Facciamo appello a partiti, sindacati, organismi popolari e movimenti a esprimere pubblicamente solidarietà ad Alessandro Della Malva e Andrea Gozzi per la repressione che hanno subito, a Dana Lauriola e a tutto il Movimento NO TAV per rispedire al mittente la criminalizzazione e le rappresaglie poliziesche.
Ringraziamo, a questo proposito, quegli organismi che hanno già preso posizione pubblicamente: il Consiglio Popolare di Modena, il Comitato di Salute Pubblica – Alta Lunigiana, M48, i Giovani in Solidarietà di Colle Val d’Elsa e i tanti compagni e compagne che si sono espressi individualmente. Li indichiamo come esempio non solo per “fare quadrato” attorno ad Alessandro e Andrea, ma per rafforzare tutto il campo delle masse popolari attraverso ciò che la borghesia più teme: la solidarietà di classe. Con questo spirito rilanciamo la partecipazione al corteo del 3 ottobre a Modena contro la repressione dei lavoratori del SI COBAS!

Il 30 settembre la Questura di Torino ha perquisito le abitazioni di due compagni del P.CARC, Alessandro Della Malva e Andrea Gozzi. I compagni erano stati fermati la sera prima in possesso di “secchio e colla” e i solerti investigatori non hanno perso un attimo per imbastire una provocazione nello stile che contraddistingue la Questura torinese. L’equazione è presto fatta: “volantini affissi a firma (nuovo)PCI, bossoli recapitati per posta al Giudice Bonu solo qualche giorno prima, abbiamo gli estremi per una perquisizione alla ricerca di armi ed esplosivi e per una campagna di intossicazione mediatica!”.
Questa equazione è quella che – tramite velina o per spirito di iniziativa poco importa – è stata rilanciata fin dal primo pomeriggio del 30 settembre e poi l’1 ottobre dalla stampa di regime. Spazzatura mediatica e speculazione per alimentare un clima di diffidenza attorno al Movimento NO TAV e al movimento comunista. Ma come si fa con la spazzatura, occorre differenziare.

Se da una parte la Repubblica e la Stampa si sono distinte come succursali dell’ufficio stampa della cupola del TAV e della repressione (ma che aspettarsi? Sono giornalacci dei padroni!), dall’altra ha fatto irruzione nella melma di regime la redazione di Contropiano che, facendo propria e peggiorando la velina della Questura, si spinge oltre ogni limite, ritegno e dignità (si definisce “giornale comunista on line”!) con la pubblicazione di un articolo che ha unico scopo di affermare a mezza bocca che la Carovana del (nuovo)PCI, a cui il P.CARC appartiene, è promotrice di provocazioni per inasprire la repressione contro il Movimento NO TAV. Siamo ben oltre la critica politica – anche aspra, ma leale – fra organismi e aree politiche diverse. Siamo di fronte al tentativo di isolare e infamare dei comunisti a uso e consumo della cupola “del TAV e della repressione”. Qui l’articolo di Contropiano.
Sappiamo per esperienza che “non è nelle corde” di Contropiano e del gruppo dirigente della Rete dei Comunisti praticare la solidarietà di classe e, anzi, prediligono la concorrenza, la denigrazione, il pettegolezzo; mestano nel torbido e non si assumono la responsabilità di quello che dicono o fanno. Per esempio, se sono certi che P.CARC e (nuovo)PCI lavorano per conto della Polizia dovrebbero dirlo chiaramente e mostrare le prove come atto di responsabilità verso tutto il movimento!
La pubblicazione di quell’articolo infame ci spinge a chiarire alcune questioni. Non tanto come “resa dei conti” verso chi l’ha scritto, lo ha condiviso e lo rivendica. Quella è gente che campa delle briciole che cadono dal tavolo della sinistra borghese e che della lotta di classe può giusto scrivere. Le riflessioni sono indirizzate ai tanti compagni e alle tante compagne che sono cresciuti a un’altra scuola, quella per cui “toccano uno, toccano tutti” e “si parte e si torna insieme”. Confidiamo che anche nelle file di Contropiano e nell’area della Rete dei comunisti esistano compagni simili.
A loro la riflessione rispetto al campo della lotta di classe in cui sono trascinati dai vari capetti con prese di posizione similari a quelle dell’articolo in questione.
A loro la decisione di smentire pubblicamente il contenuto di quell’articolo e la pratica da sguattero di regime che esso sottende.

