Marche. USB Sanità denuncia la chiusura dei reparti ospedalieri

“L’USB, nello smentire le dichiarazioni, fatte a mezzo stampa, dal direttore Area vasta 5 e dalla dirigenza, conferma integralmente tutto ciò che è stato pubblicamente denunciato dal nostro delegato Mauro Giuliani sui mezzi di informazione.
Di fronte al Direttore Area Vasta 5 che dice che “non è stato chiuso niente” e che “la Medicina d’Urgenza è stata trasferita al terzo piano”, non possiamo che ribadire e riconfermare che il reparto di Medicina d’Urgenza-Covid (inidoneo ad assistere pazienti positivi Covid) è chiuso, così come quello al terzo piano e come uno dei reparti di medicina, dove si è sviluppato un cluster. Chiusa è stata anche la Cardiologia, sempre a causa di operatori sanitari contagiati, e riaperta dopo diversi giorni in altra ala dell’ospedale, e più precisamente presso il reparto di Urologia, chiuso anch’esso da inizio pandemia.
Una verità che le immagini che alleghiamo rendono cristallina e inconfutabile più di mille parole.
Inoltre, tra lavoratrici e lavoratori, attualmente oltre 50 sono i contagiati!
Chi tenta di mascherare la diffusione della verità sotto le mentite spoglie del “procurato allarme”, invece che trovare soluzioni ai problemi, come sarebbe nelle sue responsabilità, forse farebbe meglio a dimettersi” – Dal Comunicato stampa del 12 dicembre 2020: Area Vasta 5, l’USB conferma tutto: quando la verità (innegabile) fa male, sulle reali condizioni della sanità.

Milano. Sullo sciopero del 14 dicembre. Intervista a un lavoratore dell’ospedale San Paolo
Quali sono i motivi che hanno portato allo sciopero del 14 dicembre e come è andato?
La firma del contratto integrativo aziendale è peggiorativo per l’ospedale in vari punti: ci toglie molti “accessori” importanti come la mensa o la vestizione che in questo momento, vista l’emergenza sanitaria, rendono l’attività lavorativa per noi ancora più pesante e frustrante. Inoltre questo contratto l’ha firmato una parte dei sindacati minoritaria e non con la maggioranza degli iscritti. La mobilitazione è andata bene rispetto a quello che ci si può aspettare in un momento di crisi come questo in cui la paura regna sovrana, c’è il terrore di assembramenti e dove tutti in una misura o nell’altra ci sentiamo costretti a casa.

Avete già in cantiere altre iniziative per proseguire la mobilitazione?
Sì, noi in realtà ci stavamo già mobilitando da prima facendo in modo di non arrivare in anticipo e non uscire in ritardo da lavoro, per non regalare il nostro tempo all’azienda, oppure rifiutando di fare gli straordinari per mettere noi le pezze alle carenze del sistema e alle responsabilità dei dirigenti. Mettiamo quindi in campo una serie di misure di agitazione, facciamo una sorta di sciopero selettivo su alcune attività sulle quali ora quest’azienda campa e tira avanti nel tentativo impossibile di far quadrare il cerchio con il nostro sudore e la nostra fatica extra.

Come pensi si possa sviluppare la mobilitazione e l’organizzazione dei lavoratori dell’ospedale? Quali sono le difficoltà?
Le difficoltà ci sono soprattutto per chi lavora nei reparti. Un problema grosso è che quando non ci sono dei sindacati validi, ma solo sindacati compiacenti tutto è difficile. Sicuramente, si può fare molto se ci si coordina e se in tutti gli ospedali si inizia a contestare questo modello di sanità, che premia il privato e penalizza il pubblico erogando un’assistenza qualitativamente sempre peggiore in relazione ai soldi che ci vengono sottratti. Quindi, secondo me la prossima mobilitazione deve essere quantomeno regionale.

