CUB Pirelli e CdF della Breda (Sesto S. Giovanni-Milano) – Intervista a Michele Michelino

Il 21 aprile è morto il compagno Michele Michelino. Lo salutiamo facendo conoscere l’esperienza del CUB della Pirelli di Milano Bicocca e del Consiglio di Fabbrica della Breda di Sesto San Giovanni di cui è stato uno dei protagonisti e che ci ha raccontato in questa lunga intervista, certi che servirà a formare e rafforzare nuove leve di operai comunisti. Lo salutiamo con un impegno, come abbiamo fatto nel 2017 ai funerali di Gianni Maj, operaio comunista promotore del CdF della Philco di Bergamo: l’impegno a portare a compimento la lotta a cui Michele Michelino ha dedicato la sua vita, la lotta per l’emancipazione della classe operaia e delle masse popolari tutte dallo sfruttamento economico, dall’oppressione politica e dall’arretratezza culturale, la lotta per farla finita con la barbarie del dominio della borghesia imperialista, la lotta per instaurare il socialismo nel nostro paese.

Come nascono i Comitati Unitari di Base (CUB) e i Consigli di Fabbrica (CdF)? Come erano organizzati e cosa facevano?

Per rispondere a questa domanda, occorre innanzitutto spiegare il contesto storico nazionale e internazionale in cui questi organismi sono nati.

Io ho assistito alla nascita del CUB alla Pirelli nel 1968 perché lavoravo lì già dal 1966.

Un anno prima, nel 1967, Che Guevara era stato assassinato. La sua morte ebbe una grande eco anche in fabbrica: alcuni compagni del PCI organizzarono delle proteste per denunciare l’omicidio e l’imperialismo americano, proteste a cui io ho aderito. Tieni conto che allora avevo appena 16 anni e non sapevo neppure chi fosse Che Guevara.

Nel 1968 era in corso la guerra nel Vietnam con gli americani che bombardavano ogni giorno e sempre quell’anno ci fu il maggio francese.

Erano gli anni del boom economico, ma i salari degli operai in Italia erano tra i più bassi d’Europa. Iniziarono quindi le lotte per equiparare i salari al costo della vita o quantomeno per avvicinarli a quelli europei. Cominciarono i grandi scioperi come quello della gomma e quello dei metalmeccanici nel 1969, che culminarono nell’Autunno caldo.

All’epoca il PCI aveva già preso una piega riformista, ma tra i suoi dirigenti c’erano ancora dei vecchi quadri della Resistenza, quindi era sì riformista, ma conflittuale verso il padrone. La stessa cosa avveniva per la CGIL, mentre CISL e UIL erano completamente filopadronali. Faccio un esempio. A quel tempo a tutti i lavoratori veniva messo in busta paga un assegno che corrispondeva alla quota della tessera sindacale ed erano poi i lavoratori a decidere se spendere quei soldi come parte del salario oppure versarli al sindacato di appartenenza. Se volevi darli alla CGIL dovevi però metterli in una cassetta rossa fuori dalla fabbrica e farlo sotto gli occhi delle guardie, mentre CISL e UIL la cassetta ce l’avevano all’interno, al riparo da occhi indiscreti. Questo, naturalmente, serviva al padrone a capire chi era della CGIL, a discriminarti, anche se la CGIL era il sindacato maggioritario.

Il CUB Pirelli nasce da un gruppo di lavoratori che non si riconoscevano più né nei partiti né nei sindacati nonostante molti di loro fossero ancora iscritti ad essi. Tieni conto che in fabbrica c’erano tutti i partiti: la DC, il PCI, il PSI, i socialdemocratici, il PSIUP. C’erano pure i fascisti anche se in forma non organizzata perché non erano ben visti dagli operai e non osavano esprimere in modo aperto le loro posizioni.

Uno dei gruppi maggioritari del CUB era costituito da militanti alcuni fuoriusciti dal PCI, altri di Avanguardia operaia (di origine trotskista), ma dentro c’erano militanti di un po’ tutti i partiti… alcuni in seguito hanno aderito alle Brigate Rosse. La cosa importante è che il CUB Pirelli aveva 5 o 6 capi nei reparti più nocivi e in quelli più combattivi, quindi  riuscivano a mobilitare tutti i lavoratori. Quando si decidevano gli scioperi, questi partivano dai loro reparti per andare negli altri e fermare la produzione. Facevano “le spazzolate”, i cortei interni che si ingrossavano sempre di più e poi si usciva e si andava a fare la manifestazione fuori della fabbrica.

Il CUB entra subito in contrasto con la CGIL, la CISL e la UIL nonostante molti lavoratori del CUB fossero iscritti a questi sindacati. Allora c’erano le Commissioni Interne che dicevano di rappresentare gli operai, ma non erano elette da essi. I sindacati decidevano chi metterci. Non erano organismi veramente di massa. Le commissioni interne erano quelle delegate a trattare le condizioni dei lavoratori con i padroni.

Nel 1968 il CUB Pirelli su alcune iniziative raggiunge un’unità con gli studenti. Allora c’era il movimento studentesco di Mario Capanna, con cui si crea un rapporto abbastanza stretto. Ricordo che ci invitavano spesso all’università statale dove si tenevano assemblee oceaniche, anche se meno oceaniche di quelle della Pirelli. Noi eravamo 12.000 operai, facevamo le assemblee nel campo sportivo, loro nell’aula magna dell’università. A volte le facevamo alternate perché non ci stavamo tutti.

Nelle assemblee con gli studenti di cosa si discuteva?

Allora gli studenti facevano riferimento alla classe operaia che deve dirigere tutto. Ricordiamoci che c’era la Cina, Mao; io nel 1968 giovanissimo avevo aderito all’UCI, l’Unione dei Comunisti Italiani marxisti-leninisti e facevo parte anche del CUB Pirelli. Si ragionava tutti insieme degli interessi dei lavoratori.

Il CUB Pirelli riuscì ad organizzare alcuni scioperi in particolare sulla questione della sostanze nocive per la salute, che riguardava in particolare alcuni reparti dove il rischio era altissimo. In questi reparti si trovavano gli operai più combattivi perché in ballo c’era la loro di salute e avevano una ragione in più per lottare: qui si lavorava su tre turni, anche la notte e il sabato; si facevano 48 ore prima del 1969.

Molti operai erano pendolari, arrivavano da Bergamo, Brescia, da tutto l’hinterland milanese, quindi oltre alle otto ore di lavoro dovevano pure passare due ore sui mezzi di trasporto. Parliamo di gente che si alzava alle 3:30-4:00 per entrare in fabbrica alle 6:00. Questa era la situazione generale.

