Pubblichiamo l’intervista al compagno Marco Bistacchia sulla sua esperienza a Genova durante i fatti del G8 del 2001 e di cui continueremo a parlare insieme sabato 6 novembre alle ore 17.00 presso l’Associazione Culturale Casa Rossa di Spoleto dove, nell’ambito della Festa della Riscossa Popolare, affronteremo collettivamente la discussione sul bilancio e gli insegnamenti che possiamo trarre dai fatti di Genova di cui quest’anno ricorre il ventennale. Al dibattito interverrà anche Rosalba Romani di Vigilanza Democratica

Al termine dell’iniziativa si svolgerà una cena il cui ricavato verrà conferito a sostegno delle spese processuali per la compagna Rosalba Romano, condannata per diffamazione a risarcire Vladimiro Rulli, un poliziotto del VII reparto Mobile di Bologna, perchè intestataria del sito Vigilanza Democratica contenente l’appello alla società civile per lo scioglimento del VII Reparto Mobile di Bologna.

Nonostante i fatti di Genova abbiano anticipato un salto di qualità nell’uso della repressione, fungendo di fatto da apripista a numerosi altri episodi di torture e soprusi nelle caserme e nelle carceri di tutto il paese come è avvenuto lo scorso anno a seguito delle rivolte organizzate dai detenuti, con Genova 2001 la classe dominante ha anche messo una pietra tombale sul riformismo senza riforme di quelli che illudevano e raccontavano di un altro mondo possibile, ma sempre capitalista epurato dai suoi mali.

Proprio 20 anni fa a Genova si è dimostrato che solo le classi e i popoli oppressi possono instaurare un nuovo ordinamento sociale, superiore all’esistente, quello di cui abbiamo bisogno e che si chiama socialismo ma, per instaurarlo è necessario sbarazzarsi della borghesia e del capitalismo.

È necessario prendere esempio da chi non si è arreso davanti alla brutale repressione messa in atto dallo Stato borghese e al vittimismo dei capi della sinistra, da chi non si è lasciato sopraffare dalla sfiducia e dalla rassegnazione, da tutti quei compagni, dai proletari, che hanno fatto della propria esperienza lo strumento per elevare la propria coscienza e l’organizzazione nella lotta contro il nemico di classe.

Sono infatti l’organizzazione e la lotta dei lavoratori e delle masse popolari il solo baluardo contro la repressione, per la difesa delle attuali condizioni e per conquistare migliori condizioni di vita. Per porre un freno al processo di smantellamento dell’apparato produttivo del nostro paese, per la difesa dei posti di lavoro, la sicurezza sul lavoro e per il diritto al lavoro, per il diritto ad avere un’abitazione, per la difesa di ciò che resta e per la riconquista di un sistema sanitario pubblico e gratuito, per il diritto all’istruzione. Organizzarsi per cacciare Draghi e il governo dei padroni, organizzarsi per prendere in mano il governo del paese.

Buona lettura

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Vorremmo che ci raccontassi le ragioni che ti hanno portato a partecipare alle mobilitazioni contro il G8 di Genova del 2001. Quale battaglia politica si combatteva nelle piazze della città nel luglio di venti anni fa?

All’origine della scelta di andare a Genova c’era un sentimento in me, al tempo ventiduenne, di internità al movimento che in quegli anni, sia a livello nazionale che internazionale, era andato crescendo nelle piazze di tutto il mondo e che aveva come caratteristica la critica alla globalizzazione capitalistica.

Quelle di Seattle, Goteborg, Napoli e poi di ancora Genova erano quindi piazze globali, cioè animate da militanti appartenenti a organizzazioni di tutto il mondo e che trovavano nei contro-vertici un’occasione, per quanto limitata, di incontro e di azione.

Il fatto poi che i contro-vertici fossero una trappola lo si è capito un po’ tardi. Forse lo si è capito proprio a Genova, quando ormai era stata servita su un piatto d’argento allo Stato la possibilità – e questo a mio modo di vedere fu il vero obiettivo della repressione – di intimidire e scoraggiare una fetta significativa di generazione, la mia, che proprio in quegli anni si era affacciata nelle piazze. Se guardiamo al movimento globale che si manifestava e che manifestava nei vari contro-vertici, da Seattle a Genova, non si può non riconoscere che avesse una vocazione internazionalista e questo forse è il merito più grande di quel ciclo di mobilitazioni insieme al fatto che poneva all’ordine del giorno, seppure in forme ancora embrionali, la necessità di un’azione di lotta anche su un piano sovranazionale.

