L’attuale sistema di relazioni internazionali a livello mondiale è in pieno sconvolgimento: la pandemia da Covid-19 ha aggravato la condizione di crisi del capitalismo, dal 2008 entrata nella sua fase acuta e terminale, acuendo la crisi del sistema politico della borghesia e dando un forte impulso ai sommovimenti delle masse popolari in ogni angolo del mondo. Infatti, i padroni e i loro governi non riescono più, come fatto fino ad ora, a gestire la società con le forme, le prassi e gli istituti propri di un ordinamento economico, politico e sociale (il capitalismo) non conforme ai bisogni materiali e intellettuali della gran massa della popolazione. La resistenza spontanea delle masse popolari agli effetti devastanti della crisi monta di giorno in giorno nei paesi imperialisti e non solo, come dimostrano gli ultimi avvenimenti in America Latina.

Questa svolta nel sistema politico mondiale[1] influisce sull’intera rete di relazioni internazionali (e qui basti pensare alle guerre commerciali, come quella contro la Repubblica Popolare Cinese, su spinta e impulso degli imperialisti USA) e, sebbene questa svolta sia centrata nel sistema politico dei paesi imperialisti, comporta ricadute anche nel resto dei paesi stante la fitta rete di relazioni capitaliste che avviluppa l’intero pianeta. La devastazione crescente su ogni fronte – economico, sociale e ambientale – non è neutra e le masse popolari non sono semplici spettatrici degli eventi: né nei principali paesi imperialisti come le piazze italiane di questi giorni dimostrano, né tanto meno lo sono i popoli oppressi e sfruttati dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti USA, europei e sionisti.

Due dimostrazioni di ciò arrivano dall’America Latina: la Bolivia, con la vittoria elettorale del MAS (il Movimento al Socialismo) il 19 ottobre scorso con il 55% circa delle preferenze e il Cile, in cui il 78% degli elettori ha deciso di abrogare la Costituzione adottata sotto la dittatura di Pinochet (1973-1990). Infatti, il golpe orchestrato nel 2019 dagli USA in Bolivia contro il governo legittimo di Evo Morales a seguito delle elezioni vinte da questi (nonostante sabotaggi nella produzione industriale, boicottaggi e accuse di brogli elettorali da parte dell’Organizzazione degli Stati americani) e che portò Jeanine Añez a fare la presidente ad interim si è infranto contro la diffusa mobilitazione popolare.

Questa mobilitazione, in cui un ruolo chiave lo hanno avuto i minatori aggregati attorno alla Central Obrera Boliviana e gli indios, si è dispiegata fin da subito dalle campagne alle città e ha portato alla vittoria schiacciante del MAS, rappresentato dal neoeletto Luis Arce (ministro dell’economia dal 2016 al 2019 nei governi di Morales) e del suo vicepresidente David Choquehuanca (ex ministro degli esteri di Evo, nonché ex segretario dell’ALBA-TCP).

Alla fine, il governo dell’autoproclamata Añez e dei suoi scagnozzi ha dovuto cedere alla massiccia mobilitazione popolare, permettendo al MAS di presentarsi alle elezioni. Tutto ciò dopo aver perpetrato veri e propri massacri come a Sacaba e Senkata del novembre 2019, dopo i tentativi di smantellare il sistema di previdenza sociale, l’istruzione e sanità pubbliche e l’occupazione lavorativa e di impedire al MAS di presentarsi alle elezioni presidenziali attraverso la militarizzazione delle province. Senza contare la dura repressione contro movimenti sociali e progressisti composti in larga parte da indios, agricoltori, minatori.

Il motivo per cui i gruppi industriali e finanziari legati al circuito della speculazione internazionale, della devastazione ambientale, del traffico di armi e al terrorismo vogliono affondare le proprie grinfie sulla Bolivia è presto svelato: possiede le più grandi riserve mondiali di litio (concentrate nel Salar de Uyuní), un minerale che serve alla produzione di batterie per cellulari e auto elettriche e, più in generale, per la realizzazione di dispositivi informatici, processori soprattutto. Inoltre, è un paese produttore di petrolio e gas naturale, che fanno gola a capitalisti come Elon Musk (proprietario di Tesla e fautore del progetto SpaceX) che apertamente afferma “Noi facciamo colpi di stato dove ci pare, mettetevelo in testa!”.

