Una strada c’è

Liberare l’Italia dal controllo della nato, dalla guerra e dai ricatti

Rendere ingovernabile il paese fino a imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate

Gli imperialisti USA non hanno alcuna intenzione di mettere fine alla guerra in Ucraina. Anzi, dopo averne creato le condizioni e favorito le premesse, continuano a condurre provocazioni per alimentarla e allargarla.

Gli imperialisti USA e la NATO stanno trascinando il mondo in una guerra mondiale dispiegata.

Gli imperialisti tedeschi (che insieme a quelli francesi sono quelli che “fanno la UE”) hanno fin da subito sostenuto le manovre e le operazioni della NATO e hanno seguito gli imperialisti USA. Quando le manovre degli imperialisti USA contro la Federazione Russa si sono fatte insostenibili per l’economia tedesca, il governo tedesco ha incrinato il fronte della NATO, annunciando il suo rifiuto di sospendere le importazioni di gas.
In Germania non governano i pacifisti, tutt’altro. I capitalisti tedeschi non sono “brave persone”, non sono migliori dei capitalisti USA, francesi o italiani. Le crepe nel fronte della Comunità Internazionale degli imperialisti sono la dimostrazione di due cose.
La prima è che la borghesia imperialista appare forte, monolitica e imbattibile, ma in realtà è attraversata da contraddizioni e interessi contrastanti (i capitalisti tedeschi non rinunceranno mai ai loro affari per salvare quelli degli imperialisti USA!).
La seconda è che – proprio in virtù di questo – il primo paese che spezzerà le catene della Comunità Internazionale degli imperialisti spianerà la strada a tutti gli altri paesi. Se le masse popolari italiane riusciranno a sottrarre l’Italia dal gioco al massacro diretto dagli imperialisti USA, quelle di Germania, Francia e Gran Bretagna potranno condurre la medesima lotta partendo in condizione di vantaggio. Ecco un esempio di ciò che significa trasformare la tendenza alla guerra imperialista in mobilitazione rivoluzionaria.

Il governo Draghi sostiene interamente e senza riserve le manovre dei gruppi imperialisti USA. Lo fa violando la Costituzione e contro la volontà della maggioranza della popolazione; lo fa sapendo che questo aggraverà la crisi economica ed energetica e che saranno le masse popolari e i lavoratori a pagare il prezzo più alto.
Inviare armi ai battaglioni nazisti ucraini e mettere il nostro paese a completa disposizione della NATO (ci sono sul nostro territorio più di 120 basi militari oltre a depositi, arsenali e aree di addestramento), significa entrare direttamente nel conflitto e fare dell’Italia un bersaglio strategico per la Federazione Russa.
La maggioranza degli italiani è contro la guerra. È contraria all’invio di armi in Ucraina, è contraria alle sanzioni alla Federazione Russa, è contraria all’uso del territorio italiano da parte della NATO. Ma questo sentire viene nascosto da una martellante propaganda di regime che ha lo scopo di costruire una realtà virtuale – mediatica – che vuole le masse popolari indifferenti, se non schierate con Draghi, con il suo governo e con la NATO, rispetto alla guerra. Tuttavia, la realtà virtuale non può nascondere a lungo il mondo reale: la contrarietà alla guerra esonda, prende forma e si fa spazio anche tra pezzi della classe dominante e persino dell’Esercito.

Sul numero 2/2022 di Resistenza, a febbraio abbiamo scritto che la contrarietà alla guerra, benché così diffusa, avrebbe fatto fatica a sfociare in una mobilitazione di massa simile a quella contro la guerra in Iraq del 2003.
Questa difficoltà, confermata dai fatti a tre mesi di distanza dall’inizio del conflitto in Ucraina, non è dovuta all’indifferenza delle masse popolari, ma al fatto che le mobilitazioni del 2003 non sono servite a niente, non hanno raggiunto l’obiettivo.
Di fronte alla gravità della situazione le larghe masse (e in primis la classe operaia) non sono disposte a “perdere tempo” in mobilitazioni inefficaci, concepite più come atto di testimonianza o campagna di opinione che come strumento per cambiare le cose.

