Il giorno 15 febbraio nelle adiacenze del Call Center Gruppo Distribuzione Italia è apparso uno striscione che recita: “si scrive precariato, si legge contagiato – basta ricatti fra salute e lavoro”, affisso probabilmente a seguito delle molteplici segnalazioni che, in vari modi, i lavoratori di questa azienda hanno inviato ad organizzazioni sindacali e politiche.

Ci siamo già occupati di questa azienda nel mese di marzo e novembre 2020 per segnalare l’assoluta mancanza di misure di sicurezza anti covid, ultima preoccupazione di questa azienda produttrice di precariato e sfruttamento che, ad oggi, non ha ancora provveduto a mettere in sicurezza i suoi dipendenti.

Insieme all’ Assemblea dei Lavoratori Combattivi (di cui due nostre compagne lavoratrici del settore fanno parte) abbiamo portato fuori dai cancelli la nostra solidarietà e il nostro sostegno, con l’obiettivo di infondere fiducia in quella parte di lavoratori che sta provando ad organizzarsi per dare una soluzione almeno ai problemi più gravi e urgenti, come la prevenzione dai contagi.

Privi, per via della precarietà contrattuale, della possibilità di potersi rivolgersi ad un sindacato o di risolvere la propria situazione individualmente chiedendo ascolto all’azienda per le proprie rimostranze, i lavoratori sempre più spesso hanno iniziato a ricorrere a sistemi di “autorganizzazione” basati sul tracciamento dei contatti avvenuti con quei lavoratori risultati positivi al Covid-19.

Questa iniziativa spontanea (e di buon senso) presa dai lavoratori avrà probabilmente evitato che il bollettino giornaliero dei contagi della Regione Lazio registrasse uno zero in più ogni mese. In compenso ai lavoratori è ben chiara l’indifferenza delle istituzioni per la loro condizione lavorativa: i 3000 lavoratori di quest’azienda sono impiegati anche nell’appalto di Gruppo Distribuzione Italia per la gestione del servizio 060606 RomaChiamaRoma (il contact center del Comune di Roma)!

Peccato però che, per i tanti lavoratori inquadrati con contratti di lavoro a progetto, autosospendersi dal lavoro dopo aver avuto un contatto con un collega positivo al Covid-19 significa perdere la retribuzione di intere settimane di lavoro: oltre il danno anche la beffa!

Questo scenario paradossale è purtroppo comune a tanti settori produttivi e spadroneggia in quello degli appalti dove, aziende, azienducole o cooperative nate per l’occasione (che talvolta hanno una prospettiva di vita di qualche anno al massimo) calpestano e asfaltano non solo i diritti dei lavoratori ma anche le basilari norme comportamentali di qualsiasi società che si pregia di definirsi “civile”.

In queste situazioni appare chiaro il limite principale della concezione comune a molti compagni, anche appartenenti a sigle combattive del sindacalismo di base, di costruire il proprio radicamento fra i lavoratori a partire dal binomio lotta-contrattazione. Chi è precario non può semplicemente sindacalizzarsi e organizzare iniziative di lotta prefiggendosi di raggiungere uno o più risultati. Chi è precario può e deve lottare contro il padrone se costruisce attorno a sé un gruppo compatto e determinato di altri precari che intendono lottare insieme a lui, se arriva a determinare rapporti di forza tali che consentono a lui e agli altri di esporsi e rivendicare i propri diritti.

I precari non possono delegare nulla a nessuno, devono costruire attorno a sé stessi la propria forza e tessere una rete di alleanze con quelle organizzazioni sindacali che vogliono e sono capaci di sostenerli in questo lavoro.

Situazioni come quella dei lavoratori di Gruppo Distribuzione Italia dimostrano che non la moltiplicazione delle lotte ma la creazione di organismi autorganizzati dei lavoratori deve essere l’obiettivo che deve guidare l’intervento dei comunisti nella classe operaia.

Per orientare l’intervento dei comunisti tra i lavoratori delle aziende capitaliste e pubbliche ed in special modo tra i numerosi assoggettati al regime del precariato, riproponiamo lo schema “occupare e uscire dalle aziende” (da declinare in ogni contesto concreto) che abbiamo elaborato nel 2015 quando abbiamo avviato in modo strutturato il lavoro operaio e sindacale del P.CARC e che i nostri compagni utilizzano per orientare la loro azione all’interno dei propri posti di lavoro.

Occupare le aziende: significa costituire in ogni azienda organismi che rappresentino voce e presenza alternativa e antagonista alla direzione ufficiale del padrone, che si organizzino per conoscere il processo produttivo dell’azienda e le sue prospettive (cosa produce, come, da chi si rifornisce, a chi vende), per sapere come vanno le cose in azienda e conoscere la situazione nei vari reparti, che assumano un ruolo autorevole tra i lavoratori dell’azienda, rappresentino un punto di riferimento e svolgano un ruolo di orientamento nei confronti degli altri lavoratori, ecc. ecc.

Uscire dalle aziende: significa che nella conduzione della specifica battaglia di fabbrica o di azienda, il gruppo o il collettivo di operai che la dirige assume un ruolo politico anche al di fuori, fa valere l’orientamento della classe operaia, raccoglie e valorizza le forze e la disponibilità a mobilitarsi del resto delle masse popolari, si coordina con altre organizzazioni operai e popolari.

L’applicazione di questo orientamento e la sua declinazione concreta in ogni situazione è la via maestra per un intervento dei comunisti nella classe operaia che non si attesti a registrare la sua poca combattività ma che miri a creare i presupposti di coscienza e organizzazione che permettono il dispiegarsi della combattività della classe operaia.

Come in ogni campo della lotta di classe sono i comunisti che devono elevare la coscienza del proprio ruolo e dei propri compiti.

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