Quando nel 1968 il CUB cominciò ad avanzare le sue rivendicazioni sulla questione della nocività e del salario dicendo che i sindacati non facevano abbastanza, riuscimmo addirittura ad organizzare alcuni scioperi con l’aiuto degli studenti. Tieni conto che la Pirelli aveva sei portinerie e dovevi fare i picchetti a sei portinerie, non era una cosa facile, ci voleva tanta gente.

Come ho detto prima i veri leader della CUB erano 6-7 operai: questi avevano molto carisma e trascinavano tutti gli altri.

Cosa producevate alla Pirelli?

Alla Pirelli si facevano gomme per macchine, camion, aerei, tessuti, cavi elettrici. C’erano due settori: il settore gomme e il settore cavi. Però era un’unica fabbrica, con una mensa unica e anche mense di reparto perché eravamo tanti operai. Tieni conto che non era come oggi: allora giravano le guardie in fabbrica, non potevi andare al bagno, non potevi fumare in bagno; se venivi beccato ti davano la multa. C’era un clima da galera.

Quando uscivi dalla fabbrica, e in questo si vedeva la violenza del padrone, ogni tanto ti fermavamo e ti perquisivano davanti a tutti; a volte capitava che ti dimenticavi in tasca un cacciavite o una vite, e se ti trovavano qualcosa ti licenziavano.

Questo fino al 1969, poi con lo Statuto dei lavoratori le cose sono cambiate.

Tra il 1968 e 1969 il CUB è riuscito anche ad organizzare degli scioperi nonostante gli ostacoli posti dalla CGIL, CISL e UIL e da tutti i partiti compreso il PCI. Spesso, in particolare con il PCI, si veniva alle mani; loro ci chiamavano anticomunisti, extraparlamentari, e via dicendo.

Ricordo che una volta venne in fabbrica la TV e il CUB mi incaricò di parlare. Io ero il membro più giovane e quando uno è giovane anche la dialettica è “giovane”: dissi semplicemente che quelli del PCI sono servi e leccaculo del padrone. Quando tornai a casa mia madre mi disse di non farmi vedere da mio padre che era inviperito, perché aveva visto l’intervista in televisione: mio padre era del PCI e lavorava alla Siemens, mia madre era stata mondina e staffetta partigiana. Mi tenni alla larga da casa mia per una settimana. Le contraddizioni esistevano in casa, come fuori.

Il mio “battesimo”, l’evento che mi ha cambiato la vita, lo ebbi quando entrai in fabbrica, nel 1966. Dopo appena un mese, vidi il mio primo morto sul lavoro: per questo ancora oggi ho il pallino della sicurezza sul lavoro.

Mentre lavoravo, un operaio edile che era sul tetto del capannone cadde in mezzo al reparto e morì a pochi metri da me per un cedimento della struttura.

Ho ancora davanti l’immagine di questo lavoratore morto, con un rivolo di sangue che gli usciva dalla bocca, non aveva altri segni sul corpo. Tutti scappavano, gli misero un telo sopra e lo lasciarono lì. Ricordo che il capo reparto voleva che si continuasse a lavorare, ma gli operai si fermarono e lo mandarono affanculo. Questo nonostante in fabbrica ci fosse una gerarchia molto forte che si vedeva anche dal colore dalle tute: bianche per chi lavorava la gomma, grigie per gli addetti ai cavi, gialla per gli assistenti e i tecnici, mentre i capi reparto portavano il camice nero.

Questo fatto mi …(Michele si commuove – ndr) segnò molto. Ho visto altri infortuni gravi in seguito e queste sono cose che ti segnano.

Questo nel 1966. Nel 1967 come ho detto accaddero eventi importanti; io avevo tanti contatti, forse se avessi incontrato prima Lotta Continua magari avrei aderito a quella e non al CUB. Avevo 16 anni, le scelte allora erano emotive; solo in seguito diventano consapevoli. Ma sento che feci comunque di una scelta di classe: capivo istintivamente da che parte stare, capivo chi stava con il padrone e chi erano i suoi leccaculo e complici. Sapevamo che il CUB stava da una parte della barricata e tutti gli altri dall’altra.

Il CUB acquisì importanza e venne riconosciuto da tutti. Il PCI e i sindacati allora avevano perso solo in parte il controllo del movimento operaio, perché comunque loro erano organizzati in tutti i reparti, mentre il CUB lo era solo in alcuni. Poi successe un fatto importante perché nel 1970 lo Statuto dei lavoratori riconobbe i Consigli di Fabbrica, e questi nacquero anche alla Pirelli. Ma se i CdF furono una forma importante di organizzazione operaia laddove questa non esisteva, in posti come alla Pirelli o in altre fabbriche dove già erano presenti comitati di lotta o CUB, essi determinarono una regressione. Detto così sembra una sciocchezza, ma ti spiegherò il perché.

Quindi nascono prima i CUB e poi, su spinta dei CUB, i CdF?

I CdF nascono dalla legge Brodolini, fatta da PCI e PSI1.

I comitati di lotta nascono invece, come detto, nel 1968-1969 contro i partiti ufficiali e i sindacati perché ritenevano che non difendessero le condizioni dei lavoratori. In molte fabbriche come la Rumianca a Cagliari, l’Italsider a Napoli, ecc. c’erano questi gruppi organizzati, riconosciuti dagli operai, che riescono a egemonizzare la fabbrica e a conquistare un seguito. Il PCI e i sindacati continuano ad avere la maggioranza, ma cominciano ad essere in difficoltà.

Voglio ricordare che nel 1970 noi del CUB, e non solo noi, votammo contro lo Statuto dei lavoratori, perché regolamentava la lotta di classe. Fino ad allora noi eravamo liberi anche di fare degli scioperi, pur non essendo un sindacato. Lo Statuto dava a chi non era già organizzato la possibilità di farlo, ma per chi lo era già fu un problema,

Da noi, alla Pirelli, dove il CdF era di 300 persone (un delegato ogni 50 lavoratori) successe che il PCI e tutti gli altri partiti e i sindacati riuscirono a fare eleggere i loro delegati e ad avere la maggioranza mentre gli operai combattivi, chiamiamoli così, i capi riconosciuti del CUB, che erano solo in alcuni reparti, erano stati sì eletti nel Consiglio di Fabbrica – fui eletto anch’io – ma costituivano la minoranza. Non contavamo niente, e quando come CUB facevamo gli scioperi (eravamo 20 delegati su 300) ci dicevano che eravamo frazionisti, che non rispettavamo la democrazia operaia. Dicevano che doveva decidere il Consiglio di Fabbrica, perché i 300 delegati erano in mano loro.