In effetti, mobilitazioni del genere non basterebbero a convincere Draghi a cambiare rotta né a far desistere Biden e l’apparato industriale-militare USA che lo sostiene.
L’unica mobilitazione capace di produrre risultati è quella per cacciare Draghi e tutti gli altri servi della NATO dal governo del paese.
Il governo Draghi va cacciato e sostituito con un governo disposto a compiere i passi necessari per far valere quanto rimane della nostra sovranità nazionale: va sospeso unilateralmente l’invio di armi in Ucraina, vanno sospese unilateralmente le sanzioni alla Federazione Russa, occorre procedere al ritiro immediato dei militari da tutte le “missioni all’estero” e va assicurato il sostegno alle popolazioni colpite dalla guerra. È un obiettivo diverso dal generico NO alla guerra, è un obiettivo efficace e del tutto possibile. Per tre ragioni:

1. perché raccoglie i sentimenti diffusi nella maggioranza della popolazione ed è coerente con gli interessi delle masse popolari;

2. perché raccoglie e valorizza sia le ragioni di chi è contro la guerra per motivi ideologici, etici e morali sia la mobilitazione di chi è contro la guerra, semplicemente, perché ha paura. In effetti, a differenza della partecipazione dell’Italia alla devastazione dell’Iraq nel 2013, la partecipazione alle manovre militari contro la Federazione Russa espone il nostro paese a un’eventuale reazione. L’Iraq di Saddam Hussein non aveva le risorse, i mezzi e le tecnologie per fare del nostro paese un bersaglio, la Federazione Russa ce le ha;

3. perché il consenso e la mobilitazione delle larghe masse popolari attorno a questo obiettivo non possono che crescere, mentre attorno a Draghi, ai partiti delle Larghe Intese, alla NATO il consenso crolla anche da parte di settori che sulla carta dovrebbero sostenerlo (ad esempio i Generali).

Se il Papa vuole davvero dimostrare che i suoi appelli lacrimosi per la pace nel mondo non sono solo fumo negli occhi delle masse popolari, allora metta a disposizione delle masse popolari i soldi, i locali e le relazioni che hanno tutti i preti (e a maggior ragione vescovi e cardinali); scomunichi tutti i guerrafondai, cacci dalle chiese Draghi, Renzi, Letta, Salvini, Meloni, Di Maio e soci. Sono atti simbolici, ma sempre più concreti dei piagnistei… Ma Bergoglio lo farà?

Imparare dall’esperienza

Per non cadere nell’immobilismo e nel disfattismo (verso cui ci portano dritti dritti la sinistra borghese e il Vaticano) e per non finire al carro della propaganda di guerra, dobbiamo imparare dalle mobilitazioni contro la guerra del 2003 e usare gli insegnamenti che ne ricaviamo per dotarci dei mezzi ideologici per condurre la lotta oggi. A seguire gli insegnamenti principali.

1. Usare strumenti e forme di lotta all’altezza degli obiettivi.
Ammesso, ma non concesso, che le marce, i flash mob, le bandiere alle finestre, le raccolte firme e finanche le preghiere collettive “contro la guerra” abbiano la funzione positiva di far emergere e rendere evidente il sentimento diffuso fra le masse popolari, questi sono strumenti e forme di mobilitazione che non spostano di una virgola la situazione. Anzi, nel momento in cui si diffondono e non ottengono risultati, favoriscono la frustrazione e la rassegnazione. Per sottrarre l’Italia dalle manovre di guerra bisogna dare vita a iniziative che rendono ingovernabile il paese.