La giornata di mobilitazione è terminata con un presidio sotto la Regione, che nomina e da cui dipende la direzione dell’ospedale. I problemi denunciati con lo sciopero discendono infatti da scelte politiche. Come pensi si possa costruire e affermare una gestione della sanità alternativa, che metta al centro il diritto alla salute e i diritti dei lavoratori?
Secondo me, servono degli organi di autogestione all’interno degli ospedali che tutelino quantomeno i lavoratori che avanzano critiche rispetto all’operato della direzione. Oggi la prima reazione alle critiche è quella di richiamare chi fa notare queste cose anziché ascoltarlo. Quindi sicuramente occorrono degli organi forti di tutela dei lavoratori dove esprimere le criticità dell’assistenza: sarebbe un primo passo, anche per arrivare a una gestione davvero democratica e all’altezza della situazione.

Al presidio fuori dal San Paolo in sostegno allo sciopero erano presenti diverse realtà: brigate di solidarietà, il Comitato in difesa dell’ospedale San Paolo e del San Carlo, ecc. Come pensi si possa sviluppare il legame e il coordinamento tra i lavoratori dei due ospedali e queste altre organizzazioni popolari?
Secondo me, quello che stiamo facendo adesso è già buono. Sicuramente, farei iniziative in cui si mettono in luce le carenze e le inefficienze della dirigenza, questo può essere un passo ulteriore. Come sviluppare il legame con altre realtà? Se prima ipotizzavo un organo di tutela dei lavoratori che vada al di là degli inciuci della maggior parte dei sindacati, in questo caso chiaramente ci dovrebbe essere anche uno spazio per gli utenti e per quella cittadinanza attiva che vede nella sanità un diritto fondamentale. Tutti noi paghiamo con le tasse un servizio che deve essere efficiente e lontano da ogni logica di profitto: in questo le organizzazioni extra-ospedaliere potrebbero essere di grande aiuto.

Cagliari. La grave situazione alla Saras, testimonianza di un lavoratore di una ditta esterna.
“I sindacati interni dell’azienda (CGIL) sono latitanti, non si sentono e non si vedono, non partecipano neanche alle assemblee sindacali. Le informazioni arrivano e non arrivano quindi siamo spaesati riguardo alla situazione attuale e al nostro futuro. Ora dobbiamo rivolgerci all’azienda per capire cosa succede, non si sa bene come stanno le cose, ci sentiamo abbandonati. (…)
A inizio della prima ondata, durante la fermata per la manutenzione straordinaria, sono intervenute delle società straniere per i sollevamenti, americane e russe. C’era gente che arrivava da ogni parte, non si sapeva se erano stati controllati, se avevano fatto tamponi e così via, praticamente rischiavamo la vita per i profitti dei padroni.
Non avevamo mascherine. Per questo io mi sono sentito in dovere – mi sono anche esposto, per la mia famiglia e le famiglie di tanti colleghi – di bloccare la società mentre si effettuavano i lavori straordinari di manutenzione. Abbiamo fatto le cosiddette fermate di due, tre ore circa. Questa notizia è arrivata alla Saras, è rimbalzata subito perché comunque se ti si ferma una società di quelle collegate alla principale, si inceppa l’intera produzione, quindi le nostre ore di sospensione hanno fermato tutto l’ingranaggio. A seguito di questo hanno messo in campo tutta una serie di misure, c’è stata una ripercussione. La Saras ha tirato fuori le mascherine, si è occupata di mettere le strisce, gli scanner. Tutte le società hanno messo le strisce a terra per i distanziamenti, anche alla timbratrice. Il sindacato ha detto che quelle mascherine non erano necessarie perché non proteggevano; io gli ho risposto davanti a tutti che erano fuori dal mondo. Dovrebbero essere loro a guidarci e, invece, siamo noi che dobbiamo andarli a cercare. Loro parlano con noi operai esclusivamente quando è l’azienda a coinvolgerli per dirci che c’è qualche problema, che non possono darci questo o quello: sono la bocca del padrone ma così non funziona.

