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La Francia in rivolta contro l’impunità della polizia

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Dicembre 31, 2020
in Resistenza n. 1/2021
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Da settimane centinaia di migliaia di persone scendono in piazza con determinazione contro la legge “Sécurité globale”, presentata il 20 ottobre da alcuni deputati di La République en Marche (il partito di Macron). Già approvata il 24 novembre dall’Assemblea Nazionale, la legge è per ora ferma in attesa di essere discussa al Senato, probabilmente a gennaio.
Al centro delle proteste vi è anzitutto l’art. 24 che prevede la condanna a una multa di 45mila euro e un anno di prigione per chi diffonde, con qualunque mezzo, l’immagine del volto o di qualsiasi altro elemento di identificazione di agenti di polizia o militari in servizio.
A rinfocolare le proteste – proprio mentre si discuteva il progetto di legge – il brutale pestaggio di Michel Zecler a Parigi.
Il produttore musicale di colore è stato trascinato nel suo studio dalla polizia e picchiato selvaggiamente perché sorpreso in strada senza mascherina, in violazione delle norme anti Covid-19. Le immagini del pestaggio, riprese dai vicini e dalle telecamere di sorveglianza dello stesso studio di Zecler, sono state diffuse dal sito Loopsider. Evitare che episodi come questo diventino di pubblico dominio è il reale obiettivo dell’art. 24 di Sécurité Globale.

Il 28 novembre sono scese in piazza nelle principali città francesi oltre 130mila persone. Tra queste anche il collettivo Stop Loi Sécurité Globale – di cui fanno parte i sindacati dei giornalisti, ONG per i diritti umani e altri gruppi – che denuncia il rischio di “una sorveglianza di massa organizzata”, di una “censura globale” invece di “sicurezza globale”.
L’art. 24 si applicherà infatti anche ai giornalisti non accreditati preventivamente presso la Prefettura che parteciperanno alle manifestazioni (in pratica, saranno gli stessi poliziotti a decidere chi può vigilare sul loro operato). Ricordiamo che sono state proprio le riprese di un giornalista indipendente a mettere in imbarazzo, nel 2018, il governo francese portando sui media nazionali e internazionali “il caso Benalla”. Benalla, capo della sicurezza di Macron e suo uomo di fiducia, durante la manifestazione del 1° maggio da infiltrato supportava la polizia durante i pestaggi a Place de la Contrescarpe: un altro caso emblematico di ciò che Sécurité Globale mira a scongiurare.

Il 5 dicembre altre manifestazioni hanno invaso le strade della Francia e a Parigi si sono registrati 22 arresti.
Il 9 dicembre l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani durante una conferenza stampa a Ginevra ha dichiarato: “è l’art. 24 quello di cui siamo veramente preoccupati. Ed è per questo che diciamo che dovrebbe essere rivisto e dovrebbe essere, immagino, ritirato”.

Sempre il 9 dicembre, il Consiglio dei ministri ha approvato un altro disegno di legge dai contenuti altamente incendiari. All’indomani dell’omicidio di Samuel Paty il professore di liceo decapitato il 16 ottobre nella periferia parigina perché avrebbe mostrato delle caricature di Maometto durante un’ora di lezione sulla libertà d’espressione, Macron ha infatti presentato il progetto di legge “a sostegno dei principi della Repubblica”, la cui discussione dovrebbe iniziare a febbraio.
La proposta, nata inizialmente contro il “separatismo religioso” e che per motivi di “opportunità politica” è stata poi epurata da ogni riferimento esplicito all’Islam (erano scoppiate proteste contro Macron sia in Francia che nei paesi islamici) mira a reprimere ogni forma di dissenso dai costumi/valori della borghesia imperialista, tanto che anche la chiesa e le (numerose) minoranze, dai bretoni agli alsaziani, sono scese in campo contro di essa.

A fare da retroterra a tutti questi avvenimenti, la grave crisi economica e sociale che la classe dominante non riesce più a gestire se non incrementando ed estendendo misure repressive di massa. Le leggi in corso di approvazione scoprono il vero volto della Francia che da patria della “repubblica democratica” e della rivoluzione francese sta diventando la patria della persecuzione poliziesca non solo nelle piazze, ma nell’intero impianto sociale. La crisi generale del capitalismo che avanza toglie la maschera democratica alla dittatura della borghesia imperialista.
Filmare la polizia è diventata un’arma di difesa irrinunciabile nelle manifestazioni, represse sempre più brutalmente (vedi quelle dei Gilets Jaunes), nei quartieri popolari, nelle banlieues parigine usate come veri e propri laboratori repressivi.
Il copwatching (riprendere, filmare abusi di polizia), in questo contesto, non è certo la soluzione ai problemi, ma è sicuramente un’importante forma di organizzazione dal basso contro forme di autoritarismo che, in periodi di grave crisi come quella attuale, sono destinate ad estendersi e approfondirsi.

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