Al contro, dobbiamo aggiungere il per…

Come P.CARC abbiamo partecipato fin dall’inizio alle mobilitazioni contro il Green Pass (GP), in varie città (io personalmente a Milano, dove vivo). In ognuna delle fasi in cui si è sviluppata la lotta abbiamo portato il nostro contributo, che non è stato principalmente di numeri (non siamo tanti), né di mezzi materiali (non siamo ricchi), né di visibilità (non siamo neanche particolarmente famosi).

Il nostro contributo è stato principalmente politico: portare un orientamento, una linea, indicare chiaramente i nemici e in ogni fase gli obiettivi e i passi da fare per raggiungerli. Per fare un esempio concreto, in diverse occasioni ho sperimentato l’importanza di portare la nostra linea di unire vaccinati e non vaccinati nella lotta contro il governo Draghi, per contrastare la tendenza a scadere nella guerra tra poveri, nello scontro tra il lavoratore con la mascherina e quello senza, quello col Green Pass e quello sospeso, che era proprio uno degli obiettivi perseguiti da chi ha imposto l’obbligo del lasciapassare.

Questo non perché siamo più intelligenti degli altri e abbiamo la verità in tasca: l’orientamento, la linea e gli obiettivi che portiamo noi li ricaviamo da una concezione del mondo, a cui come partito ci siamo formati in più di trent’anni di esperienza, di studio, di sperimentazione e lotta per trovare la via che le masse popolari devono percorrere per farla finita con oppressione e sfruttamento e prendere in mano la gestione del paese.

Questa concezione e questa esperienza ci dicono che il movimento NO GP oggi è a una svolta: deve fare un salto di qualità, aprirsi nuove strade, assumere un ruolo superiore, perché, per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, esso si è esaurito.

Come ogni mobilitazione spontanea, anche quella contro il GP si è sviluppata ed è cresciuta fino a che si è scontrata con la necessità di darsi un’organizzazione e degli obiettivi chiari, di fare fronte alla repressione che immancabilmente ci colpisce quando la lotta mette davvero in difficoltà il nemico. Non riuscendo a superare rapidamente questi limiti, la mobilitazione si è esaurita via via che diveniva evidente che la sola protesta non era sufficiente a costringere il governo ad abolire il GP, producendo nuove fiammate ogni volta che la misura veniva inasprita (fino all’obbligo vaccinale per i cinquantenni), ma seguendo fondamentalmente una parabola discendente.

Mentre il movimento spontaneo rifluiva, gli elementi più combattivi, più decisi a lottare, più lungimiranti, hanno però lavorato a costruire l’organizzazione che mancava; hanno ragionato su obiettivi, parole d’ordine, nuove pratiche. Hanno cioè posto le premesse per riprendere la mobilitazione a un livello superiore.

Ora si tratta di capire: come rilanciare e sviluppare la mobilitazione? Cosa fare con l’organizzazione costruita?

Parto dal dire cosa non farci. Non è realistico pensare di costringere il governo Draghi, né altri futuri governi delle Larghe Intese, a realizzare le rivendicazioni per cui il movimento NO GP è sceso in piazza: le manifestazioni degli scorsi mesi, affrontate dalla classe dominante con arresti e denunce, stanno lì a dimostrarlo. Draghi è stato installato proprio per scaricare sui lavoratori gli effetti della crisi. Se fa marcia indietro, se viene meno al suo scopo, perde la sua ragione d’essere. E questo diventa ancora più vero ora che ha portato il paese a prendere parte all’attacco contro la Federazione Russa: il governo non può permettersi nessun cedimento in tempo di guerra.

Nemmeno è realistico pensare di cambiare la situazione affidandosi alle elezioni. Penso che se c’è una cosa che la mobilitazione contro il GP ha insegnato a chi vi ha preso parte è che quella di vivere in uno Stato democratico è solo un’illusione. La realtà è che la classe dominante non si fa nessuno scrupolo a violare ogni norma, legge e principio morale per i propri interessi, e i media non sono altro che strumenti di cui essa si serve per manipolare l’opinione pubblica.

Limitarsi a fare propaganda elettorale, significa lasciare libertà di manovra alla classe dominante per mantenere ancora Draghi al governo oppure puntare su qualcun altro che porti avanti, in modo diverso, le stesse politiche.