Quindi mentre prima i lavoratori ti venivano dietro perché tu eri quello che lottava, ora dicevano che eravamo in minoranza e che a decidere doveva essere la maggioranza. Questo per farti vedere la dialettica tra le cose. I CdF hanno regolamentato le lotte: ora contava chi aveva più uomini. La legittimità non te la conquistavi più con la lotta, ma te la dava l’organismo legittimato ad indirla, il CdF o il sindacato. È importante capire queste cose.

Nel 1969 la bomba di piazza Fontana cambia tutto. Fino a qualche giorno prima la parola d’ordine del PCI – non quella del sindacato – quando si facevano le manifestazioni operaie, quella che compariva sugli striscioni, era “per il socialismo”. Dopo la bomba il nemico diventa il terrorismo fascista. Gli striscioni cambiano, cambiano le parole d’ordine. Non più “per il socialismo” ma “contro il terrorismo per le riforme di struttura”, ovvero bisogna difendere questa società, cambiarla con delle riforme di struttura.

Il PCI e la CGIL da riformisti conflittuali diventano riformisti collaborativi. Cambia proprio il ruolo del PCI e del sindacato.

Eravamo in contesto storico generale dove continuava la guerra in Vietnam, la rivoluzione cubana resisteva, la Cina faceva passi da gigante. Nel 1973 un gruppo di lavoratori, studenti, ecc. tra cui l’Unione dei Comunisti Italiani, fu invitato dal Partito comunista cinese (PCC) in Cina e io ebbi la fortuna di far parte dei 13 che partirono. Si era in piena Rivoluzione culturale, Lin Piao2 aveva cercato di scappare in Russia e l’aereo su cui viaggiava fu abbattuto. Ho ancora in casa la copia de Il Quotidiano del Popolo (Renmin ribao), organo di stampa del Comitato Centrale del PCC, che racconta questo fatto. Me lo feci tradurre.

Stavamo in un albergo in piazza Tienanmen, e ricordo che vedevamo ogni giorno manifestazioni enormi sia a favore che contro Mao. Abbiamo visitato le comuni, le università. Ci avevano sconsigliato di uscire da soli proprio per le manifestazioni che si tenevano ogni giorno, ma siamo andati comunque in giro la sera e spesso ci trovavamo intorno molti bambini che ci gridavano parole di cui solo dopo abbiamo saputo il significato: “diavoli stranieri”.

Abbiamo incontrato molti albanesi del Partito comunista d’Albania, molto in sintonia con il PCC contro i revisionisti, così come molti coreani, che avevano vinto contro l’Italia ai mondiali di calcio d’Inghilterra nel 1971, e che ci schernivano. In Cina c’erano comunisti di tutto il mondo. Ricordo un vecchio compagno cinese che quando facevamo le riunioni ufficiali non parlava mai, ma quando dicevamo una cazzata apriva l’occhio, parlava all’orecchio di uno che poi ci chiedeva perché dicessimo certe cose.

Avevano un grande rispetto per l’Italia, per la lotta di Liberazione e per il PCI, nonostante le divergenze. Abbiamo girato molto in Cina, in ogni albergo ho trovato giornali di tutto il mondo e in uno anche Nuova Unità, l’unica rivista da loro riconosciuta. Ho avuto la fortuna di conoscere Chiang Ching3 e compagni vietnamiti, cambogiani, palestinesi.

Sono tornato molto gasato da questo viaggio.

Ma torniamo al 1969, prima della strage di piazza Fontana. Nel mese di ottobre, se non erro, gli operai della Pirelli occuparono per tre notti e tre giorni il grattacielo Pirelli perché era in corso una lotta degli operai delle gomme. Fu chiamata le celere di Padova per sgomberarli e furono i dirigenti del PCI e della CGIL a dire ai lavoratori di mollare perché altrimenti sarebbe stato su un massacro. Ma gli operai non mollavano. Basilisco, al tempo vecchio compagno del PCI capo della CGIL, non voleva mollare. Gli operai divelsero le aste del cancello e respinsero i carabinieri. Riuscirono ad ottenere quello che volevano. In quell’occasione i vecchi dirigenti del PCI e della CGIL erano stati d’intralcio e dopo la strage il gruppo di testa della CGIL cambiò.

A febbraio marzo 1970 partii per la leva. In quel periodo avevo un rapporto conflittuale, ma rispettoso con quelli del PCI. Al mio rientro in fabbrica dal servizio militare, nel 1971, trovo un tizio che teneva i ritmi di produzione: era Sergio Cofferati, uscito dal Movimento Lavoratori per il Socialismo. Lui e altri della stessa pasta andarono a formare il gruppo dirigente della CGIL prendendo il posto di Basilisco e degli ex partigiani.

Nel 1972 si spacca il CUB e nasce l’assemblea operaia in Pirelli; Avanguardia Operaia si spacca.

Nel 1974, esplode la bomba in Piazza della Loggia a Brescia. Ci sono dei tentativi di sciopero nelle fabbriche, e alcuni riescono anche, ma in generale non bisognava disturbare troppo i padroni, pure se le proteste erano giuste. In Pirelli ci furono scioperi e cortei in alcuni reparti.

Ma faccio un passo indietro. Nel 1973, se non sbaglio, venne Nixon in Italia e tutta Milano si mobilitò contro gli imperialisti USA. Mentre stavamo attaccando dei manifesti fummo fermati e portati in questura per una notte: avevano portato dentro circa un centinaio di compagni.

Erano anni in cui i fasci giravano molto e bisognava stare attenti quando si andava in giro la sera: a me una volta a Cinisello, hanno spaccato due dita e mi è andata anche bene, qualcuno purtroppo è morto. Erano tempi in cui si andava in giro armati.

Allora gli operai avevano un ruolo e un grande senso appartenenza e non a caso la parola d’ordine era “la classe operaia deve dirigere tutto”. Tutti facevano politica, credevamo in tanti di poter trasformare la società, eravamo veramente molto attivi. C’era sicuramente un contesto internazionale che aiutava, e quando nel 1975-1976 gli americani furono sconfitti in Vietnam fu un’altra grande boccata d’aria fresca. Poi morì Mao, e cominciò il cambiamento anche in Cina.

Nel 1969 la Pirelli, per prima in Italia, fa una mossa che lasciò tutti di stucco: propose il cosiddetto “decretone” che prevedeva una riduzione di orario a 40 ore settimanali a parità di salario in cambio di una maggiore flessibilità sugli impianti. Allora si lavorava su 5 giorni pieni, il sabato mezza giornata e la domenica si stava a casa. Pirelli fece la proposta di lavorare 6 giorni su 6, riducendo l’orario a 6 ore al giorno e a 4 ore il sabato, 40 ore anziché 48. I lavoratori,  sorprendendo tutti i benpensanti dei salotti della buona borghesia milanese e parte dei sindacalisti bocciarono la proposta, erano tutti contrari. Ma, ti chiederai, perché i lavoratori non accettavano di lavorare meno a parità di salario?

