In quella storia le nostre radici, in quegli insegnamenti il nostro futuro

I padroni hanno il terrore del movimento comunista, per quanto oggi sia debole.
Nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria – iniziata con la Rivoluzione d’Ottobre in Russia – essi hanno infatti sperimentato sulla loro pelle la forza delle masse popolari dirette dal movimento comunista.
Nessuna aggressione militare, boicottaggio o sabotaggio è valso a fermarne l’avanzata.
Solo gli errori e i limiti dei comunisti, in particolare la loro incapacità di definire una strategia per condurre vittoriosamente la rivoluzione nei paesi imperialisti, hanno portato all’esaurimento e alla disgregazione del vecchio movimento comunista. Per questo, la borghesia cerca di impedire in ogni modo la formazione di partiti comunisti adeguati a condurre la rivoluzione.
Una delle vie attraverso cui lo fa è infangare la storia del movimento comunista definendola “una sequela di errori ed orrori” (Bertinotti docet). L’ultima clamorosa operazione di denigrazione storica è stata la risoluzione del Parlamento Europeo dello scorso anno che equiparava nazismo e comunismo.
In questo ambito, rientrano anche le manovre per screditare il Centenario dalla fondazione del primo Partito Comunista Italiano, che cade il 21 gennaio. Renzi annuncia per quella data un’iniziativa con l’ex premier britannico Blair “per rivendicare il riformismo”. Ezio Mauro definisce la scissione di Livorno – da cui il PCI nacque – “il peccato originale e la sciagura” che aprì la strada al fascismo.
Noi, al contrario, dobbiamo rivendicare questo anniversario, farne un’arma di lotta e uno strumento per avanzare nella rinascita del movimento comunista nel nostro paese, nella costruzione di quel partito in grado di condurre vittoriosamente la rivoluzione socialista oggi più che mai necessaria.
A questo scopo pubblicheremo nel corso dell’anno una serie di articoli sulla storia del primo PCI. Partiamo dal ricostruire in estrema sintesi la storia e l’attività del primo PCI. Dai suoi successi e dalle sue sconfitte emerge come per condurre la rivoluzione socialista sia indispensabile la guida di un partito comunista all’altezza dei propri compiti.

Il contesto storico in cui nasce il primo PCI: ai lavoratori serve un partito rivoluzionario!
La fondazione del primo PCI avviene nel periodo immediatamente seguente la Prima guerra mondiale. Milioni di uomini erano stati sacrificati per decidere quale gruppo imperialista doveva prevalere sugli altri, mentre i capitalisti che rifornivano gli Stati in guerra facevano profitti mai visti prima. Questo massacro senza precedenti aveva mostrato alle masse la necessità di farla finita con il capitalismo e instaurare il socialismo. La vittoria della Rivoluzione d’Ottobre in Russia (1917) aveva dimostrato che era possibile. Su quell’esempio si stavano sviluppando in tutta Europa numerosi tentativi insurrezionali e rivoluzionari.
I vecchi partiti socialdemocratici erano però inadeguati a fare la rivoluzione socialista. Molti, in particolare quello tedesco (SPD) che era il più grande e influente, si erano sottomessi alla borghesia e avevano votato a favore della guerra nei rispettivi parlamenti. Successivamente, parteciparono finanche alla repressione dei tentativi insurrezionali.

In Italia il Partito Socialista Italiano (PSI) era rimasto neutrale. La linea rispetto alla guerra era: né aderire né sabotare. Durante il Biennio Rosso (1919-1920), però, abbandonò a loro stessi i lavoratori che si erano sollevati sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre, occupando le fabbriche e costituendo i Consigli di Fabbrica, organi di lotta e di democrazia diretta. Invece di condurli a prendere il potere, si ritirò spaventato, condannando i lavoratori ad una sconfitta che aprì le porte al fascismo, instaurato dalla classe dominante terrorizzata dalla grandiosa mobilitazione popolare. Ai lavoratori serviva un partito realmente rivoluzionario.
I limiti del PSI e degli altri partiti socialdemocratici discendevano da due tare, che inficiavano la concezione che guidava la loro attività: l’economicismo, cioè la riduzione del ruolo dei comunisti a promotori delle lotte rivendicative e l’elettoralismo, ovvero la riduzione del ruolo dei comunisti a rappresentanti della classe operaia nelle istituzioni borghesi.
A fronte di questa situazione, si costituì nella neonata Unione Sovietica la I Internazionale Comunista. Nel suo II Congresso (luglio-agosto 1920) si decise che i partiti aderenti avrebbero dovuto sottoscrivere ventuno condizioni. Fra le altre cose, era prevista l’espulsione dei riformisti e il mutamento del nome dei partiti in “Partito Comunista – sezione dell’Internazionale Comunista”, definizione questa che resterà fino allo scioglimento dell’Internazionale Comunista avvenuta nel 1943.