2. Promuovere iniziative capillari, contro la logica dei “grandi eventi”.
La manifestazione di 3 milioni di persone a Roma, del 15 febbraio 2003, non ha impedito la devastazione dell’Iraq e non ha impedito che a quella devastazione l’esercito italiano partecipasse a pieno titolo.
Pertanto, la questione non è dimostrare alla classe dominante “che siamo tanti”, la questione è impedire alla classe dominante di governare, amministrare e gestire il paese in modo funzionale alla guerra.
Non solo. Oggi non siamo nel 2003 e per vari motivi l’obiettivo di portare 3 milioni di persone in piazza è “fuori dal mondo”. In tempi di pandemia, una manifestazione di 5mila persone è da considerarsi riuscita e una di 20mila è da considerarsi “oceanica”. È necessario uscire dalla logica dei “grandi eventi” e cambiare prospettiva: iniziative diffuse, capillari e continue sono la sabbia nel motore della macchina bellica.

3. Non lasciare la mobilitazione in mano agli opinionisti, ai politicanti e ai preti.
Gli opinionisti sono gente che campa di campagne di opinione. Non hanno interesse a cambiare le cose, hanno interesse a cercare e creare contesti in cui dire la loro.
I politicanti sono gente che campa di visibilità da spendere alle elezioni o nella contrattazione fra gruppi di potere. Non hanno interesse a cambiare le cose, hanno interesse a raccogliere consensi al di là del fatto che i consensi raccolti servano o meno alla causa in cui si sono intruppati.
I preti, in genere, sono gente che si preoccupa di indurre le masse popolari a una vita di sacrificio e rassegnazione (porgi l’altra guancia) con la prospettiva del paradiso dopo la morte. Non hanno interesse a cambiare le cose e poco importa se per le masse questo significa vivere l’inferno sulla terra.
La mobilitazione deve essere diretta da chi vuole vincere, da chi è convinto della necessità di vincere. Se chi vuole vincere tiene in mano la mobilitazione, allora anche gli opinionisti, i politicanti e i preti possono essere messi a servizio dell’obiettivo e contribuiranno ad aggregare quei settori delle masse popolari che senza la loro presenza e “benedizione” non si muoverebbero.

4. Legare strettamente la mobilitazione contro la guerra alle mobilitazioni contro gli effetti della crisi, contro le politiche del governo Draghi e delle Larghe Intese.
Per liberare il paese dai guerrafondai e dai servi della NATO bisogna che tutti coloro che hanno un motivo per mobilitarsi lo facciano INSIEME. Proprio per la natura di questa lotta, chi spontaneamente già si mobilita contro gli omicidi sul lavoro, contro la devastazione ambientale, contro il carovita, per il diritto alla casa, per la sanità e la scuola pubbliche, si mobiliterà anche contro la guerra e per cacciare il governo della guerra.
Bisogna coscientemente fare un passo in più, bisogna sviluppare il coordinamento fra tutti gli organismi e le organizzazioni esistenti e svilupparne di nuovi, perché il successo della mobilitazione per cacciare Draghi è strettamente legato alla mobilitazione per imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate.

Tre ostacoli da superare

Sappiamo che ci sono tre ostacoli seri allo sviluppo di massa della mobilitazione che abbiamo illustrato.

Il primo e principale problema è la debolezza del movimento comunista cosciente e organizzato: la situazione impone di fare un salto in avanti nella sua rinascita, ma questo NON dipende solo dalle volontà individuali.
A questo proposito, ci impegniamo a sviluppare i risultati del lavoro iniziato da alcuni mesi sul fronte dell’unità della sinistra (vedi articolo sul Coordinamento Movimenti Popolari a pag. 5) e per l’unità dei comunisti.
Il movimento comunista non rinasce grazie a manovre di vertice fra organizzazioni e partiti, rinasce se nel suo complesso sa – impara a – porsi come dirigente della classe operaia e delle masse popolari nella lotta contro la classe dominante. È una questione di assunzione di responsabilità rispetto al salto storico che l’umanità deve compiere: la responsabilità di promuovere, costruire e dirigere la rivoluzione socialista, di cui la lotta per imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate è parte.