Come ti dicevo all’inizio moltissimi operai arrivavano da fuori con i pullman della fabbrica e i pullman non sempre c’erano, quindi anche se finivi prima di lavorare dovevi stare comunque due ore fuori la fabbrica ad aspettare. In soldoni la questione era: se tu, padrone, non organizzi le cose in modo che i lavoratori possano tornare subito a casa li derubi di ore della loro vita. Per questo il “decretone” venne respinto: gli operai preferivano lavorare otto ore durante la settimana e stare a casa il sabato.

Il CUB, ma anche il CdF, che legami avevano con l’esterno, ad esempio con i comitati di lotta per la casa?

Le prime occupazioni di case vennero fatte dagli operai della Breda, in viale Sarca. Gli immigrati meridionali che venivano qui a lavorare – come succede anche oggi agli immigrati stranieri – dormivano nelle macchine o in dieci in una casa anche perché avevano le famiglie al seguito. Le prime occupazioni furono fatte proprio dagli immigrati e i lavoratori li sostenevano, anche perché erano compagni di lavoro, erano negli stessi reparti, si conoscevano, c’era solidarietà. Il legame con la società e con il movimento di occupazioni per la casa si sviluppava perché erano gli stessi operai che fuori dalla fabbrica avevano questo problema.

Sulla questione delle nocività, come vi muovevate?

Sulla questione nocività c’era una parola d’ordine che girava in quegli anni, che valeva per tutte le fabbriche, per la Pirelli come per la Breda o l’Alfa Romeo. A chi faceva lavori nocivi non venivano dati i dispositivi di protezione individuali o collettivi: chi lavorava nel reparto della Pirelli dove si dava il colore nero alle gomme e in cui si sviluppava molta polvere, fumo e amianto, si metteva a protezione un foulard in viso. Quando uscivi da quel reparto eri nero, e stava a te trovare il modo di salvaguardarti un minimo. Quindi il problema della nocività era molto sentito in tutti i reparti. La parola d’ordine era che  “la nocività si elimina, la salute non si paga”. Cosa faceva infatti il padrone? Ci dava mezzo litro di latte, perché allora si diceva che il latte lava via le sostanze cancerogene, e generalmente ti dava “la paga di posto” cioè una paga un po’ più alta. Non ti diceva, certo, che quella sostanza ti faceva morire e i lavoratori si tutelavano come potevano, con i foulard.

Poi con le lotte si ottenne che le tute non si portassero più a casa, ma si lavassero in azienda; si spuntarono delle pause per respirare aria pulita; furono adibiti appositi spazi per i fumatori. Sul problema della nocività i lavoratori si sono mobilitati parecchio perché non è vero che gli operai hanno guardato solo e sempre al salario, anche perché il problema della nocività e del lento massacro dei lavoratori, che deriva dallo sfruttamento in fabbrica, sono nati assieme al movimento operaio.

In quegli anni il sindacato e il PCI portavano avanti un’altra linea che era quella di monetizzare la salute: “per non ostacolare la produzione, la produttività e il profitto, facciamo in modo che questi lavoratori continuino a lavorare a rischio della loro salute, dandogli qualche soldo in più”. Questa era la posizione dei sindacati. Su questo il CUB portò avanti delle grandi lotte.

I CUB, i comitati di lotta, le assemblee operaie erano un po’ ovunque. Come funzionavano e di cosa si occupavano?

Le riunioni erano assembleari, ci si trovava tutti e si partiva dai problemi concreti della fabbrica. Quando c’era il contratto nazionale o quando c’erano provvedimenti del governo che andavano a toccare le condizioni degli operai, come il fisco o i contributi si parlava delle questioni nazionali. Il ragionamento non era solo su questioni sindacali, ma sulle questioni politiche più generali. Devi tener conto anche del contesto internazionale di cui ti ho parlato: si sviluppavano dibattiti anche sulle questioni internazionali e si prendeva a mo’ di esempio anche quanto accadeva in altre fabbriche in America, Francia, Germania e via dicendo; avevamo anche dei rapporti con i lavoratori di altri paesi.

Il centro di questi comitati era a Milano?

Il primo CUB è nato alla Pirelli, poi però nacquero comitati di lotta in tutte le grandi fabbriche italiane.

Puoi dirci qualcosa rispetto al CdF della Breda?

Dopo la Pirelli sono entrato in un’altra fabbrica, la Cesare Bertolaia. Eravamo 300 operai e abbiamo organizzato un comitato di lotta: 11 dei 12 delegati del CdF erano membri del comitato di lotta. La fabbrica venne chiusa un anno dopo.

Arrivai, quindi, alla Breda nel luglio del 1976, e qui ho lavorato 23 anni. Sono entrato in Breda nel 1974 insieme a Mosca e Cipriani, capo del CUB ed ex deputato di Democrazia Proletaria, un personaggio coerente. Anche se avevamo delle divergenze ci rispettavamo molto.

Nel 1976 ci fu il disastro di Seveso4 e l’uccisione di Walter Alasia5. Su quest’ultimo fatto si sviluppò un acceso dibattito. Per l’uccisione dei due poliziotti, i sindacati proclamarono uno sciopero contro il terrorismo in tutte le fabbriche di Sesto S. Giovanni. Io e altri due compagni facemmo un manifesto con scritto: “Né una lacrima né un minuto di sciopero per i servi dello Stato”. Ero giovane, ma è una cosa che rifarei. Tutti fecero sciopero, noi no. Io e altri due compagni non aderimmo; andammo dal capo e gli dicemmo che ognuno piange i suoi morti e che se proprio dovevamo piangere qualcuno, allora avremmo pianto Alasia; che non avremmo scioperato e non saremmo usciti dalla fabbrica. Al rientro degli altri operai in fabbrica, fummo presi di mira, ci urlarono “brigatisti di merda”, ecc. Mi venne vicino uno del PCI e disse: “Ricordati brigatista di merda…”. Al che, visto che non c’era nessuno nelle vicinanze, gli risposi: “Io non sono un brigatista, ma una pallottola per te ce l’ho”.

Fui espulso dal sindacato e per due anni nessuno mi parlò più. A noi tre ci misero in turni separati, furono due anni duri. Se qualcuno veniva a parlarci, quelli del PCI gli dicevano di allontanarsi; se in mensa mi sedevo al tavolo dove c’erano altri operai, questi si alzavano e andavano a mangiare altrove.

