NATO, dalla guerra e dai ricatti. Una strada c’è”.

Tanto per cominciare chi è alla testa della mobilitazione dev’essere deciso a vincere, cioè dev’essere convinto della necessità di vincere. Per essere chiara: è da considerarsi irricevibile ogni tentativo di ridimensionare gli obiettivi della mobilitazione trasformando di fatto il “NO alla base né qui né altrove” in disponibilità ad accettare la costruzione di una base “più piccola”, oppure in una qualche zona limitrofa a Coltano (ipotesi già ventilata dalle istituzioni), o ancora accontentarsi in qualche modo di “aver resistito” per poi cedere sul lungo periodo. In questo senso c’è poco spazio per le opinioni, il politicantismo e le mediazioni: la base militare a Coltano è un problema concreto e va fermata adesso! Il modo per fermarla è mandare a casa il governo che l’ha progettata e intende imporcela.

La realizzazione di progetti del genere, insieme alle politiche di riarmo, sottraggono risorse alle masse popolari alimentando la spirale di miseria e disperazione a cui non possiamo rispondere né con le campagne di opinione né con forme di mediazione che mettono una toppa al problema senza risolverlo. Noi abbiamo bisogno di andare alla radice dei problemi e di risolverli definitivamente. In questo senso ogni forma di lotta è legittima e troverà il nostro pieno appoggio.

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