Usando l’occasione che la “brillante” redazione di Contropiano ci offre, le riflessioni principali, tutt’altro che brevi, sono le seguenti.

1. La lotta alla repressione è un campo della lotta di classe. La solidarietà di classe è un’arma nelle mani delle masse popolari. Quali che siano le differenze politiche, ideologiche e di condotta, quando lo Stato borghese attacca un compagno, un movimento o un’organizzazione la solidarietà di classe, pubblica, chiara, netta è un dovere di tutti i rivoluzionari poiché tale solidarietà è la prima e immediata delimitazione di un campo: il campo delle masse popolari da quello dei capitalisti e dei padroni.
Chi tace o tentenna lancia al nemico un messaggio chiaro: fai quello che vuoi! Chi tace contribuisce a indebolire il campo delle masse popolari e rafforza il campo dei padroni, dei capitalisti e delle loro autorità repressive. E’ una questione che si pose molto chiaramente, ad esempio, in occasione dell’arresto di Aldo Milani, orchestrato dalla Questura di Modena nel 2017. Fummo fra i primi a esprimere solidarietà e a denunciare la trappola tesa dalla Polizia, in mezzo a un imbarazzante silenzio interrotto da bisbigli: “aspettiamo le indagini”, “verifichiamo i fatti”, ecc.
Tuttavia, non abbiamo né intenzione né bisogno di dimostrare l’opera del P.CARC, ma più in generale della Carovana del (nuovo)PCI, nella lotta alla repressione e nella promozione incondizionata della solidarietà proletaria a chiunque si batte contro il capitalismo.
Abbiamo invece intenzione di affermare chiaramente che ciò che fa Contropiano nel suo articolo alimenta provocazioni, teoremi, diversione e incarna esattamente ciò che le autorità repressive hanno in mente di ottenere: disgregazione, isolamento, indebolimento del movimento delle masse popolari. Il messaggio che Contropiano lancia è semplicemente filo-padronale.
Cosa deve dimostrare e a chi, Contropiano, con quell’articolo? Che tipo di dissociazione sta praticando e da chi? La redazione di Contropiano dovrebbe chiarire nero su bianco se l’intento fosse precisamente di intossicare le masse popolari (alla stregua della Repubblica e la Stampa) o se si tratta di una precisa presa di posizione politica (che poi è l’obiettivo della Questura: criminalizzare, dividere, isolare, indebolire).

2. Mestare nelle acque torbide inquinate dalla stampa borghese: un esempio magistrale. Nell’articolo di Contropiano viene scritto “ci sono due fermati, di cui non vengono fatti i nomi neppure da La Stampa, quotidiano cittadino della famiglia Agnelli (come Repubblica e L’Espresso, ormai) specializzato nelle operazioni di criminalizzazione del movimento No Tav“.
Se la Redazione di Contropiano avesse a cuore il compito che si prefigge di svolgere (informare) – o anche solo un’ombra di professionalità – i nomi dei compagni perquisiti avrebbe potuto chiederli al P.CARC. Avrebbe potuto pubblicare il comunicato della Sezione di Torino, anche. Invece specula sul presunto “anonimato”.
Bene, i compagni sono tutt’altro che anonimi: Andrea Gozzi è ben conosciuto a Torino.
Alessandro Della Malva invece è conosciuto, da tempo, in tutta Italia: per gli oltre 2 mesi di galera scontati come rappresaglia poliziesca contro la promozione delle ronde antifasciste e antirazziste, per il fatto che solo il 15 settembre è stato condannato a risarcire i fascisti di Casa Pound di Pistoia e ha annunciato che violerà la condanna per non diventare finanziatore dei fascisti, per l’attività politica che fa da oltre 20 anni e che oggi svolge, oltre che a Torino, in Val Susa.
Per Contropiano sono “anonimi”, fantomatici, quasi inventati per provocare la repressione contro il Movimento NO TAV. Sembra di leggere la Padania, Il Primato nazionale o Libero, altro che “giornale comunista”!

