Nonostante gli ingenti investimenti economici e gli sforzi creativi, il ridicolo teatrino della diversione dalla realtà che la classe dominante mette in scena con il suo stuolo di “nani, ballerine e cantanti” non sortisce gli effetti desiderati.

Per distogliere dalla realtà le masse popolari, la macchina dell’intossicazione ormai coinvolge direttamente i capi di governo, i capi partito, i ministri e i sottosegretari.

Mario Draghi non è certo un incantatore di folle, ma si presta al gioco ben volentieri. Per non dare spiegazione sui motivi per cui il suo governo sta trascinando il paese in guerra su ordine della NATO, ha deviato l’attenzione sull’affermazione “o la pace o il condizionatore”. Ha fatto una figura barbina, ma ha aggirato il problema.

Mulé, il sottosegretario alla Difesa, si è inerpicato oltre la logica, il buon senso e il buon gusto quando ha affermato che la prossima estate bisognerà alzare il condizionatore di almeno due gradi, ma “ogni goccia di sudore sarà una goccia di sangue in meno versato dal popolo ucraino”.

Le dichiarazioni insensate, le provocazioni, le figure barbine, le sciocchezze dette in mondovisione servono a distogliere l’attenzione delle masse popolari dalla realtà, dalle cose concrete.

Perché le cose concrete non svaniscono, sono quelle che anzi contribuiscono a sedimentare esperienza e coscienza fra le masse popolari.

Con le chiacchiere la classe dominante cerca di nasconderle. Abboccare alle chiacchiere è facile (e inevitabile: ne siamo bombardati!), ma sono le cose concrete che determinano se si procede in una direzione piuttosto che in un’altra. Se si progredisce o si regredisce. Se possiamo rilassarci o se, al contrario, dobbiamo combattere. E, se dobbiamo combattere, sono sempre le cose concrete che impongono forme, strumenti, obiettivi e tattiche.

Esse ci dicono che il governo Draghi ha trascinato il paese in guerra e si prepara a imporre l’economia di guerra; che oltre all’aumento delle spese militari – soldi sottratti alla sanità, alla scuola, all’università – i finanziamenti del Pnrr saranno usati per costruire nuove basi (radendo al suolo un pezzo di bosco di San Rossore, a Pisa); che per dare seguito alle “sanzioni contro la Federazione Russa” l’Italia dovrà comprare il gas dagli USA spendendo più del triplo. E, poiché il gas degli USA non basterà, dovrà cercarlo in mezzo mondo (e acquistarlo da paesi i cui governi sono denunciati per violazione dei diritti umani, genocidio, ecc… quando si dice l’ipocrisia!). E, dal momento che neppure questo sarà sufficiente, occorrerà rimettere in funzione le centrali a carbone (e vedrete che qualcuno tornerà alla carica sul nucleare), a dimostrazione che le chiacchiere sulla transizione ecologica sono, appunto, chiacchiere.

Le cose concrete hanno la forma delle bollette che pesano la metà dello stipendio, del pieno all’auto che è diventata bene di lusso, del carovita che ha fatto triplicare il prezzo del pane. Le cose concrete sono la penuria di materie prime, di componentistica per l’industria, di carta per le tipografie, le delocalizzazioni, la disoccupazione, il lavoro precario e a chiamata, i morti e i feriti sul lavoro.

Capite perché Draghi e i suoi compari ci mettono la firma a far schierare l’opinione pubblica sulle idiozie che dicono?

La differenza che passa fra le chiacchiere e le cose concrete è la stessa che passa fra il lamentarsi e l’organizzarsi per dare battaglia. Non è un caso che l’opinione pubblica si divida e si schieri sulla base di ciò che viene detto nei programmi in TV, attraverso i post e i commenti su Facebook e gli altri social network: il malcontento è imbrigliato nel lamento e nella chiacchiera, è ridotto a tifoseria. E finché rimane in quella dimensione, non si traduce in azioni concrete capaci di incidere sulla realtà concreta, sul mondo reale.

Anche in questo caso, però, le cose concrete bussano alla porta, spingono e costringono settori sempre più ampi di masse popolari a passare dal lamento all’azione.

Cosa vuol dire “passare all’azione” o ancor meglio “passare all’attacco”? Istintivamente si pensa allo “scendere in piazza per protestare” e sicuramente questo è un aspetto del discorso. Ma noi, in definitiva, intendiamo una cosa diversa: intendiamo fare in modo che nascano ovunque (nelle aziende capitaliste, in quelle pubbliche, nelle città e nei quartieri) organismi operai e popolari che con la loro azione diventano punto di riferimento per i lavoratori e le masse popolari; organismi che perseverano nella loro attività nonostante le difficoltà che incontrano e nonostante la repressione che subiscono.

Su Resistenza abbiamo parlato spesso (e lo facciamo anche in questo numero a pag. 8) dell’esperienza del Collettivo di Fabbrica (CdF) della GKN di Firenze. Esso è un esempio concreto di ciò che intendiamo per “passare all’attacco”.