Poi, però, siccome io ero l’unico che capiva di buste paga, finii per essere preso come riferimento dagli operai. Quando sbagliavano le buste paga io prendevo e andavo su in Direzione, prendevo il permesso, oppure fuori l’orario di lavoro. Andavo su in direzione e dicevo: “No, guardate che qui avete sbagliato, non avete pagato l’indennità, non avete pagato questo” e così tutte le volte. Andavo su ogni volta che non ci pagavano, che derubavano gli operai, e allora gli operai mi aspettavano al cesso per non farsi vedere da nessuno, vedevano quando andavo al cesso e ci andavano anche loro. Questa devo dire che è stata una cosa importante. Lo dico sempre ai compagni che bisogna interessarsi anche di queste robe perché assumi un ruolo agli occhi degli operai… tanto è vero che io due anni dopo sono stato eletto nel CdF, nonostante mi abbiano fatto la guerra. Io sono stato buttato fuori dal sindacato con l’accusa di terrorismo… non è una cosa bella in una fabbrica dove la maggioranza è fatta da membri del PCI.

Però gli stessi operai mi hanno eletto delegato in quel reparto dove il PCI era forte. Di tre delegati, due erano del PCI e poi c’ero io. Hanno rifatto l’elezione tre volte per cercare di farmi fuori, ma tutte le volte venivo eletto e loro diventavano rossi… Poi siccome io facevo anche i 730 durante le pause operaie, quando intervenivo nelle assemblee e criticavo il PCI e il sindacato, gli operai dicevano: “cazzo se lo dice lui, sarà senz’altro vero”. Insomma, avevo assunto un ruolo.

Questo è il motivo per cui, nonostante le perquisizioni, non mi hanno mai arrestato e quando hanno arrestato dei compagni noi abbiamo sempre fatto sciopero per difenderli, perché anche chi non è d’accordo con te politicamente però ti rispetta e sa che non sei un ciarlatano, che se dici una cosa è perché la sai. Se tu intervieni sui problemi concreti dei lavoratori acquisti la loro fiducia, non sei quello che fa il grillo parlante, ma poi… Allora c’era Lotta Comunista che faceva sempre grandi discorsi e poi quando c’era da votare la piattaforma votava sempre a favore, perché secondo il loro ragionamento il sindacato è la casa degli operai e si deve rimanere uniti.

Puoi darci una tua valutazione rispetto all’esaurimento dell’esperienza di grande attivismo di quegli anni?

Io ritengo che la maggioranza di coloro che hanno vissuto quella stagione volevano cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato loro perché poi sono arrivati nei gangli del potere, chi a livello giornalistico, chi a livello politico, chi a livello sindacale. Se ti racconto chi c’era con me in quegli anni, che voleva fare la rivoluzione…

Hai presente il sondaggista Renato Mannheimer? Lui era dell’Unione dei Comunisti e c’era pure la sua compagna, un’altra che è diventata onorevole! C’era tanta gente che poi si è piazzata, adeguata, uniformata; tanta gente che ha cambiato qualcosa per non cambiare niente. Tanta gente ha sacrificato la propria coerenza all’opportunismo e si è accomodata.

Quando lavoravo in fabbrica sia alla Pirelli, sia alla Breda, io ero l’unico delegato nel CdF che ha sempre lavorato in squadra. Per scelta non ho mai voluto staccarmi dalla squadra. Gli altri delegati sindacali si permettevano di non lavorare, di starsene tutto il giorno nel CdF perché, come sai, a seconda di quanti lavoratori ci sono in una fabbrica, c’è un monte ore sindacale di cui si può disporre. Parliamo di due o tre ore a seconda dei contratti per ogni lavoratore, che sono migliaia di ore di cui puoi usufruire per staccarti dalla produzione per attività sindacali. Molti delegati usano questi permessi per farsi i comodi loro. Io non l’ho mai fatto perché volevo vivere la condizione degli altri miei compagni di lavoro. Se io mi stacco perché ho altre cose da fare non posso più dire di essere come gli altri perché in realtà sono un privilegiato. E infatti molti dei delegati sindacali si sono laureati, alcuni sono diventati capi del personale perché stavano tutto il giorno nel Consiglio di Fabbrica a leggere, a studiare, a farsi i cazzi loro e tornavano nei reparti solo quando il padrone li chiamava e diceva: “Ohe! C’è quel reparto che è entrato in sciopero, andate là a sistemare le cose, a calmare gli operai”. E quando i delegati non riuscivano nell’impresa, il padrone li richiamava e diceva: “Signori, vi toccano 3.000 ore di monte ore sindacale e ne avete fatte 3.500. Avete sforato e sono stato zitto, ma visto che non riuscite a risolvere il problema, domani tutti a lavorare”. Mi pare chiaro che c’era un interesse materiale a stare con il padrone. Io i permessi sindacali li abolirei: i delegati devono lavorare come tutti gli altri, le riunioni sindacali si fanno fuori dall’orario di lavoro, oppure durante l’orario di mensa, oppure le fai durante lo sciopero, fai lo sciopero….

In alcuni CdF si promuovevano anche momenti di formazione, mi ricordo che lo raccontava Gianni Maj rispetto alla Philco. Accadeva la stessa cosa nella tua fabbrica?

Questo potevi farlo in alcuni posti, ma nelle fabbriche dove c’era il PCI non era possibile. Alla Philco era diverso perché Maj e gli altri avevano il controllo del Consiglio di Fabbrica. Lo facevamo anche noi, ma fuori dal sindacato o durante le pause. Con le lotte sindacali avevamo infatti ottenuto alcune ore di pausa che gestivamo a modo nostro: mezz’ora adesso, mezz’ora dopo, quando volevamo insomma. E le usavamo anche per studiare, ci trovavamo tra compagni e facevamo anche questo. Ma erano attività extra, che facevamo noi. Il Consiglio di Fabbrica invece…

Intendi che erano i compagni d’avanguardia, i militanti a farlo?

Sì esatto. Poi facevamo anche altro in assemblea, quando c’era l’assemblea generale. Perché nelle assemblee generali tu puoi intervenire e trasformarle anche in scuole di comunismo. Ti faccio degli esempi, per farti capire meglio. C’è stato un periodo (nel 1980 o 1985) in cui in Italia l’inflazione era al 16% e la teoria del PCI e del sindacato era che bisognava fare rivendicazioni salariali all’interno della compatibilità perché più soldi si chiedevano, più aumentava l’inflazione. Questo era il ragionamento che facevano.