Sono le masse popolari ad avere l’ultima parola, con buona pace dei Musk di turno e infatti questo è un primo importante successo che come comunisti italiani salutiamo con gioia, ma è da sciocchi o da ingenui pensare che gli USA non torneranno alla carica. Il miglior deterrente alle ingerenze degli USA è mettere al centro il protagonismo operaio e popolare nella gestione del potere, come contraddittoriamente dimostra il vicino Venezuela bolivariano.

Anche in Cile è oltre un anno che lavoratori e masse popolari combattono nelle strade contro le misure criminali promosse dal governo reazionario del presidente Sebastian Piñera, espressione della borghesia parassitaria e legato alle Forze Armate figlie della dittatura, che aveva rimandato il voto durante il periodo più acuto delle contestazioni contro il suo governo sperando in un esito più favorevole. Il 25 ottobre le masse popolari cilene hanno ottenuto una prima luminosa vittoria: con il 78,27% (5.885.721 voti) contro il 21,73% (1.633.932 voti) hanno scelto di abrogare la Costituzione nata negli anni ’80 sotto il tallone di ferro delle Forze Armate. I ricordi della dittatura sono ancora particolarmente vivi nella memoria collettiva cilena: basti pensare ai circa 30mila desaparecidos (uomini e donne oppositori al regime militare fucilati e gettati in mare o nelle fosse comuni, di cui non si è mai più avuta notizia) e il ruolo attivo degli USA e della CIA. Kissinger, allora Segretario di Stato, dopo la vittoria di Allende, disse: “Non vedo alcuna ragione per cui ad un paese dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”. Ora si tratta di definire, entro aprile 2021, la nuova Assemblea Costituzionale e arrivare a nuova Costituzione entro il 2022. Tutto ciò non è che un primo passo di una “lunga marcia”: qui, ancor più che in Bolivia, è essenziale fare proprio il bilancio del passato, cardine per il futuro.

Quell’11 settembre 1973, con l’assalto alla Moneda e al presidente Allende e la sua Unidad Popular, il Cile vide cadere le sue figlie e i suoi figli migliori (i figli della nostra stessa classe), perché la borghesia non esita a gettare la sua maschera democratica e a mostrare il proprio volto, quello della reazione. Non ci sono vie democratiche o pacifiche o “di riforme strutturali” al socialismo: la nostra è una guerra popolare rivoluzionaria e di lunga durata che necessita di uno Stato Maggiore della classe operaia qual è il Partito Comunista, centro nevralgico del nuovo potere delle masse popolari organizzate. Infatti, il Cile è un monito e un insegnamento per chiunque voglia costruire il mondo nuovo, necessario e possibile: solo avanzando nella costruzione della rivoluzione socialista il futuro sarà nostro. Questo è il nostro compito.

Per noi internazionalismo proletario significa rompere le catene in Italia – un paese imperialista le cui autorità e istituzioni sono succubi del Vaticano, di Confindustria, della NATO, dell’UE, delle organizzazioni criminali – come miglior contributo che possiamo dare a tutti i popoli piombati nella tragedia imposta loro da un pugno di speculatori, affaristi, criminali che ancora dirigono il corso delle cose a livello mondiale. Concretamente questo per i comunisti italiani significa imparare a vedere quanto la crisi politica ed economica della borghesia imperialista internazionale e la riscossa popolare che risuona in tutto il mondo si declini qui ed ora nel nostro paese.