Per il modello organizzativo che si sono dati i lavoratori, da cui discendono la linea che hanno tenuto e i risultati che hanno ottenuto, la loro lotta è molto diversa dalle altre centinaia di lotte contro la delocalizzazione delle fabbriche.

Il loro è un modello organizzativo replicabile ovunque, nelle aziende capitaliste, nelle aziende pubbliche, nei territori, ecc. Esso consiste:

1. nel riunire nell’organismo tutti coloro che vogliono darsi da fare indipendentemente dall’appartenenza sindacale o dall’idea politica: il Collettivo di Fabbrica è espressione democratica di tutti i lavoratori, non è l’equivalente di una rappresentanza sindacale (RSU). Anzi, il CdF lavora a stretto contatto con le RSU proprio in ragione del fatto che è una struttura diversa, plurale, libera;

2. nel curare, con gli strumenti a disposizione, tutti i lavoratori che vi partecipano, nel formarli all’attività sindacale e alle attività specifiche del CdF. Il Consiglio di Fabbrica sostiene tutti i lavoratori in quanto lavoratori, in quanto parte di una comunità ben definita in cui le condizioni di un individuo sono strettamente legate alle condizioni del collettivo;

3. nel curare le condizioni per dare al CdF continuità. Il Consiglio di Fabbrica non si è formato quando è arrivata la notizia della chiusura dello stabilimento: esso esisteva da tempo e agiva in modo indipendente dall’iniziativa del padrone. Anzi, proprio perché esisteva da prima, ha operato per tutto un periodo per prevenire le mosse del padrone;

4. nell’occuparsi della fabbrica. Un organismo stabile che “si occupa della fabbrica”, può facilmente – e deve – occuparsi anche di quello che succede fuori e intorno alla fabbrica, può e deve stringere relazioni con i lavoratori di altre aziende, con i movimenti popolari, con gli studenti, ecc.;

5. nell’imparare a mobilitare tutti e nell’avvalersi del contributo di tutti. E “al momento del bisogno” chiamare tutti “a insorgere”, raccogliendo la solidarietà e la disponibilità di quella comunità che nel corso del tempo si è costituita e che nella mobilitazione si rafforza.

“Passare all’azione”, “passare all’attacco”, significa prima di tutto costruire organismi operai e popolari simili al CdF della GKN (che a sua volta è un organismo simile a quelli che erano i Consigli di Fabbrica degli anni Settanta). Non vuol dire “fare esattamente ciò che hanno fatto gli operai della GKN”, perché ogni situazione ha le sue particolarità. Vuol dire creare organismi che assumano quel ruolo.

Organismi simili non dobbiamo crearli da zero. Ci sono già decine – e forse centinaia – di organismi operai e popolari con caratteristiche simili a quelle del CdF della GKN. Bisogna che sviluppino la loro azione al massimo grado di cui sono capaci e che le condizioni consentono. Il Movimento NO TAV, il Movimento NO MUOS, il CALP di Genova, sono esempi di organismi similari fra i più rappresentativi.

Se un solo organismo operaio è stato capace di respingere la delocalizzazione della fabbrica; di suscitare una mobilitazione diffusa e capillare in tutto il territorio fiorentino; di promuovere assemblee in tutto il paese (Insorgiamo tour); di indire due manifestazioni nazionali fra le più partecipate degli ultimi anni senza avere il sostegno dei sindacati di regime (18 settembre 2021 e 26 marzo 2022); di mobilitare tecnici e studiosi per elaborare un piano per la mobilità sostenibile e la conversione della fabbrica; di formulare una proposta di legge contro le delocalizzazioni… allora cosa potrebbero fare 5, 10, 15 organismi simili a questo? E cosa potrebbero fare se si coordinassero fra loro? Se elaborassero un piano d’azione comune?

La risposta a queste domande è fatta di “atti concreti”, che sono alla nostra portata, che sono possibili e possono trasformare la realtà.

La classe dominante sta portando il paese e il mondo intero alla rovina. Nel frattempo i suoi caporioni parlano di condizionatori in conferenza stampa, come Draghi, o salutano persone immaginarie al termine della conferenza stampa, come Biden.

Compagni e compagne, non perdiamoci dietro alle chiacchiere per denigrarli o deriderli. Organizziamoci!

Organizziamoci per cacciare Draghi e il suo governo che stanno trascinando il nostro paese nella guerra USA-NATO contro la Federazione Russa. Una guerra economica e militare le cui conseguenze gravano già sui lavoratori e sulle masse popolari: caro bollette, carovita, perdita di posti di lavoro. Cacciamo il governo della guerra e dell’asservimento alla NATO e alla UE, della chiusura delle aziende, dei morti sul lavoro, della privatizzazione dei servizi pubblici e della devastazione dell’ambiente!

Organizziamoci per costituire un governo di emergenza popolare che traduca in leggi le soluzioni indicate dagli organismi operai e popolari e dia attuazione alla Costituzione del 1948 attraverso:

– la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese,

– il divieto di ogni iniziativa economica privata che sia in contrasto con l’utilità sociale e rechi danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana,

– il rifiuto della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

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