3. Il (nuovo)PCI è clandestino. Che abbia o meno “regolare indirizzo a Parigi” è forse utile che lo verifichino gli inviati di Contropiano. Che sia clandestino non vi è dubbio e le perquisizioni di Torino (con multa per affissione e denuncia per minacce), per chi vuole ragionare, spiegano almeno in parte anche il perché.
Il volantino trovato affisso sui muri di Torino a firma (nuovo)PCI dice “La mafia del TAV è in Prefettura, in Questura e in Tribunale”. Solo la Questura, la Prefettura, la Magistratura, la Redazione della Repubblica, della Stampa e di Contropiano hanno da obiettare a questa ovvietà. Ma l’ovvietà, cioè la verità, in questo paese non si può dire liberamente. E’ illegale perché è rivoluzionaria. Se lo stesso concetto fosse pubblicato senza giri di parole sul sito del P.CARC o sul giornale Resistenza, scatterebbero denunce, processi e condanne.
Non è una esagerazione: è precisamente quello che è successo alla nostra compagna Rosalba Romano, condannata in primo e secondo grado per la “diffamazione” di un poliziotto (il 21 gennaio 2021 il processo in Cassazione) perché a lei era intestato il sito Vigilanza Democratica in cui era pubblicato un “appello alla società civile per lo scioglimento del VII Reparto Mobile di Bologna”! [vedi 1vedi 2]
Il (nuovo)PCI può, differentemente, dire la verità proprio PERCHÉ È CLANDESTINO. Che la cosa faccia ridere i dissociati e i pentiti della lotta di classe è indifferente ai fini della lotta di classe.
Per poter dire la verità, bisogna darsene i mezzi. Se questo concetto lo si estende non solo alla propaganda, ma ai passi concreti per promuovere la lotta politica rivoluzionaria, al lavoro organizzativo, al lavoro di elaborazione, alle comunicazioni fra membri del Partito, ecc. la necessità della clandestinità diventa ben più chiara. Tale necessità non è (ancora) dettata dalle messa al bando dei comunisti e del comunismo.
Le autorità giudiziarie hanno provato almeno 9 volte a mettere al bando la Carovana del (nuovo)PCI, però non ci sono mai riuscite. Una vera e propria persecuzione durata oltre 30 anni di cui ultimo promotore è stato il giudice Giovagnoli della Procura di Bologna che ci ha provato proprio usando la stessa tesi esposta dalla redazione di Contropiano: “P.CARC e (nuovo)PCI sono la stessa cosa”.
La clandestinità è condizione volontaria che il (nuovo)PCI ha adottato per operare al di fuori dal controllo della borghesia e delle sue agenzie, autorità e istituzioni.