Per fare un esempio che attualizza quella intuizione possiamo dire che se il capitale si globalizza, cioè se i padroni ristrutturano, chiudono gli stabilimenti, licenziano e delocalizzano – lo sblocco dei licenziamenti di qualche mese fa è solo l’acceleratore di un processo che viene da lontano – se gli Stati espandono il proprio dominio in nuovi territori, basti qui pensare alla neo colonizzazione dell’Africa e del medio Oriente, allora la risposta confinata al recinto nazionale diviene miope e inefficace. Questo a Genova era stato compreso.

Per quanto riguarda il movimento italiano, cioè la sua composizione, esso era costituito da aree politiche diverse che provarono a fare un pezzo di strada insieme, senza però grandi risultati. In realtà non era un vero e proprio movimento politico e sociale perchè, secondo me, non ne possedeva le caratteristiche fondamentali come il radicamento territoriale, l’internità o il riferimento a un soggetto sociale ampio, quindi a una classe sociale – i lavoratori a Genova c’erano ma erano pochi – e ancora, la capacità di durare nel tempo e di produrre vertenze. A quel movimento mancava infine una vera e propria “cassetta degli attrezzi” comune che garantisse, anche solo a livello interpretativo, la condivisione di categorie analitiche e politiche. Per fare un esempio, il movimento di Genova era genericamente contro la guerra, esprimendo così una posizione più etica che politica. Quel movimento non sapeva interpretare, almeno maggioritariamente, perchè organizzazioni con le idee chiare c’erano, l’apertura di nuovi mercati e la conquista di nuovi territori manu militari con la categoria di imperialismo.

Per movimento di Genova quindi intendo un movimento composto dalle strutture politiche militanti che avevano attraversato gli anni 80 e 90: l’area dell’autonomia già al tempo suddivisa in tute bianche e area più ortodossa, l’area marxista leninista con tutte le sue organizzazioni e declinazioni, l’arcipelago libertario.. tutte queste organizzazioni incontrano in piazza, nelle giornate e settimane precedenti al vertice, un pezzo di popolazione e di generazione non politicizzato o non completamente politicizzato.

La battaglia che si combatteva in quelle piazze aveva inevitabilmente obiettivi diversi a seconda dell’estrazione e della traiettoria politica dei vari militanti. C’era chi – e questo poi si è visto molto chiaramente – portava in piazza un nuovo riformismo, quindi la Tobin tax, la riforma delle Nazioni Unite, il nuovo intervento statale nell’economia, la cancellazione del debito dei paesi del sud del mondo.. Anche se si trattava di un riformismo che nel suo agire politico era ammantato di una radicalità più parolaia e spettacolare che altro e che aveva come obiettivo finale, recondito, quello di accreditare un nuovo ceto politico che di quell’area era sicuramente espressione. Poi c’era invece chi usava quelle piazze per diffondere una critica e una pratica anticapitalistica e c’era chi, assumendo un po’ lo spirito di Seattle, vertice che era fallito anzi, che era stato fatto fallire mediante il ricorso di massa all’azione diretta, voleva far pagare un prezzo in termini di ordine pubblico ai padroni del mondo.

In quei giorni lo Stato mise in campo una vera e propria “macelleria messicana” nei confronti di chi legittimamente si opponeva all’attuazione del programma lacrime e sangue della borghesia che, dietro la maschera della globalizzazione proseguiva con lo smantellamento delle conquiste di civiltà e benessere strappate alla classe dominante con le lotte. Ci racconti la tua esperienza?