Per lo sciopero del 5 novembre (per il CCNL dei metalmeccanici, categoria a cui appartengono i manutentori delle ditte esterne-NdA) gli operai hanno fatto la loro parte. La partecipazione è stata massiccia, ci abbiamo lavorato, abbiamo sensibilizzato, senza fare tanta propaganda, sul fatto che lo sciopero andava fatto e che dovevamo bloccare e ha funzionato. Anche se sembrava di essere in ferie per 4 ore. Perché poi la gente non si è incontrata, non c’è stato dibattito. I temi di cui parlare potevano essere molti: il rinnovo del contratto rispetto a cui siamo in alto mare, le problematiche legate al Covid-19, la cassa integrazione. Ognuno è andato invece per la sua strada, ma l’importante è che c’è stata comunque una forte adesione. Il sindacato aveva affisso un foglio per indire un’assemblea per parlare dell’apertura della cassa integrazione, ma nessun cenno allo sciopero. (…)
Rispetto alla situazione attuale, la nostra azienda dipende dalla Saras. Non ha cercato anzitempo altre commesse e quindi ci siamo trovati praticamente appesi a un filo. Quando è andata in crisi la Saras tutto l’indotto è stato travolto: alcune aziende hanno appalti in altri siti industriali, noi siamo legati solamente alla Saras e se questa va a fondo andiamo a fondo anche noi. (…)
L’unica cosa che possiamo augurarci è che sino al 31.12.2020 la nostra società ci tuteli… Da gennaio dovremo aspettare i soldi dall’INPS, quindi si tratterà di capire cosa succederà l’anno prossimo: conosciamo tutti la poca serietà del nostro Stato, dell’INPS, di tutti gli enti pubblici che abbiamo… per ora gli stipendi sono regolari ma ci sentiamo abbandonati da tutti, dai sindacati, dallo Stato. Tutti sanno chi siamo quando dobbiamo pagare qualcosa, conoscono il nostro indirizzo e i nostri conti; invece quando sono loro che devono dare qualcosa a te, nessuno ti conosce. Si dovrebbe fare lo sciopero fiscale quando succedono queste cose. Io ho pagato con 34 anni di servizio, non devo niente a nessuno. (…)
Il sistema di controllo degli operai è quello usato nelle raffinerie, quasi da caserma, soprattutto per i dipendenti Saras, ma di conseguenza anche per le ditte esterne. Sembra che viga una gerarchia militare. Pensa che hanno tutti paura di parlare e anche se non c’è il vincolo di fedeltà aziendale nel contratto, alla fine è come se ci fosse.
Quello oltre tutto è un ambiente di lavoro dove dovrebbero riconoscere il lavoro usurante, molti alla pensione non ci arrivano nemmeno. L’hanno riconosciuto agli autisti… e non dico che sia sbagliato anzi, ma quello nelle raffinerie dovrebbe esserlo a ragion veduta perché hai a che fare con veleni come l’acido fluoridrico, gli zolfi, il benzene. (…)
Ci sono degli acidi che servono per fare gli oli delle motoseghe e dei decespugliatori che sono come dei virus, ti entrano nel corpo se non vengono lavati subito, come l’acido fluoridrico (HF). Questo è altamente cancerogeno, ci sono delle vasche con bicarbonato di sodio dove bisogna lavare tutti gli strumenti, tutte le attrezzature. Se rimane e lo tocchi dopo un mese si riattiva. Dobbiamo lavorare con i rilevatori perché ci sono sostanze che il nostro olfatto non percepisce e quindi rischi la morte. I morti che ci sono stati sono dovuti all’assenza di ossigeno, abbiamo degli strumenti che ci salvano la vita, ogni giorno dobbiamo girare con quelli. Dovrebbero riconoscerci il lavoro usurante senza batter ciglio”.

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