Dobbiamo imparare a vedere come questa crisi, di cui l’emergenza sanitaria è un suo approfondimento palese e distruttivo, si manifesti sia sul piano pratico che su quello teorico in modo da individuare e definire l’azione concreta che siamo chiamati a svolgere in questa fase nel nostro paese. La sintesi di questi due campi del sommovimento in atto è sintetizzabile: nel campo pratico, nel pullulare di mobilitazioni, proteste e iniziative che coinvolgono tutti i settori delle masse popolari, tra le quali si fa strada la percezione che “così non si può più andare avanti” e l’aspirazione a “non tornare alla normalità perché la normalità era il problema”: “a mali estremi, estremi rimedi” è la parola d’ordine che meglio sintetizza la condotta che le masse popolari terranno nei prossimi mesi, se ci saranno in Italia comunisti capaci e generosi al punto da essere loro “capi” nell’opera che le masse popolari hanno bisogno di compiere; nel campo della teoria, nel dibattito che si sta sviluppando tra i partiti, gli organismi e singoli intellettuali e uomini politici che nel nostro paese si dicono comunisti, dibattito di cui sono espressione la maggiore attività di vecchi centri, ma anche le riviste che una dopo l’altra hanno iniziato la pubblicazione: l’Ordine Nuovo (area Alessandro Mustillo-FGC), Ragioni e Conflitti (PCI, segretario Mauro Alboresi), Cumpanis (diretta da Fosco Giannini, responsabile Dipartimento Esteri del PCI), Su la testa (PRC).

In questo contesto i comunisti devono lanciarsi con determinazione e scienza nella mobilitazione delle masse popolari per formare, rafforzare e allargare il loro sistema di potere, ma soprattutto andare a fondo fino a farlo diventare il nuovo sistema politico dell’intera società. Questo è il passo che i comunisti che ci hanno preceduto non sono riusciti a compiere nel Biennio Rosso 1919-1920, nella Resistenza contro il nazifascismo degli anni 1943-1945-1947, negli anni ’70 con i Consigli di Fabbrica (CdF) e con le Organizzazioni Comuniste Combattenti (OCC): farlo è il compito dei comunisti di oggi ed è questa anche la più alta forma di solidarietà con i popoli di tutto il mondo in lotta contro l’imperialismo. Per assolvere a questo compito dobbiamo partire non dal fatto che al momento il movimento comunista è debole: l’esperienza del vecchio PCI negli anni ’40 mostra bene che un partito comunista seppur piccolo ma con una linea giusta ha cambiato il paese ed è diventato grande, mentre poi, grande ma con una linea sbagliata, si è integrato nella Repubblica Pontificia e corrotto fino a estinguersi.

Noi dobbiamo partire dalle nostre forze attuali per rafforzare la combattività, l’organizzazione e il coordinamento delle masse popolari promuovendo la costituzione di comitati, collettivi e associazioni che prendano in mano la gestione di aziende capitaliste, pubbliche e dei quartieri (costruire i nuovi soviet), il coordinamento tra questi organismi perché mettano in piedi e rafforzino la rete del Nuovo Potere che avanza e impongano un governo loro espressione, un Governo di Emergenza Popolare composto da uomini di loro fiducia e che imponga le misure necessarie e urgenti per fronteggiare l’emergenza sanitaria, economica e sociale in corso. Un tale governo rafforzerà il movimento comunista, spingerà in avanti le masse attraverso una scuola pratica per dirigere direttamente loro il paese e lo Stato, farà avanzare la lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista. In questa direzione, se non vuole limitarsi allo scontro di idee per le idee ma sviluppare una teoria rivoluzionaria che cambi lo stato di cose presenti, deve svilupparsi l’elaborazione e il dibattito all’interno del movimento comunista del nostro paese perché “senza una teoria rivoluzionaria non può esistere un movimento rivoluzionario”.

Questa la nostra chiamata alle armi per ogni donna e uomo volenteroso a farla finita con il sistema di sfruttamento e oppressione capitalista: legarsi al movimento comunista che rinasce e cresce nel nostro paese per imparare dal passato e realizzare ciò di cui la realtà è già gravida, il socialismo!

 

VIVA L’AMERICA LATINA IN LOTTA CONTRO I SUOI AGUZZINI IMPERIALISTI!

AVANTI CON LA RINASCITA DEL MOVIMENTO COMUNISTA!

 

 

 

[1]Per approfondire, “Una svolta nella politica mondiale” in La Voce 59 del (nuovo)Partito Comunista Italiano.

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