Io sono stato arrestato il giorno dopo l’omicidio di Carlo, il 21 luglio verso le due del pomeriggio insieme ad un’altra ventina di compagni e compagne presso il campeggio Re di Puglia, sede in quei giorni del network per i diritti globali. Si trattava di un coordinamento a cui avevano aderito la rete dei centri sociali che si richiamava all’autonomia di classe, alcune sigle del sindacalismo di base e molti compagni e compagne stranieri. Il sabato mattina io e altri eravamo rimasti al campeggio perchè uno di noi era stato ferito alla testa il giorno prima. Stavamo aspettando un taxi che lo portasse fuori Genova, non era infatti molto saggio andare in ospedale per il rischio elevato di essere arrestati. Si era diffusa infatti la notizia che le forze dell’ordine facessero dei veri e propri rastrellamenti per strada, negli autobus e negli ospedali. L’idea però, una volta messo al sicuro il compagno, era quella di raggiungere il corteo nel primo pomeriggio.

Le cose sono poi andate in modo imprevisto perchè, al posto del taxi, per noi è arrivata in forze la polizia con diverse volanti e camionette. Si è deciso di non opporre resistenza e di aprire il cancello del campeggio dato che in venti non avrebbe avuto alcun senso opporre resistenza, anzi forse sarebbe stato peggio. Siamo quindi stati ammanettati e caricati nelle camionette che ci hanno portato alla caserma di Bolzaneto dove, subito dopo l’identificazione, è iniziata quella “arancia meccanica” fatta di violenze, soprusi, di torture di cui poi in questi anni si è molto detto e scritto. Chi ha avuto modo di visionare i firmati sui fatti recenti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (CE) si sarà fatto un’idea di cosa possa essere stata per tutti noi l’esperienza di Bolzaneto. Bolzaneto è stato un gigantesco dispositivo di tortura e di disumanizzazione fatto di pestaggi, ora generalizzati, ora selettivi, cioè mirati contro coloro che si permettevano di alzare la testa o di alzare la voce contro la tortura o più semplicemente per l’aspetto fisico o per gli indumenti indossati. Dread, orecchini o magliette militanti con slogan politici attivano maggiormente l’attenzione delle guardie. Non sono mancate le molestie sessuali, privazione del sonno, dell’acqua, del cibo e c’era l’obbligo di permanenza in posizioni innaturali.

La descrizione meticolosa delle sevizie non credo porti granchè al dibattito, quindi mi fermo qui. Dico solo che il sistema Bolzaneto è stato “un’operazione verità” in cui è apparso evidente da subito a tutti noi, e poi credo anche al resto delle persone che hanno seguito la vicenda giudiziaria, o che hanno letto o ascoltato le testimonianze relative alle torture nella caserma, che le forze repressive dello Stato non svolgevano il loro lavoro costrette dall’obbligo all’obbedienza agli ordini, obtorto collo dunque, ma anzi, lo facevano in modo attivo e partecipato, tal volta anche entusistico, a mio avviso per nulla improvvisato. Si rallegravano che il clima fosse finalmente cambiato, del nuovo quadro d’impunità in cui potevano operare e di cui potevano godere e che li portava oltre ad agire brutalmente contro persone inermi anche a manifestare chiaramente i loro posizionamenti politici attraverso canzoncine fasciste e pseudo ragionamenti sul duce, sul ventennio ecc.. Quanto a quell’altra parte delle forze dell’ordine, cioè quella che non avrebbe partecipato alle torture cosa dire? A Bolzaneto i poliziotti o i carabinieri democratici c’erano, è vero, ma la differenza, secondo me, tra chi pestava e chi assisteva, limitandosi a osservare, dimostra solo che il dispositivo repressivo contiene al suo interno una pluralità solo apparentemente contraddittoria. Parlo di una pluralità di approcci, condotte, che però in realtà nella pratica non ostacolano, ma anzi, ottimizzano lo stato della repressione. In altre parole la differenza di ruolo e di funzione tra il carabiniere fascista intento a torturare e quello democratico che si limita a chiudere le celle e a piantonarle è complementare e del tutto funzionale al meccanismo del dispositivo repressivo.

La verità di quei giorni è ormai chiara, come lo sono le responsabilità e le decisioni che portarono alla morte di Carlo Giuliani, alla Diaz, a Bolzaneto e alle decine e decine di violazioni e di abusi che le Forze dell’Ordine. Eppure, chi in quei giorni si macchiò le mani del sangue delle masse popolari è stato promosso a nuovi e superiori ruoli. Cosa ne pensi?

