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Rovesciare Draghi e il governo “dei migliori”

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Gennaio 5, 2022
in Primo piano, Resistenza n. 1/2022
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Non con una congiura di palazzo, ma con la mobilitazione operaia e popolare

Fin dalla sua installazione nel febbraio 2021, Draghi non ha mai avuto la fiducia e il sostegno dei lavoratori e delle masse popolari. Questo è stato il suo principale punto debole, ma non l’unico.

Più volte abbiamo avuto modo di dire che l’opera di Draghi era intralciata dai contrasti fra i partiti che sostengono il governo, ognuno dei quali cerca di favorire i suoi settori sociali di riferimento e le sue congreghe per accrescere il proprio consenso a discapito degli altri. L’astensione superiore al 50% alle elezioni amministrative dello scorso ottobre è stata, quindi, più di un campanello di allarme.

Ciò che già intralciava l’opera di governo ha reso ancora più intricata la selva di ricatti e colpi di mano attorno alla Legge di bilancio (la finanziaria), che stabilisce come vengono ripartiti i soldi per l’anno venturo.

Il contenuto della Legge di bilancio conferma che la propaganda sui “soldi del PNRR” era una menzogna, che i settori sociali che ne traggono beneficio sono le strette cerchie dei benestanti e che per i lavoratori e le masse popolari si aggraveranno le condizioni economiche, a partire dalla riforma delle pensioni, dall’aumento della disoccupazione e del carovita.

Nella guerra tra bande per accontentare i settori sociali di riferimento delle forze che sostengono il governo Draghi, i sindacati di regime non hanno ottenuto nulla per coloro che – almeno sulla carta – pretendono di rappresentare. Eppure, a partire dalla CGIL, il contributo che hanno dato all’installazione di Draghi è stato determinante: dal sostegno attivo alla propaganda di regime che lo presentava come l’uomo della provvidenza alla complicità con il Ministero dell’Interno, quando quest’ultimo ha orchestrato e diretto l’assalto fascista del 9 ottobre contro la sede nazionale della CGIL a Roma, compiuta per criminalizzare il movimento No Green Pass.

Tuttavia a spingere la CGIL a proclamare lo sciopero e a scendere sul terreno della mobilitazione non sono state le misure del governo (la Legge di bilancio, la revisione dell’IRPEF, l’annuncio dell’innalzamento dell’età pensionabile).

I vertici della CGIL sono stati costretti a muoversi, anche a discapito della tanto cara “unità sindacale” con la CISL:

– dalla spinta della base degli iscritti, poiché nei mesi scorsi si sono susseguiti gli appelli di lavoratori che chiedevano la proclamazione dello sciopero ed è aumentato il numero di lavoratori che hanno disdetto la tessera a fronte dell’immobilismo e della connivenza dei vertici sindacali con il governo;

– dalla campagna lanciata dal Collettivo di Fabbrica (CdF) della GKN contro le delocalizzazioni e lo smantellamento dell’apparato produttivo. È una campagna che coinvolge e collega settori sempre più ampi delle masse popolari; indica a tutti i lavoratori la linea di “fare di ogni azienda minacciata di delocalizzazione, chiusura, ristrutturazione un centro promotore della lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo del paese” (di contro alla linea seguita dai sindacati di regime di “accontentarsi di CIG e altri ammortizzatori sociali”); incita tutti i lavoratori a organizzarsi, a costituire propri organismi in ogni azienda, indipendentemente dall’appartenenza sindacale; mostra anche ad altri gruppi di operai organizzati le loro potenzialità (vedi articolo a pag. 11). Il CdF della GKN non si è limitato a “chiedere lo sciopero” ai vertici sindacali, si è fatto promotore dello sciopero generale;

– dall’iniziativa dei sindacati alternativi e di base, tra i quali si va rafforzando la tendenza a coordinare le forze e a promuovere mobilitazioni unitarie, come dimostrano la manifestazione nazionale contro la repressione del 13 novembre a Napoli e il No Draghi Day del 4 dicembre che hanno fatto seguito allo sciopero generale dell’11 ottobre.