Allora, mi ricordo che ad un certo punto noi siamo andati a rileggerci Salario, prezzo e profitto e Lavoro salariato e capitale di Karl Marx; avevamo fatto un opuscolo per criticare la teoria del PCI e del sindacato. Noi dicevamo esattamente il contrario: che il salario è il prezzo della forza lavoro e quindi se io non adeguo il prezzo della forza lavoro alle mutate condizioni, essendo aumentata la produttività, anche se il mio salario è uguale io in realtà ci perdo. Facevamo dei discorsi generali cercando di renderli popolari. Non basta, infatti, dire voglio più soldi,  non basta dire voglio cinque, cento, ecc., occorre anche spiegare alla gente perché chiedi di più, almeno noi la pensavamo così. Questo è uno dei motivi per cui abbiamo sempre goduto di grande credibilità in fabbrica. Quando si dice fare del sindacato una scuola di comunismo si intende questo: io ti devo spiegare il perché delle cose, e in questo stava la differenza tra noi e Lotta Comunista. Noi ci siamo sempre distinti da loro. Loro in estrema sintesi dicevano: l’unica soluzione è la rivoluzione, ma finché non si fa la rivoluzione dobbiamo berci quello che ci dà il padrone, quindi voto il contratto perché più di quello non si può ottenere… Invece no, mi dispiace, io voto contro il contratto perché secondo me si può fare; poi è vero va considerata la questione di chi ha il potere, ma in attesa che i rapporti di forza cambino, se permetti, io non ti do il mio consenso.

Ma intendi Lotta Comunista, quelli che portano il giornale a casa?

Sì, su migliaia di operai ce ne erano due, però uno di loro era delegato e guarda caso alla fine era sempre insieme agli altri. È capitato che noi abbiamo fatto sciopero contro la direzione nonostante il Consiglio di Fabbrica, al che Lotta Comunista e il PCI dicevano: “Tu hai fatto sciopero contro di te perché tu sei del Consiglio di Fabbrica”. E io rispondevo: “No, io sono un operaio e sono del comitato di lotta, io lavoro e tu no. Quindi io ho scioperato per difendere i miei interessi di operaio che lavora, che non sono certo i tuoi perché tu non lavori”.

Nel comitato di lotta c’erano tutti gli operai più combattivi che non potevano partecipare al CdF e nel CdF io rappresentavo la maggioranza dei lavoratori e quella degli operai più combattivi che erano quelli del comitato di lotta, per cui non è che perché sono del Consiglio di Fabbrica dobbiamo tutti andare d’accordo. Io sono un rappresentante dei lavoratori, sono uno dei lavoratori che loro hanno messo lì temporaneamente a rappresentarli.

Il Consiglio di Fabbrica, invece, è un’altra cosa: è l’organismo che serve per controllare i lavoratori, per fare in modo che restino nei margini della compatibilità. Capito? Così stavano le cose.

Quando sei delegato, non puoi sparare le cose, le decisioni, perché le conseguenze ricadono sui lavoratori che poi vengono da te e ti dicono: “Ohe, amico bello, noi abbiamo deciso questo e tu perché porti avanti altro?”.

Alla Breda, sulla questione sicurezza, sulla questione amianto, voi avete fatto una battaglia importante vuoi dirci brevemente quando e come è partita?

Ho detto prima dell’unità tra lavoratori e il movimento studentesco. Bene, nel 1973 molti di questi studenti che noi avevamo conosciuto perché venivano ai picchetti operai o perché noi andavamo nelle università, sono diventati medici, e un gruppo di questi medici è venuto alla USL (Unità Sanitaria Locale), un tempo si chiamava così, di Sesto San Giovanni.

Nel 1971, alla Breda e alla Pirelli si costruì un rapporto tra i CdF e questi ex studenti diventati medici: nacquero gli SMAL (Servizi Medicina Ambiente e Lavoro) che avevano accesso in fabbrica e potevano monitorare i vari reparti e quindi effettuare controlli sulle sostanze nocive. Noi facevamo assemblee con loro e i lavoratori.

Questo solo alla Breda e alla Pirelli?

No, in tutte le fabbriche. Io parlo della Breda e della Pirelli, ma era così alla Falck e in altre fabbriche.

È grazie agli SMAL e al movimento operaio che nel 1978 è stata fatta la riforma sanitaria. I medici degli SMAL entravano in fabbrica, facevamo assemblee perché noi operai di quegli anni avevamo imparato a non fidarci più del medico competente del padrone, del medico dell’infermeria di fabbrica, e alla Breda di medici ne avevamo anche tanti: circa quindici medici turnanti, tutti specialisti. Sapevamo che per i medici di fabbrica eravamo sempre abili al lavoro, anche quando avevi problemi respiratori e lavoravi con il fumo, con l’amianto o con il cromo. Per loro era sempre tutto a posto perché tirar via dalla produzione un operaio esperto e mettere al suo posto uno nuovo, significava danneggiare la produzione. Ragionando assieme ai medici degli SMAL che venivano in fabbrica abbiamo capito che se un operaio di un reparto denuncia certe malattie e quelle stesse malattie ce le hanno pure tutti i suoi compagni di lavoro, allora probabilmente la causa è da ricercare nell’ambiente di lavoro. Faccio un esempio banale: se io ho il mal di schiena perché sollevo i pesi con le mani e anche gli altri ce l’hanno, allora vuol dire che non è un solo un problema mio personale. Quando il padrone ci faceva fare le visite mediche, queste duravano 5 minuti, non facevi in tempo neppure a toglierti la giacca, non ti ascoltavano nemmeno i polmoni. Ci dicevano: “Che malattia hai avuto? Cos’hai? Mal di schiena? Allora prendi la pasticca che ti passa, oppure vai dal tuo medico di base”.

I medici degli SMAL che monitoravano i reparti stilavano poi dei rapporti, ma allora l’amianto non era fuorilegge, il cromo non era fuorilegge, tutta una serie di sostante cancerogene non erano fuorilegge. Loro, che erano ufficiali di polizia giudiziaria delle USL, facevano rapporto al padrone, ma al padrone non gliene importava nulla. Preferiva pagare 100.000 o 300.000 lire di multa piuttosto che mettere un aspiratore che gli sarebbe costato milioni. Finché non è stata fatta la legge sull’amianto, le sanzioni erano solo pecuniarie, non si configurava nessun reato.

Dal legame che si era creato tra il movimento operaio e questi medici scaturivano dibattiti importanti: si diceva che era nocivo anche viaggiare ammassati come bestie sui mezzi di trasporto per andare a lavoro, nocivo era il fatto che ci fosse la TBC, che si dovesse dormire in macchina o che non si avesse un’abitazione adeguata. Che nociva è la fabbrica capitalista, non la fabbrica in sé.