Il secondo problema attiene al fatto che gli organismi operai e popolari che possono assumere il ruolo di avanguardia in questa lotta esistono, ma agiscono ancora in modo scoordinato, procedono in ordine sparso.
A questo proposito ci impegniamo a continuare il lavoro di cura e sostegno affinché tali organismi si rafforzino e sviluppino il loro ruolo fino a diventare le nuove autorità pubbliche che soppiantano le autorità borghesi nel dirigere e organizzare le larghe masse. Le cose cambiano in fretta e anche quegli organismi che oggi sono poco più di embrioni di nuove autorità, possono diventare – e diventeranno – il fulcro della nuova resistenza.

Il terzo problema attiene all’influenza che continua ad avere sugli organismi operai e popolari la sinistra borghese (gli opinionisti, i politicanti e i preti) che persevera, in buona o cattiva fede, nell’affidare il futuro del paese al buon cuore, alla lungimiranza e alla ragionevolezza della classe dominante.
Per gli opinionisti, i politicanti e i preti si tratta di subire un’altra – ennesima – delusione. Per gli organismi operai e popolari che oggi ancora li ascoltano si tratta di prendere atto il prima possibile che la forza, l’intelligenza, la capacità e la possibilità di cambiare le cose risiedono in loro: sono loro la forza capace di trasformare il mondo.

Si fa presto a dire sanzioni!
“Siamo tutti concordi nel condannare la guerra, ma le aziende devono sopravvivere e gli operai bisogna mantenerli”. Parole di uno dei 50 imprenditori del settore delle calzature che a fine aprile sono partiti per Mosca, per partecipare all’esposizione internazionale organizzata da BolognaFiere.
Neanche in questo caso parliamo di pacifisti radicali che sfidano gli ordini della NATO per questioni di principio: si tratta di padroni di piccole e medie aziende che fra raddoppio delle bollette e aumento del prezzo del carburante avevano già l’acqua alla gola e per i quali la perdita di ordinativi equivale al colpo di grazia.
Padroni come questi – e in Italia ce ne sono a centinaia di migliaia – hanno tutto da perdere dalla sottomissione del nostro paese alla NATO.
Fra i pochi a guadagnare dalla guerra sono le grandi aziende che producono armi e, guarda caso, molte sono dirette da uomini del PD: Alessandro Profumo dirige Leonardo-Finmeccanica; Marco Minniti la Fondazione Med-Or, Luciano Violante la Fondazione Leonardo, Fausto Recchia la Difesa Servizi SpA; Nicola Latorre dirige l’Agenzia Industrie Difesa.