Lo sciopero generale del 16 dicembre ha segnato una svolta nel contesto politico. Si è combinato con la guerra per bande fra i partiti e le lobbies che sostengono Draghi e ha incrinato – indipendentemente dalle intenzioni di Landini – il sostegno della CGIL al governo, mai venuto meno fino a quel momento.

La crisi politica avanza e persino il ruolo di Draghi è messo in discussione. Al punto che una parte dei suoi mandanti e dei suoi tifosi lo vorrebbe al Quirinale per “metterlo al riparo”.

Che la crepa aperta dallo sciopero del 16 dicembre si allarghi, che la mobilitazione contro Draghi e il suo governo si sviluppi e si estenda, è l’aspetto decisivo del prossimo periodo.

Al di là di quali siano le reali intenzioni dei vertici dei sindacati di regime, con Landini e CGIL in testa, le prospettive della mobilitazione sono un po’ meno di prima nella mani dei vertici sindacali e un po’ più di prima nelle mani dei gruppi di operai e lavoratori organizzati.

L’azione dei lavoratori, dei delegati e delle RSU più avanzati e combattivi gioca un ruolo determinante.

Dicono bene gli operai GKN che scrivono: “Quando vi chiedete chi convoca lo sciopero generale, vi fate una domanda parziale. E quindi parzialmente sbagliata. La domanda è chi fa vivere lo sciopero, chi lo generalizza, chi vi darà continuità? E la risposta è che lo potete fare solo voi, lo possiamo fare solo noi”.

Inoltre se i lavoratori, i delegati e le RSU più avanzati prendono l’iniziativa della lotta politica e sindacale, sfruttando ogni occasione e appiglio, possono costringere buona parte dei sindacalisti di regime a rigare dritto, pena l’estinzione dei sindacati stessi.

Infatti, la destra sindacale è stretta in una morsa: da una parte i lavoratori che, spinti contro i padroni dai loro interessi e dalla loro quotidiana esperienza, premono per mantenere alto il livello di conflittualità e dall’altra parte i padroni che, al contrario, hanno bisogno che la conflittualità rimanga bassa, ma nello stesso tempo che il sindacato mantenga seguito e influenza.

I lavoratori organizzati possono stringere sempre più questa morsa, fino a stritolare la destra.

Il 2022 si apre con la fanfara della propaganda di regime al massimo volume. È il requiem del regime politico della classe dominante che si sfalda.

Draghi è forte solo perché nessuno osa sfidarlo. Fra i suoi simili, non c’è ancora chi lo sfiducia perché la classe padronale non ha un’alternativa per governare un paese alla deriva e sempre più ingestibile. Se e quando troverà un’alternativa, Draghi sarà cacciato con una congiura di palazzo simile a quella ordita per insediarlo.

Le proteste dei lavoratori e delle masse popolari indeboliscono Draghi, il suo governo e i suoi mandanti e, più in generale, indeboliscono tutta la classe dominante, alimentando lo sfaldamento del suo regime politico. Ma perché questo sfaldamento non si tramuti in un ulteriore elemento di sbandamento generale è necessario che ci si organizzi per imporre un governo di tipo diverso.

La lotta per l’elezione del Presidente della Repubblica, così importante per tutti i gruppi di potere, le lobbies e i comitati di affari, per i lavoratori e le masse popolari è una forma di intossicazione, come tutte le liturgie del teatrino della politica borghese.

Non è negli interessi dei lavoratori e delle masse popolari avere un Presidente che “assicura la stabilità”, né avere un “patriota” stile di Berlusconi (sic!). Al contrario, è loro interesse ribaltare tutto, rendere ingovernabile il paese a ogni istituzione e autorità della classe dominante fino a imporre un proprio governo di emergenza.

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