Abbiamo intervistato un lavoratore Alitalia, un compagno della Cellula aeroportuale Gagarin, che in modo semplice e chiaro spiega le ragioni di una lotta che riguarda il presente e il futuro del paese. 

Puoi riassumere i passaggi che hanno portato Alitalia alla situazione attuale?

Il problema Alitalia parte da lontano, è addirittura antecedente al primo fallimento del 2008, al quale poi si sono succeduti quelli del 2014 e del 2017. Oggi stiamo arrivando a compimento del piano che i grandi gruppi capitalisti europei avevano, ovvero eliminare gli aerei italiani dai cieli e lasciare mano libera alle grandi compagnie Lufthansa, Air France-KLM e British Airlines (come già fatto e come si sta facendo con altre compagnie tipo Sabena e Swissair)
Quindi il problema Alitalia non è solo a livello di crisi aziendale, ma di scelta politica e governativa. L’intento ormai è chiaro: svendere la compagnia, proseguendo con l’opera di scorporazione e smantellamento che negli anni scorsi hanno portato avanti i “capitani coraggiosi” e poi Etihad Airways. Se a ogni passaggio di gestione si eliminano aerei, personale e tratte, è chiaro che non ci potrà mai essere un rilancio!
Già nel 2008 e poi nel 2014 la panacea di tutti i mali sembravano essere i licenziamenti, la verità è che ogni volta il bilancio della compagnia andava sempre peggiorando. Con Etihad si è raggiunto addirittura il massimo del buco economico! Adesso prendono la palla al balzo del Covid per andare più a fondo nell’attacco e far scomparire Alitalia. E pare che ci stiano riuscendo, vogliono pure cambiarle il nome in “Ita”, già il nome direi che è emblematico…

Voi lavoratori quali soluzioni indicate e perseguite?

Noi abbiamo da sempre chiesto la nazionalizzazione di Alitalia, ma una vera nazionalizzazione e non come quella di cui i vari politici e compagnia si riempiono la bocca. Nazionalizzare non significa sperpero di denaro pubblico! Per fare una cosa efficace bisogna che a elaborare e dirigere il piano di rilancio ci siano i lavoratori Alitalia, che saprebbero farlo molto meglio di tutti gli amministratori che si sono susseguiti fino a ora e che hanno creato solo sfaceli. I soldi pubblici non vanno sperperati, vanno investiti in qualcosa che porta ricchezza all’intero paese e non solo a quei pochi della dirigenza o ai privati, come è stato fino a ora. L’Europa chiede di fare un piano in discontinuità coi precedenti, a me sta bene se discontinuità vuol dire quanto ho detto prima!

Tu fai parte della “Cellula aeroportuale Gagarin”: puoi spiegarci come è nata e con quali obiettivi?

Dopo il primo fallimento del 2008, io e altri siamo riusciti a riunire un piccolo zoccolo duro di compagni che hanno una sensibilità “di sinistra” o che comunque hanno capito cosa vuol dire essere operai e lavoratori. Sto parlando di compagni di varie aziende che lavorano in aeroporto, ma che si sono ritrovati nella stessa ideologia che si rifà al comunismo. Credevamo e crediamo tutt’ora che l’unica soluzione a questa situazione sia il socialismo. Lo specifico anche perché il concetto di nazionalizzazione non l’abbiamo inventato noi! L’abbiamo ripreso dall’esperienza dei paesi socialisti: hanno insegnato che l’unica cosa che può portare al benessere del popolo, al benessere comune, viene dalla gestione pubblica dei mezzi di produzione e dalla democrazia proletaria. È un concetto difficile da spiegare a chi non è sensibile a certi discorsi, perché per comprenderlo bisogna essere prima consapevoli di quello che si è. Per esempio sul lavoro è essenziale capire che noi siamo lavoratori e poi c’è il padrone: lo possiamo chiamare Amministratore Delegato, dirigente, ecc. ma la divisione rimane. Noi produciamo ricchezza e dobbiamo prendere in mano i mezzi di produzione. È questo l’obiettivo che ci poniamo come Cellula Gagarin.