Venivano fuori ragionamenti più generali. Il motivo per cui le lotte sociali avevano quasi sempre l’appoggio del movimento operaio stava nel fatto che molti di quelli che facevano le lotte sociali erano al contempo operai che lottavano all’interno delle fabbriche.

Nel libro La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni6 c’è un capitolo, che secondo me è importantissimo, che spiega il contesto in cui si sono sviluppate le lotte di quegli anni. Parla anche di Walter Alasia, che dicono abbia ucciso i due poliziotti. Walter Alasia, in realtà, l’hanno freddato con un colpo di pistola, noi abbiamo tutte le testimonianze della gente qua registrate, lo abbiamo scritto anche nel libro e nessuno ci ha mai denunciato. Ci sono riferimenti anche sul problema del primo documento del CdF della Breda del Settanta che è importantissimo e su tutte le cose di cui abbiamo parlato un attimo fa: la riforma sanitaria, il problema della nocività in fabbrica, ecc. Cose che trovi anche su Il Lavoratore metallurgico del 1971 perché non erano questioni solo nostre, ma riguardavano anche altre fabbriche, perché allora il movimento era organizzato. C’era un collegamento, non eravamo funghi isolati, ma un movimento che si muoveva tutto assieme. C’era uno scambio di opinioni, di esperienze, e questa è una cosa importante, che oggi non c’è più.

In conclusione, cos’hai imparato da quell’esperienza e cosa ti senti di dire ai giovani operai di oggi?

Guarda, io ho imparato anche a mie spese diverse cose.

1. Non delegare mai ad altri, approfondire le questioni e confrontarsi, perché dal confronto c’è sempre da imparare.

2. Non accettare mai la monetizzazione della salute, perché se lo fai vuol dire che accetti di avere un prezzo per cui morire. E oggi la monetizzazione della salute è pratica diffusa a livello generale. Lo vediamo nei processi: se tu ti costituisci parte civile la prima cosa che i padroni fanno è chiamarti e chiederti quanto vuoi, così ti togli dai coglioni.

La contraddizione capitale-lavoro la puoi vedere bene sui morti sul lavoro e le malattie professionali, lì non puoi abbellire niente, il profitto gronda del sangue operaio…non ci sono cazzi.

3. Da soli non si può fare niente. Gli operai sono una classe internazionale, i proletari sono una classe internazionale. Il localismo, il regionalismo, il nazionalismo in realtà ci danneggiano: se li accetti, accetti anche i principi del padrone che ti fa credere, riempiendoti di chiacchiere sulla democrazia e il progresso, che sei libero quando invece sei schiavo.

Quindi serve l’unità, il coordinamento con gli altri lavoratori?

I lavoratori devono capire che tocca a loro fare la storia. Senza i lavoratori non si fa niente e questo vale per tutto, compresa la sicurezza sul posto di lavoro. O sono i lavoratori che prendono in mano le cose o non ci sono altri che gli tolgono “le castagne dal fuoco”.

Non siamo messi bene, ma secondo me la pandemia ha smosso le cose. Ci sono stati scioperi nelle fabbriche, nella logistica sul problema delle misure di sicurezza, sulle mascherine e su tanto altro.


1. Si riferisce al Disegno di Legge, noto come Statuto dei Lavoratori, presentato nel giugno 1969 da Giacomo Brodolini (senatore del PSI in cui era entrato nel 1948, diventato nel 1968 Ministro del Lavoro e della previdenza sociale del governo presieduto dal democristiano Mariano Rumor; in precedenza era stato segretario generale della FILLEA CGIL dal 1950 al 1955 e poi vicesegretario nazionale della CGIL dal 1955 al 1960) e approvato dal Parlamento il 20 maggio 1970 (legge n. 300). Lo Statuto dei Lavoratori da una parte ha rafforzato la tutela dei lavoratori (obbligo di riassunzione del lavoratore licenziato senza “giusta causa”; introduzione di una rigorosa procedura per l’applicazione delle sanzioni disciplinari; controllo dei lavoratori sull’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, divieto per i padroni di effettuare indagini sulle opinioni politiche, religiose e sindacali dei lavoratori), ma contemporaneamente le sue disposizioni che hanno regolamentato e istituzionalizzato l’attività sindacale (in particolare l’art. 19, in base al quale “rappresentanze  sindacali  aziendali  possono  essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito: a)  delle  associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale; b)  delle  associazioni  sindacali,  non  affiliate alle predette confederazioni,   che   siano   firmatarie  di  contratti  collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva”) hanno favorito le organizzazioni sindacali di regime, attribuendo loro una sorta di monopolio nella rappresentanza dei lavoratori.

I Consigli di Fabbrica erano nati per rappresentare nella maniera più diretta tutti i lavoratori e nell’autunno del 1969 avevano preso in mano la direzione della lotta per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici. Questo aprì nelle Confederazioni sindacali  uno scontro tra un’area conservatrice, non disponibile a riconoscere i delegati dei CdF, e un’area di “rinnovatori”, sensibili alle pressioni che provenivano dal basso e orientati a compiere una svolta che prevedesse un riconoscimento dei CdF, affidando loro il diritto di gestire le relazioni con i padroni a livello aziendale. Al congresso della CGIL del giugno 1969 vinsero questi ultimi. I sindacati si riservavano però il diritto di gestire le trattative di carattere generale, opponendosi strenuamente ad ogni tentativo di coordinamento dei CdF a livello territoriale e nazionale. Lo Statuto dei Lavoratori è espressione di questo: abolisce le Commissioni Interne (nominate dai sindacati) e riconosce i CdF (eletti su scheda bianca da tutti i lavoratori, iscritti e non al sindacato) come istituzioni  sindacali aziendali. A questo punto il ruolo dei Consigli di Fabbrica dipendeva da chi erano diretti: a seconda di questo, infatti, operavano come organismi realmente al servizio degli operai oppure come organismi attraverso cui si facevano strada posizioni riformiste e di sudditanza alla classe dominante.  La cosa determinante però è stata la mancanza di un partito comunista all’altezza della situazione, cioè in grado di condurre le masse popolari organizzate a prendere il potere e instaurare il socialismo, quindi anche e soprattutto deciso e capace di fare dei CdF la base di un nuovo sistema di governo del paese. Da qui il declino del movimento dei CdF, fino ad arrivare alla sostituzione dei CdF con le RSU nel 1991, che è stato come tornare alle vecchie Commissioni Interne – ndr.