Fondazione del primo PCI, da Bordiga a Gramsci
Alla fine del suo II Congresso, il 27 agosto 1920, l’Internazionale Comunista invitò i vertici del PSI a discutere le ventuno condizioni. Seguirono mesi di battaglia politica tra le correnti che lo componevano. Il 21 gennaio 1921, dopo sei giorni di lavori, il Congresso del PSI approvò a maggioranza la mozione che rifiutava di espellere i riformisti.
La frazione comunista, con in testa Amadeo Bordiga, portandosi dietro la maggior parte della Federazione Giovanile, dichiarò che il PSI si era così posto fuori dall’Internazionale Comunista. Lo stesso giorno si riunì in separata sede per costituire il Partito Comunista d’Italia – sezione italiana dell’Internazionale Comunista.
Finalmente i lavoratori italiani avevano il loro partito rivoluzionario. Amadeo Bordiga, primo segretario, promuoveva però la linea che Lenin nei suoi scritti definiva “estremista”: una linea che si risolveva in una politica settaria che condannava il partito all’impotenza.
La conseguenza fu che il partito, di fronte all’ascesa di Mussolini foraggiata dalla parte più reazionaria della classe dominante, non si pose l’obiettivo di costruire un fronte antifascista. Neanche partecipò né sostenne gli Arditi del Popolo, organizzazioni di proletari armati che fronteggiavano le squadracce fasciste e costituivano l’unico argine al loro dilagare.
Nonostante ciò, molti membri del PCd’I lottarono ugualmente con gli Arditi del Popolo e furono in prima linea nella lotta contro lo squadrismo.

Nel 1924 l’Internazionale Comunista decretò la sostituzione di Bordiga con Gramsci e promosse un processo di “bolscevizzazione del partito”, necessario a superare le due tare che il PCd’I ereditava dal PSI e a trasformarsi nel partito, unito ideologicamente attorno al marxismo-leninismo, adeguato a condurre vittoriosamente la rivoluzione socialista.
L’arresto di Gramsci e di molti altri dirigenti e la messa fuori legge dei comunisti nel 1926, con l’approvazione delle leggi fascistissime – a soli 5 anni dalla fondazione del partito – interruppero questo processo.

Dalla clandestinità alla Resistenza
Nonostante le difficoltà il partito venne ricostruito nella clandestinità, in parte in Italia e in parte all’estero (in particolare in Francia e URSS) da dove dirigeva le operazioni. In questo periodo esso portò avanti, eroicamente e a prezzo di enormi sacrifici, un lavoro sotterraneo di propaganda, di intervento tra i lavoratori e anche nei sindacati fascisti, promuovendo scioperi come quello delle mondine piemontesi organizzato nel 1931 da Teresa Noce cui parteciparono, nonostante la feroce repressione, oltre 2.000 lavoratrici.
Il PCd’I si guadagnò il ruolo di unico vero oppositore del regime fascista. La feroce repressione dei comunisti non bastava al regime per eliminarli e, anzi, spingeva sempre più lavoratori ad aderire al partito.

Dopo l’8 settembre ‘43, con il crollo del regime fascista e l’invasione nazista il PCI, forte delle posizioni conquistate nella lotta clandestina, si pose alla testa della lotta contro il fascismo. Costituì le brigate Garibaldi – le più numerose e combattive tra le formazioni partigiane – e promosse la formazione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) a governo del paese occupato e di CLN territoriali e di fabbrica per organizzare la lotta e il sabotaggio contro l’invasore. È con la Resistenza e la sua vittoria che il PCI divenne un partito grande e forte, riconosciuto dalla maggior parte della classe operaia come il proprio partito, radicato nelle fabbriche, nelle campagne e nei quartieri popolari.

Il dopoguerra e l’affermazione dei revisionisti
Negli anni successivi alla Liberazione la mancata bolscevizzazione del partito fece emergere nuovamente i limiti del gruppo dirigente, in particolare della sua parte più dedita alla causa del comunismo, che aveva per questo la responsabilità di indicare i passi per proseguire verso la rivoluzione. Ancora afflitta dalle “due tare”, la sinistra del PCI si rivelò incapace di elaborare una strategia per fare della vittoria della Resistenza la premessa alla vittoria della rivoluzione socialista nel nostro paese, per trasformare gli organismi nati dalla Resistenza (i CLN e l’esercito partigiano) in istituzioni del nuovo potere della classe operaia.
La testa del partito fu dunque presa progressivamente dai revisionisti moderni guidati da Togliatti, che teorizzarono la “via italiana al socialismo” attraverso le riforme e misero il partito sul terreno della democrazia borghese e della collaborazione con la borghesia nella gestione del paese, isolando definitivamente la sinistra interna con l’VIII Congresso del PCI (1956).
I lavoratori comunisti saranno ancora per molti anni alla testa delle lotte delle masse popolari, nelle dure lotte di fabbrica degli anni ‘50, nelle occupazioni delle terre dei contadini poveri del meridione, nelle mobilitazioni antifasciste e antimperialiste, ma la direzione della destra trasformerà via via il partito, smorzandone sempre più il carattere rivoluzionario. Con la segreteria di Berlinguer (1972-1984), che dichiara centrale la “questione morale” invece della lotta di classe, il partito si porrà apertamente come ala sinistra dello schieramento borghese, fino ad essere liquidato definitivamente con la “svolta della Bolognina” di Achille Occhetto (1989-1991).

Siamo ai giorni nostri. La rinascita del movimento comunista avanza solo a condizione di superare le tare ideologiche che ancora caratterizzano gli eredi del vecchio PCI, anche quelli che si riconoscono nella sinistra, nella sua parte migliore. Avanza a condizione che si tragga dal passato la giusta lezione per ripartire da basi più solide. In questo senso, il marxismo-leninismo-maoismo è la chiave di lettura con cui guardare al passato e il faro che illumina il nostro presente.

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