Inizialmente il nostro gruppo era nato come cellula del Partito Comunista (il PC diretto da Marco Rizzo – ndr), ma adesso al nostro interno ci sono varie esperienze e non siamo più legati a un solo partito, man mano che ci allargavamo ci è interessata sempre meno la sigla di appartenenza. Ci siamo accorti che l’unica cosa che funziona davvero e che porta in piazza le persone è parlare tra di noi, confrontarci, riflettere e portare il tutto nei luoghi di lavoro. Se ci limitiamo all’azione di partiti e organizzazioni, che però non stanno dentro ai luoghi di lavoro, perdiamo in partenza.

Che rapporti avete con le organizzazioni sindacali e politiche?

L’esperienza della cellula è “antica”, noi ci identifichiamo più che altro come lavoratori che si riconoscono in un certo ideale e che trovano soluzioni anche studiando esperienze precedenti alle nostre. Molti di noi avevano la tessera della CGIL, ma oggi la nostra sponda sindacale è la CUB, perché qui ritroviamo i nostri valori ed è anche l’unico sindacato che ai tempi del referendum sull’accordo truffa per “il rilancio aziendale” (2017 – ndr) ha sostenuto veramente la campagna per il NO. 

Oggi c’è un grosso problema di repressione aziendale, voi come vi organizzate per farvi fronte?

Stiamo puntando molto sulla solidarietà e il sostegno ai lavoratori colpiti dalla repressione. In proposito dobbiamo necessariamente citare i vincoli di fedeltà aziendale: poco tempo fa ho sentito l’intervento di un avvocato di USB che spiegava cosa fossero. Il vincolo di fedeltà è nato in un certo modo ma viene interpretato in modo sbagliato, a favore dei padroni. Il vincolo infatti dovrebbe essere reciproco tra lavoratori e datori di lavoro e non solo a senso unico. Io lavoratore ho dei doveri, ma ho anche dei diritti e se vengo a chiedere che siano rispettati non sto facendo nulla di male, rientra negli accordi del contratto di lavoro! Ciò non toglie che ci sono alcuni casi eclatanti come all’ex-ILVA di Taranto, dove per un post su Facebook un lavoratore è stato licenziato.

Pensi che la vertenza Alitalia possa essere un terreno pratico in cui i comunisti di diversi partiti e organizzazioni perseguono ’unità di azione?

Noi ovviamente lo auspichiamo, non sarebbe nemmeno da fare questa domanda in teoria! Io credo che questa non debba essere considerata come una vertenza isolata dalle altre, potrebbe essere invece la scintilla che dà il via a una lotta molto più ampia che si ponga in contrasto col governo. Come diceva Mao “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”, però dobbiamo cogliere la palla la balzo, la lotta va indirizzata e se adesso i comunisti sono assenti diventa un problema.

Credi che la vertenza possa in qualche modo spingere i vari partiti comunisti a elaborare un comune progetto di governo del paese?

Qua arriviamo alle dolenti note, perché i compagni spesso su questo si dividono. In teoria l’obiettivo di tutti i partiti e le organizzazioni comuniste dovrebbe essere quello di trovare una via per instaurare il socialismo e così liberare il popolo, ma alle volte sento dei discorsi che portano su tutt’altra strada. Ora parliamo di nazionalizzare Alitalia, ma bisognerebbe nazionalizzare tutte le aziende strategiche del paese e di questo si dovrebbe discutere! Il problema è che da troppo tempo non c’è un confronto tra le varie forze comuniste e penso che forse questa vertenza potrebbe dare un contributo per farlo a tutti i compagni, per mettersi seduti e discutere un attimo, è arrivato il momento!

Come Cellula Gagarin siete lavoratori aeroportuali: avete rapporti con altri gruppi di lavoratori in altri settori? Avete pensato di mettere in rete la vostra esperienza?