Penso che lo Stato non processi se stesso e che al massimo, messo alle corde, possa scaricare le proprie responsabilità su qualche cosiddetta mela marcia, usandola come un capro espiatorio ma niente di più. Penso che lo Stato quando finisce le carote passi senza neanche troppe remore e in maniera disinvolta al bastone. A tal proposito, in riferimento a Genova, si è molto parlato in questi anni di sospensione della democrazia, di sospensione dei diritti umani in quelle giornate ma, per quanto questo discorso sia apparentemente condivisibile, a mio modo di vedere ha alcune lacune. Non torna granché. E non torna non solo perchè parte della catena di comando implicata nelle violenze era di filiazione democratica buona. Si pensi ad esempio a De Gennaro e alle sue amicizie politiche, in primis D’Alema che lo vollero capo della polizia, oppure ai GOM, cioè a quel reparto della polizia penitenziaria che fu attivissimo nelle violenze e nelle torture che era stato istituito dal “comunista” Oliviero Diliberto quando era guardia sigilli. Questo discorso non torna perchè implicherebbe che la democrazia, come paradigma basato sul rispetto delle garanzie costituzionali, costituisca un qualcosa che può essere continuamente sospeso e ripristinato. Sospeso a Genova e ripristinato subito dopo. Per stare ai giorni nostri, sospeso durante la rivolta dei detenuti di Modena, sottoposti anch’essi a violenze indicibili, e poi immediatamente ripristinato. E poi di nuovo sospeso a Santa Maria Capua Vetere e poi ripristinato.. mi sembra che sia una lettura un po’ troppo semplicistica, al pari di quella sulle mele marce. Forse dovremmo fare i conti prima o poi col fatto che la democrazia è uno degli involucri migliori della forma Stato, che mescola continuamente e scientemente diritti umani e repressione sul piano delle relazioni sociali interne e guerra e aiuti umanitari sul piano delle relazioni internazionali. Lo Stato italiano repubblicano, democratico ecc.. dall’amnistia Togliatti in poi ha sempre dimostrato una certa riconoscenza nei confronti dei suoi uomini, dei suoi apparati, dei suoi servizi ecc.. Quindi per quanto io comprenda il movente genuino di chi denuncia gli abusi delle forze dell’ordine, mi sembra che la protesta nei confronti della repressione ci porti sempre, come inevitabile approdo al ragionamento sulla necessità di una maggiore democraticizzazione dello Stato quando invece, a questo punto, dovrebbe essere chiaro, almeno alle organizzazioni che si dicono anticapitalistiche, che l’agibilità nelle piazze, la deterrenza, si costruisce poco a poco ma non con i codici identificativi sulle divise delle forze dell’ordine, bensì con la costruzione di rapporti di forza. È questo che consente a volte di inibire o di evitare la violenza nelle piazze o nelle caserme.

C’è poi uno schema vittimistico di chi protesta perchè i patti non sono stati rispettati, si pensi ai vertici delle tute bianche di allora, Casarini e compagnia.. e a chi dopo essersi prestato anche alla delazione, pur di accreditarsi, si lamenta perchè invece di un premio, nella notte della repressione in cui tutte le vacche sono nere, ha ricevuto la stessa punizione di coloro che aveva additato come corresponsabili del clima di violenza. A tal proposito vorrei ricordare come in questo paese – non voglio dire che sia una specificità italiana – il riformismo di cui il vecchio PCI è stato il massimo esponente, non ha mai voluto riconoscere, per ovvie e comprensibili ragioni, che ciò che si muoveva alla sua sinistra fosse autentico, cioè prodotto dalla dinamica stessa della lotta di classe. Quindi a pieno titolo riconducibile, al netto dei giudizi di condivisione o meno rispetto alle pratiche, alla storia del movimento operaio e contadino. I black bloc che escono dalle caserme teleguidati dalla polizia sono un po’ come i provocatori che guidarono e animarono le rivolte contro il governo Tambroni nel ’60, come quelli che si rivoltarono a Piazza Statuto nel ’62, sono come gli autonomi degli anni ’70 provocatori di professione anche loro, sono come le sedicenti Brigate Rosse perchè una organizzazione militare non poteva essere autentica ed espressione del conflitto di classe, quindi a seconda della fantasia del giornalista di turno, diventava strumento dei servizi segreti italiani, della CIA ecc.. C’è questo problema e credo che un bilancio serio a distanza di 20 anni dovrebbe contribuire anche a superare e a respingere al mittente non solo le accuse delatorie sulla responsabilità di chi andò in piazza e animò una rivolta, perchè anche di quello si trattò ma, soprattutto, dovrebbe cercare di superare per un’ecologia, per un discorso di salute del movimento stesso qualsiasi tentativo di suddividere e dividere il movimento tra buoni e cattivi.