*****

La guerra spacca in due il campo nemico. Anche i vertici dell’Esercito
Da una parte, chi si fa fautore dello scontro militare a tutti i costi al seguito della NATO, dall’altra chi crede che sia una soluzione troppo avventata o comunque deleteria per gli interessi nazionali. Riportiamo, in maniera esemplificativa, alcune delle principali dichiarazioni di esponenti del campo nemico che remano contro la politica interventista del governo Draghi:
Generale Marco Bertolini (Il Fatto Quotidiano, 7 aprile): “(Mariupol, ndr) non sarà certo ripresa perché manderemo un po’ di armi ora, quelle servono a mantenere acceso un fuocherello che invece sarebbe bene spegnere, prima di assistere ad altri massacri e prima che si arrivi a farlo con la resa di uno dei due e non con un negoziato “tra” i due. È lo stesso film dell’Afghanistan: quella guerra è durata 20 anni, possiamo permettercelo alle porte dell’Europa?”.
Generale Fabio Mini (Il Fatto Quotidiano, 6 aprile): “Anche tra le forze armate russe, come in quelle americane ed europee, ci sono i fautori della guerra alla “finiamola una volta per tutte” predicata dagli oligarchi statunitensi che assecondano le mire di Biden sul cambio di regime al Cremlino e da quelli russi che vorrebbero lo stesso a Kiev. Ma è tutta gente che non sa fare i conti né politici né militari. Nei fatti, le pretese di questi falchi tralasciano di considerare che il cambio di regime con la forza in questo caso significa l’innalzamento dello scontro militare e il suo ampliamento a livello continentale”.
Generale Leonardo Tricarico (Startmag, 6 aprile): “La no fly zone l’ha invocata Volodymyr Zelensky, però nessuno sapeva ciò che diceva e purtroppo chi queste cose doveva suggerirle non ha sottolineato l’insensatezza di quello che veniva detto. Ecco perché la chiusura degli spazi aerei è una questione che ha tenuto per troppo tempo i titoli dei giornali. Una questione che ha fatto perdere tempo e il senso delle cose”.
Ad ogni posizione pubblica sottendono interessi specifici, non stiamo qui ad analizzarle facendo le pulci alle diverse dichiarazioni. Ci interessa entrare nel merito di un fatto: il governo Draghi e i vertici della Repubblica Pontificia hanno bisogno di una certa collaborazione delle masse popolari per mobilitarle sulla via reazionaria della guerra. Allo stesso tempo devono tenere uniti esponenti e gruppi della classe dominante, delle istituzioni borghesi e della società civile che hanno presa sulle ampie masse.
Tra questi soggetti, c’è anche chi “osa di più” rispetto agli altri, con attacchi diretti contro gli organismi della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti. Ne sono esempio:
Generale Giuseppe Cucchi (Il Riformista, 11 aprile): “Stoltenberg è un segretario della NATO debolissimo, che è stato messo lì unicamente perché era prono ai voleri americani. Quando parla Stoltenberg, è l’America che sta parlando, non è la NATO, in realtà”.
Alessandro Orsini, fondatore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS (Piazza Pulita, 25 marzo):Questo è un conflitto frontale tra Putin, la Russia e l’Europa. L’Italia deve fare tre cose, rompere con l’Unione Europea, fare una dichiarazione ufficiale che abbiamo sbagliato tutti, noi e l’Unione Europea, riconoscere le colpe dell’Occidente e quelle di Putin, deve dirsi disponibile al riconoscimento a guerra in corso del Donbass e della Crimea”.
La rottura con la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti, composta da USA, UE, Vaticano e sionisti, è un passo necessario per qualsiasi governo che non solo voglia scongiurare la guerra, ma sia anche disposto a mettere mano agli effetti peggiori della crisi in corso che l’acuirsi della tendenza alla guerra alimenta. È un passo che non farà il governo della guerra Draghi, ma che può fare un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate:
– fissando i prezzi calmierati delle materie prime e i beni di prima necessità, rompendo col meccanismo della speculazione delle aziende fornitrici di energia elettrica, gas, carburanti, ecc. e allo stesso tempo non partecipando alla politica di sanzioni contro la Russia che porta solo alla politica di impoverimento delle masse popolari;
– bloccando l’invio di armamenti e uomini in Ucraina al comando della NATO e dell’industria italiana di armi e destinando le risorse dell’aumento delle spese militari al 2% del PIL per intervenire sulla disoccupazione crescente e le delocalizzazioni, su una politica energetica pulita, sulla sanità pubblica e gratuita, sull’accoglienza ai profughi di tutte le guerre che la NATO ha scatenato in giro per il mondo, e degli immigrati che sfuggono a una vita di miseria e sfruttamento;
– intessendo relazioni con paesi non allineati alla Comunità Internazionale per avere, a prezzi accettabili e fuori dal ricatto USA del sistema fiduciario del dollaro, le materie prime di cui l’Italia ha bisogno;
– attraverso l’interdizione del suolo italiano alle manovre di guerra NATO (addestramenti, stoccaggio delle armi atomiche, invio di armi ecc.).

