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Le pensioni in URSS

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Giugno 4, 2022
in Resistenza n. 6/2022
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L’Unione Sovietica fu il primo paese al mondo a garantire il diritto universale alla pensione e a prevedere che la collettività dovesse farsi carico integralmente della vecchiaia dei lavoratori. La norma che introduceva un sistema previdenziale universale fu varata dal governo sovietico, presieduto da Stalin, nel 1932: l’età di pensionamento era di 55 anni per le donne e di 60 per gli uomini. Il suo esempio fu di spinta anche per le conquiste delle masse popolari dei paesi imperialisti, dalla riforma previdenziale del 1942 in Gran Bretagna alla riforma previdenziale italiana del 1969.

In una lettera a l’Unità del 1952 Gelasio Adamoli (comandante partigiano e sindaco comunista di Genova nel dopoguerra) fornisce questa splendida descrizione del sistema pensionistico dell’Unione Sovietica, mostrando la profonda differenza tra la concezione del sistema previdenziale nel socialismo e nel capitalismo:

“Non mi è certo possibile riferire tutti i dati del sistema delle pensioni nell’URSS, poiché si tratta di una complessa casistica che riguarda i diversi gradi di invalidità, le diverse categorie di lavoratori, le stesse qualità individuali dei lavoratori i quali – e ciò avviene solo nell’Unione Sovietica – anche agli effetti della pensione vedono riconosciute le loro particolari capacità di rendimento nel lavoro. Ad esempio un “Eroe del lavoro sovietico” gode di una riduzione di tempo nella maturazione del diritto pieno alla pensione, così come particolari benefici, anche a tale effetto, sono riconosciuti a chi ha combattuto per la difesa della patria come a chi si è applicato a studi superiori.
Così pure il trattamento della pensione è integrato da sgravi di imposte, da riduzioni di tasse scolastiche per i figli e da assegnazioni in natura che vengono ad introdurre ulteriori elementi economici di grande rilievo non contenuti nelle tabelle di pensionamento.
Basterà qui ricordare alcuni principi fondamentali che permettono di misurare quanto profondamente diversa sia la concezione dell’assistenza sociale in un regime socialista nei confronti di un regime capitalista.
Nell’URSS tutte le assicurazioni sono a carico dello Stato, i versamenti vengono effettuati integralmente dalle amministrazioni e dalle aziende per cui tutte le assicurazioni e le altre forme di soccorso di cui godono i lavoratori rappresentano un vero e proprio supplemento di stipendio. Le assicurazioni sociali sono amministrate dai lavoratori stessi, direttamente dai loro sindacati, senza le costosissime costruzioni burocratiche che caratterizzano la nostra organizzazione previdenziale dirette, fra l’altro, alla creazione di veri e propri istituti che investono, talvolta, per fini tutt’altro che sociali, i fondi accumulati con le trattenute ai lavoratori.

Le assicurazioni entrano in funzione dal primo giorno di occupazione del lavoratore, senza alcun periodo preliminare, così come le liquidazioni sono immediate, in modo che il lavoratore abbia la continuità perfetta nella raggiunta situazione economica.
Le percentuali delle pensioni rispetto alla retribuzione – ed è superfluo precisare che le pensioni vengono calcolate per l’intera retribuzione e non su una così detta paga base che, come accade in Italia, costituisce generalmente una parte minima dell’intero salario – variano, ovviamente, secondo l’anzianità e secondo la qualità del lavoro, ma per numerosissimi casi la percentuale è del 100% del salario, limite che non è mai toccato nelle legislazioni dei paesi capitalistici.
La questione di fondo però è che il pensionato sovietico è soprattutto un cittadino sovietico. Come tale egli gode di tutte le infinite provvidenze di cui godono i cittadini sovietici e che lo mettono in condizioni di soddisfare pienamente le fondamentali esigenze di ordine morale e materiale. L’abbandono del lavoro attivo non costituisce affatto una profonda trasformazione della situazione economica e sociale del lavoratore, le condizioni di vita permangono eguali, sicure e serene nella vecchiaia come nella giovinezza e nella maturità”.

Come le altre conquiste che il popolo sovietico ha ottenuto nel periodo della costruzione del socialismo, anche il sistema previdenziale istituito dall’URSS di Stalin è stato travolto dal processo di restaurazione del capitalismo, cominciato con l’avvento dei revisionisti moderni al potere nel 1956 e precipitato con il crollo dell’URSS nel 1991. Profondamente modificato con la legge “sulle pensioni statali” del 1956 e poi con quella sulle pensioni di stato ai contadini del 1964, il sistema previdenziale sovietico è stato definitivamente smantellato da Putin nel 2018, con una riforma che innalza l’età pensionabile dai 60 ai 65 anni per gli uomini e dai 55 ai 60 per le donne, per di piùin un contesto di calo dell’aspettativa di vita.

La riforma voluta da Putin ha però suscitato ampie e decise proteste nel paese, guidate per lo più dal Partito Comunista della Federazione Russa, costringendo il governo ad alcuni passi indietro (l’età delle donne originariamente doveva essere innalzata a 63 anni): la lotta di classe in Russia è tutt’altro che finita e la difesa delle residue conquiste del socialismo è uno dei campi di battaglia in cui essa vive.

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