L’unica via realistica, per quanto difficile, è mobilitarsi da subito per cacciare il governo Draghi e ogni altro governo simile e imporne uno che sia espressione del movimento popolare. Porsi questo obiettivo e darsi i mezzi per perseguirlo è il salto di qualità che il movimento NO GP deve fare, pena il suo esaurimento e la dispersione di quanto si è costruito.

È compito della parte più avanzata del movimento, quella che vede la necessità di una svolta, mettersi alla testa della lotta per compiere il salto.

È possibile e probabile che questo implicherà il sorgere di contrasti e divisioni nel movimento. È normale, succede ogni volta che si impone un passaggio decisivo: è una situazione frutto della contraddizione tra quello che si era e quello che si deve diventare, tra linea giusta e linea sbagliata. Non bisogna farsi spaventare da questo. Se la parte più avanzata fa il salto, senza timore di rompere l’unità e di perdere i “numeri”, allora indicherà la strada a tutti gli altri via via che la pratica mostrerà la giustezza della direzione imboccata; innescherà un processo che, in prospettiva, ci porterà ad essere più forti e numerosi.


Immagino che chi si trova d’accordo con il ragionamento fatto, ora si chieda: “ok, cacciamo il governo Draghi e imponiamo un governo popolare, ma come si fa?”

Come P.CARC sono circa dieci anni che ci siamo dati la linea del Governo di Blocco Popolare, che studiamo, ragioniamo e sperimentiamo la via per cacciare i governi delle Larghe Intese che si sono succeduti (di cui il governo Draghi è l’ultimo e peggiore esempio) e imporne uno che sia espressione delle masse popolari organizzate.

Abbiamo versato fiumi di inchiostro sull’argomento e in questo stesso numero di Resistenza la questione è trattata ampiamente nell’Editoriale e nell’articolo “Cacciare Draghi adesso!”. Perciò riassumo qui solo gli aspetti principali.

Per cacciare il governo Draghi e ogni altro governo espressione dei poteri forti dobbiamo rendere il paese ingovernabile. Al contempo dobbiamo costruire un’alternativa e imporla. Le due cose sono legate: le masse popolari non devono limitarsi a disobbedire alle misure del governo, ma trovare anche soluzioni alternative. Faccio un esempio: a fronte dei problemi che la pandemia ha fatto esplodere (sanità pubblica allo sbando, terapie intensive intasate, migliaia di morti, ecc.) non è pensabile limitarsi a disobbedire al GP e agli altri obblighi imposti dalle istituzioni: è necessario indicare una via, conforme agli interessi delle masse popolari, per fare fronte ai problemi che il governo ci scarica addosso. Tanto più le masse seguiranno questa via alternativa, tanto più crescerà l’opposizione a Draghi e quindi l’ingovernabilità.

Non si tratta principalmente di costruire grandi manifestazioni e grandi eventi, di far vedere che siamo in tanti. L’esperienza dei mesi passati ha dimostrato che la sola protesta, per quanto grande e prolungata sia, non basta a far cadere il governo.

Si tratta di passare dal mobilitarsi contro (il Green Pass, Draghi, la deriva autoritaria, la guerra) a mobilitarsi per: per misure alternative e un governo che le attui. Significa, anzi tutto, cominciare a concepirsi e agire, dal basso, come autorità di tipo nuovo, autorità popolari. Ogni organizzazione, nel proprio ambito (nella propria azienda, nel proprio quartiere o territorio, nella propria scuola o università), deve elaborare un “programma di governo” alternativo a quello delle autorità e cominciare da subito ad attuarlo nella misura delle proprie forze, dandosi via via i mezzi per farlo a un grado superiore. Bisogna che questo modo di agire e concepirsi si estenda a livello di città, di regione e dell’intero paese, sviluppando il coordinamento con tutti quelli che si organizzano e si mobilitano contro il governo Draghi, la guerra, il carovita, la crisi ambientale, ecc. Dobbiamo mettere a contributo di quest’opera tutti i tecnici, gli esperti, i sindacalisti, i personaggi noti, gli eletti nelle istituzioni che sono disposti a collaborare.

Questo significa concretamente “andare oltre il tema del Green Pass”, come la parte più avanzata del movimento sta già ragionando di fare. Ciò permette di valorizzare il passaggio “naturale” che è già avvenuto: passare dal protestare contro il GP al protestare contro la NATO, la guerra e gli altri effetti della crisi.

Al contro, dobbiamo aggiungere il per.

Mattia B.

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