È chiaramente necessario ed è lo stesso motivo per cui ci ritroviamo spesso in piazza tra lavoratori al di là delle singole vertenze, tutti uniti. Sembra facile, ma non lo è. Noi non siamo un partito o un’organizzazione, siamo lavoratori e in teoria dovremmo essere tutti militanti, organizzati, dovremmo riuscire a connettere tutte le lotte… però questo dovrebbe essere anche il ruolo del partito. Io conosco l’esperienza molto bella dei lavoratori portuali, sia di Livorno che di Genova: li seguiamo nelle loro lotte, soprattutto in questo momento per il blocco delle armi dirette a Israele. È molto importante quello che fanno e sono contento che hanno trovato anche una sponda sindacale. Non so come andrà avanti ma quella, ad esempio, è una realtà con cui ci interessa collaborare. Aeroportuali, portuali, ferrovieri: in pratica siamo noi che connettiamo il paese e sarebbe interessante ritrovarci tutti insieme nella stessa piazza.

Come trattate la contraddizione con gli altri lavoratori che non sono si sentono comunisti o compagni?

In realtà non è una vera e propria contraddizione. Certo, in un mondo ideale siamo tutti compagni, ma sul posto di lavoro ci sono persone di tutti i tipi… ma questo in realtà ci aiuta anche a non rinchiuderci nelle nostre idee.
Io negli anni ho avuto la fortuna di essere riuscito a informarmi, a studiare e confrontarmi, mentre altre persone magari no. Però quando parli con i tuoi colleghi ti rendi conto che fondamentalmente non c’è tutto questo distacco tra noi: rimane sempre il fatto che siamo proletari, che siamo lavoratori e i lavoratori alla fine pensano tutti alla stessa cosa. Pensiamo a lavorare bene per noi, per la nostra famiglia, per il nostro futuro e alla fine questo ci accomuna tutti. Quando facciamo una lotta scendiamo tutti in piazza nonostante non abbiamo le stesse idee. Magari un giorno anche chi non la pensa come noi si renderà conto che quello che vogliamo fare noi in realtà va anche a suo favore. Un problema è che forse pure noi compagni non siamo stati bravi: assumiamoci le nostre colpe, perché è l’assenza dei comunisti che genera queste situazioni. Essere presenti e radicarsi nei posti di lavoro è fondamentale, come vedi quando c’è una situazione di questo tipo alla fine sono le nostre idee quelle che portano avanti le lotte.

Si può fare un’analogia tra la Cellula Gagarin e, per esempio, i soviet che c’erano in Russia? C’è la possibilità secondo te di costruire dei “nuovi soviet” in Italia?

A me piacerebbe risponderti di sì, soltanto che da qui a fare dei soviet quando ancora non abbiamo creato una massa critica forte, pesante e soprattutto non c’è qualcuno che dirige e organizza il tutto è un po’ difficile. Questa è la base da cui partire, poi questi gruppi di lavoratori possiamo chiamarli come vogliamo, soviet, consigli di fabbrica, ecc.
Prima dicevamo che i lavoratori non sono tutti comunisti o di sinistra, ma quando scendono in piazza insieme a noi, di fatto militano. E ci sono delle cose che ci accomunano al di là delle idee. Per esempio se vado a parlare di soviet a un collega quello non mi capisce. Devo prima spiegargli che cosa sono le classi, di quale classe fa parte lui, devo spiegargli fondamentalmente chi è che e cosa può fare, anche usando degli esempi pratici. I lavoratori che si organizzano sono oggi le avanguardie che tirano avanti tutto, al di là del nome con cui vogliamo chiamarli. Non è una cosa semplice e richiede tempo. E meno male che a supporto abbiamo ancora dei sindacati autonomi e di base, con cui possiamo avere autonomia per muoverci e per portare avanti le nostre idee. Perché i lavoratori anche nel concreto le soluzioni ce le hanno, è solo che vanno contro le politiche governative e quindi chi comanda non ne tiene conto.

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