10, 100, 1000 iniziative di base per rendere ingovernabile il paese
Rendere ingovernabile il paese non significa solo creare problemi di ordine pubblico (manifestazioni, azioni militanti, ecc.) o impedire la circolazione delle merci e delle persone (picchetti, blocchi, ecc.): significa creare le condizioni per escludere la classe dominante dalla gestione e dal controllo delle attività delle masse popolari. Pertanto, per turbare realmente ed efficacemente l’ordine pubblico, i blocchi delle merci e delle persone si devono combinare con una miriade di altre iniziative il cui fulcro, il nucleo centrale, è la mobilitazione indipendente, autonoma, di un numero crescente di proletari.
Di queste iniziative, le principali sono di otto tipi.
1. Disobbedienza organizzata a leggi e disposizioni, e insubordinazione alle autorità: occorre violare in ogni modo “l’ordine e la disciplina” che la classe dominante cerca di imporre con mille strumenti coercitivi o repressivi per mantenere le masse popolari in una condizione di passiva rassegnazione.
2. Sviluppo di attività di produzione e distribuzione di beni e servizi organizzate su base solidaristica locale. L’economia di guerra verso cui ci trascinano le Larghe Intese comporta che, a breve, scarseggeranno anche i beni di prima necessità (o comunque avranno prezzi proibitivi): l’economia di guerra si combina con gli effetti della crisi generale che sta portando le masse popolari alla miseria, indipendentemente dalla guerra in Ucraina. Iniziative come quelle messe in piedi dalle Brigate volontarie per l’emergenza durante il primo lockdown sono un esempio da riprendere e sviluppare.
3. Appropriazione organizzata di beni e servizi: espropri proletari, campagne di non pagamento di tasse e imposte, autoriduzioni per contrastare l’immiserimento delle masse popolari.
4. Organizzazione di scioperi, anche in violazione di vincoli e leggi antisciopero, e scioperi alla rovescia (esecuzione di lavori socialmente utili, che le autorità si rifiutano di svolgere, con la pretesa del pagamento: non è volontariato!).
5. Occupazioni. Di fabbriche, di scuole, di stabili, di uffici pubblici, di banche, di piazze, ecc.. Il concetto è prendersi spazi di autogestione per sostenere e sviluppare la mobilitazione delle masse popolari.
6. Manifestazioni di protesta e boicottaggio delle attività delle pubbliche autorità. Organizzarsi per violare restrizioni e divieti facendo fronte comune contro la repressione: rifiutarsi di pagare multe e ammende e costruire la rete di supporto attorno a chi si rifiuta di pagarle.
7. Rifiuto organizzato di pagare imposte, ticket e mutui secondo il criterio “non un soldo per la guerra, il governo finanzi la sanità, la scuola, i trasporti pubblici e le case popolari”.
8. Iniziative e azioni degli enti locali (amministrazioni locali in particolare) condotte in modo autonomo, alternativo e antagonista al governo centrale. Quanto più i lavoratori e le masse popolari riescono a imporre iniziative simili alle amministrazioni locali, tanto più l’amministrazione locale diventa punto di riferimento per le masse popolari e può mettere a disposizione impiegati ed esperienza, soldi e strumenti per fare fronte alla situazione.

Sette punti: il programma del Governo di Blocco Popolare

1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale. Nessuna azienda deve essere chiusa.

2. Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi.

3. Assegnare a ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società. Nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato.

4. Eliminare attività e produzioni inutili o dannose, assegnando alle aziende coinvolte altri compiti.

5. Avviare la riorganizzazione di tutte le altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione.

6. Stabilire relazioni di solidarietà e collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

7. Epurare gli alti dirigenti della Pubblica Amministrazione che sabotano la trasformazione del paese, conformare le Forze dell’Ordine, le Forze Armate e i Servizi d’Informazione allo spirito democratico della Costituzione del 1948 e ripristinare la partecipazione universale dei cittadini alle attività militari a difesa del paese e a tutela dell’ordine pubblico.

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