2. Lin Piao (1908-1971). Nato a Huangkang, nello Hupeh, quando era studente della scuola media superiore partecipò agli scioperi e ai boicottaggi del Movimento del 30 maggio 1925. Dopo il suo addestramento militare, nel 1926, presso l’Accademia di Whampoa partecipò come ufficiale alla Spedizione al Nord; nel 1927 si iscrisse al Partito comunista cinese e, dopo la rottura tra il Kuomintang e il PCC, partecipò all’Insurrezione di Nanchang e a varie altre delle operazioni militari promesse all’epoca dal PCC. Infine raggiunse con le sue truppe la zona dei monti Chingkang dove si unì a quanti sotto la direzione di Mao Tse-tung avevano ivi creato una base rossa. Da allora ebbe una folgorante carriera militare, partecipò alla Lunga Marcia dirigendo l’avanguardia, diresse l’Accademia dell’Esercito rosso a Yenan, ribattezzata dopo il 1936 Università politica e militare antigiapponese e prese parte attiva e dirigente alla Guerra di resistenza contro il Giappone. Nel 1939 venne ferito e inviato in Urss per cure mediche. Di ritorno a Yenan nel 1942, al VII Congresso del PCC, nel 1945, venne eletto membro del Comitato Centrale. Quindi diresse la guerra contro il Kuomintang in Manciuria e fornì altri importanti contributi alla vittoria del PCC nella terza Guerra civile rivoluzionaria. In seguito guidò i volontari cinesi a combattere nella guerra di Corea contro l’imperialismo americano. Nel 1955 Lin Piao divenne membro dell’Ufficio politico del Comitato Centrale del PCC e maresciallo dell’Esercito Popolare di Liberazione. La sua nomina a Ministro della Difesa per rimpiazzare Peng Teh-huai dopo il famoso plenum di Lushan nel 1959 fu un evento di importanza storica che preparò la via alla Rivoluzione culturale (1966- 1976) e all’ascesa di Lin Piao al rango di successore di Mao Tse-tung, secondo l’affermazione del Comitato Centrale del PCC del 1969. In seguito divenne l’esponente principale della deviazione “di sinistra” della Rivoluzione culturale e nel 1971, a seguito del fallimento di un oscuro colpo di Stato, Lin Piao morì probabilmente precipitando con l’aereo in Mongolia. A Lin Piao è indirizzata, come lettera, lo scritto Una scintilla può dar fuoco a tutta la prateria, nel vol. 2 delle Opere di Mao Tse-tung, Edizione Rapporti Sociali. Sul ruolo di Lin Piao nella Rivoluzione culturale vedasi lo scritto del 1975 Le basi sociali della cricca antipartito di Lin Piao, nel vol. 5 delle Opere di Mao Tse-tung – ndr.

3. Chiang Ching (1914-1991). Entrata nel Partito comunista cinese nel 1937, sposò Mao Tse-tung nel 1939. Dopo aver svolto alcuni incarichi in campo culturale, si impegnò dal 1963 nel movimento per la riforma della letteratura e del teatro cinese, assumendo un ruolo di primo piano durante la Rivoluzione culturale (1966-76). Vicepresidente del Gruppo centrale della Rivoluzione culturale, membro dal 1969 dell’Ufficio politico del PCC, fu negli anni Settanta tra i principali esponenti dell’ala sinistra del partito. La svolta revisionista avviata subito dopo la morte di Mao portò al suo arresto nell’ottobre del 1976 e all’espulsione dal PCC (1977); accusata, insieme ad altri tre esponenti della sinistra (la cosiddetta “banda dei quattro”), di aver commesso gravi crimini durante la Rivoluzione culturale, fu processata (1980-1981) e condannata a morte, ma nel gennaio 1983 la pena fu commutata in ergastolo. Nel giugno 1991 le autorità cinesi annunciarono che si era tolta la vita il mese prima nella sua abitazione di Pechino, dove era detenuta dal 1984 per motivi di salute – ndr.

4. Il 10 luglio un’esplosione nello stabilimento dell’ICMESA (azienda chimica di proprietà della svizzera Givaudan a sua volta controllata dalla multinazionale svizzera La Roche) situato nel comune di Meda causò la fuoriuscita di una nube di diossina, una sostanza altamente tossica e cancerogena, che investì i comuni della bassa Brianza, in particolare quello di Seveso. La popolazione dei comuni colpiti e l’Italia intera vennero informati della gravità dell’evento solo otto giorni dopo la fuoriuscita della nube – ndr.

5. 20 anni, figlio di operai di Sesto San Giovanni, militante di Lotta Continua e poi membro delle Brigate Rosse. Il 15 dicembre le forze dell’ordine fanno irruzione nella casa dei genitori di Walter Alasia e nel conflitto a fuoco che ne segue muoiono due poliziotti; datosi alla fuga nel cortile, viene freddato dopo che, ferito alle gambe, si era accasciato al suolo. Le Brigate Rosse daranno il suo nome alla colonna milanese – ndr.

6. Scritto da Michele Michelino e pubblicato nel 2003, racconta, come indicato nell’ultima di copertina, “una parte della storia della classe operaia italiana, successi ed errori compresi. I materiali qui raccolti rappresentano una selezione di quanto prodotto dal Consiglio di Fabbrica della Breda Fucine, a partire dal documento pubblicato nel luglio 1971 sul Quaderno n°1 de Il Lavoratore Metallurgico in cui si evidenzia la linea “conflittuale” del sindacato prima della svolta dell’EUR, al materiale del Gruppo Operaio della Breda e dal Coordinamento Operaio di Sesto San Giovanni nel periodo 1976-1983. Molto materiale dell’epoca è andato distrutto o disperso. Alcuni volantini fatti “a caldo” nei reparti sono stati strappati dalle guardie aziendali, dai “censori” del PCI e del sindacato, altri sequestrati durante le perquisizioni dell’antiterrorismo e della DIGOS.

Quello che maggiormente colpisce nel rileggere questi documenti è la grande attualità degli argomenti trattati, dalla necessità della lotta anticapitalista, alla lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla necessità dell’organizzazione politica. Sono passati molti anni dalla comparsa di questi scritti, alcuni giudizi ed analisi possono essere oggi discutibili ma, come il lettore potrà notare, le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia sono andate peggiorando sempre più, rendendo la lotta di classe più attuale che mai.

Questo scritto vuole quindi essere una testimonianza di chi ha vissuto quegli anni da una parte della barricata – quella degli operai che non piegavano la testa – e soprattutto essere uno strumento per chi quegli anni non li ha vissuti, ma vuole capire e trarre indicazioni su come continuare la lotta” – ndr.

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