A 20 anni dai fatti del G8 di Genova ci troviamo ancora in una situazione in cui nel nostro paese la classe dominante è costretta a ricorrere alla repressione per sedare la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari che resistono alla crisi del capitalismo che dal 2008 è entrata nella sua fase acuta e terminale e che oggi si è ulteriormente aggravata dalla gestione criminale della pandemia. Negli ultimi mesi è stato ucciso Adil in presidio a Novara, sono stati pestati i lavoratori Fedex in presidio in provincia di Lodi, aggrediti i lavoratori Texprint a Prato mentre lo smantellamento dell’apparato produttivo continua a mietere licenziamenti come alla GKN di Firenze. La repressione è l’unica risposta che il governo Draghi può dare ai problemi dei lavoratori e delle masse popolari. Quale pensi debba essere la no risposta che invece lavoratori e masse popolari devono opporre oggi per far fronte, ma anche per prevenire gli attacchi dello stato borghese e dei padroni?

Rispondo velocemente. La ricetta è sempre quella, facile da dire ma difficile da realizzare. Vanno messe a rete le lotte, vanno federate le tante vertenze che già esistono e che il sblocco dei licenziamenti ha di fatto moltiplicato e non potrà che continuare a moltiplicare. Ci vuole una mobilitazione ampia che sappia convogliare tutte le resistenze alla ristrutturazione in un percorso il più unitario possibile. Di cui però l’inedito quanto sperato sciopero generale convocato da tutte le sigle del sindacalismo di base del 11 ottobre è un primo passaggio importante. Il fatto che per la prima volta tutte le forze del sindacalismo di base abbiano convocato uno sciopero insieme, non era mai successo e ci è voluto anche l’omicidio del nostro compagno Adil per smuovere un po’ le acque, mi sembra un passo in avanti non da poco. Ora, la costruzione di questo percorso unitario avrà bisogno dell’impregno di tutte le forze sociali e del sindacato conflittuale che ovviamente dovranno anteporlo come obiettivo strategico ai propri interessi di bottega. Solo così, forse, si riuscirà ad invertire la tendenza all’arretramento delle lotte e alla demoralizzazione diffusa che ne consegue che negli ultimi anni, fatto salvo il settore della logistica, ha caratterizzato un po’ tutto il mondo del lavoro. Molti lavoratori e lavoratrici già lo sanno perchè hanno visto con i loro occhi che i sindacati confederali, che chiamerei sindacati di regime, servono ormai solo a garantire la pace sociale e la collaborazione di classe. Pur nel massimo rispetto per chi non avendo scelta si organizza nella CGIL per provare a fare battaglia sindacale interna, credo che sia arrivato il momento di denunciare in tutte le occasioni possibili il ruolo di pompieraggio delle lotte svolto dalla triplice. Certo che affinché questa operazione abbia un senso ci vuole anche un’alternativa credibile e lo sciopero del 11 ottobre è stato in questa direzione un inizio.

Per concludere, pensando ad Adil e al suo omicidio ma anche a tutte le aggressioni commesse in questi mesi da mazzieri e crumiri ai danni degli scioperanti, per altro sotto lo sguardo complice delle forze dell’ordine che non intervengono mai se non per sciogliere con la violenza i picchetti.. forse è arrivato il momento di porsi il problema dell’autodifesa per garantire l’incolumità di chi partecipa agli scioperi e ai blocchi.

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