Da “Intervista al compagno Giuseppe Maj sulla persecuzione del (nuovo)PCI” (2006)
Legalmente in Italia come in quasi tutti i paesi imperialisti la Costituzione e le leggi consentono l’attività politica, come consentono l’attività sindacale e come riconoscono altri diritti. Anzi le leggi affermano e tutelano il diritto di svolgere attività politica, come diritto di ogni cittadino, salvo restrizioni ben circoscritte. In questo la Costituzione e le leggi risentono ancora dei risultati delle lotte condotte nel passato, in particolare della Resistenza vittoriosa contro il nazifascismo. Di fatto, in nome della difesa dell’ordine pubblico o della “sicurezza nazionale” o della prevenzione dei reati, la borghesia, tramite organi del suo Stato e agenzie private, tiene sotto controllo (scheda, spia, registra, ecc.) chiunque svolge attività politica, sindacale e altre attività che comportano la possibilità di mobilitare le masse. In particolare di ogni organizzazione comunista la borghesia vuole che le sue agenzie conoscano composizione e struttura, fonti di finanziamento, relazioni interne ed esterne. (…) Noi non ci siamo mai prestati a questa “libertà vigilata”, abbiamo cercato di sfuggire a questo controllo. Non solo. Quello che ho detto è solo l’aspetto organizzativo, mentre vi è anche un aspetto politico e ideologico. Di fase in fase la borghesia pone determinati limiti all’attività politica, come all’attività sindacale. Ad esempio quando è nata la carovana, a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, chi stava al gioco doveva partecipare alla lotta contro le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni Comuniste Combattenti, doveva contribuire a criminalizzarle e isolarle e doveva fornire informazioni. Noi al contrario abbiamo addirittura assicurato (con Il Bollettino del Coordinamento Nazionale dei Comitati contro la Repressione) ai detenuti delle BR e delle altre Organizzazioni Comuniste Combattenti l’esercizio del diritto alla parola che la legge riconosceva, ma che di fatto veniva loro tolto: erano anche loro perseguitati politici, quali che fossero i reati di diritto comune a ragione o a torto addebitati ad alcuni di loro. Altro esempio: la concertazione e la compatibilità sono diventate negli anni ’90 obblighi a cui doveva sottostare ogni movimento rivendicativo dei lavoratori. Noi abbiamo al contrario sostenuto ogni lotta rivendicativa e fatto quanto le nostre forze consentivano, con determinazione e onestà, perché arrivasse alla vittoria. Insomma, fin dall’inizio siamo stati una variabile incontrollabile, una “cellula impazzita” che la borghesia non controllava e tanto meno guidava, un organismo che non rispettava le regole del gioco che la borghesia dettava. Così facendo quest’organismo infastidiva e condizionava tutti quelli che volevano apparire anche loro “amici dei lavoratori”. È il principio di essere un potere alternativo a quello della borghesia, seppure per il momento molto meno potente del suo, molto molto piccolo. Non è che noi facessimo i “disobbedienti” prima di José Bové o di Luca Casarini né come lo fanno loro. Non ostentavamo la disobbedienza a questa o quella legge, ma neanche ci limitavamo a violare singole leggi, non ci limitavamo alla nostra personale disobbedienza o violazione. Indicavamo come obiettivo necessario la creazione di un nuovo ordinamento sociale, dicevamo che per dare soluzione duratura e costruttiva ai mali presenti gli operai e gli altri lavoratori dovevano fare dell’Italia un nuovo paese socialista e che il primo passo era ricostruire il partito comunista. Nella misura delle nostra comprensione delle cose dicevamo ai lavoratori la verità, non cedevamo silenziosamente a nessuna minaccia, non venivamo a patti con la borghesia, in ogni caso e circostanza indicavamo ai lavoratori quello che nella misura delle loro forze potevano fare per vincere, smascheravamo senza pietà e compiacenza i trucchi dei finti “amici del popolo”, usavamo la lettera e lo spirito della legge per smascherare la classe dominante che molto spesso aggira, ignora, viola le leggi che disturbano i suoi interessi, ecc. Benché le nostre forze fossero ridotte, essendo un gruppo organizzato, compivamo tutto ciò a un livello che nessun individuo singolo delle masse popolari può raggiungere. Insomma eravamo incompatibili con l’ordine pubblico (cioè con la soggezione e la rassegnazione delle masse agli interessi della borghesia) e intollerabili da parte di chi lo doveva tutelare. Costituivamo nel nostro piccolo un nuovo potere, opposto a quello della borghesia. Più questo potere si fosse ingrandito, più avrebbe creato problemi alla borghesia. È il principio che è alla base della concezione della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata: creare nel paese un potere opposto a quello della borghesia e compiere quanto necessario, le mille operazioni necessarie per aggregare e mobilitare in misura crescente attorno ad esso le masse contro la borghesia. Un processo che per forza di cose avviene gradualmente ma che man mano che si sviluppa, rafforza il nuovo potere e indebolisce quello della borghesia. (…) Alcuni operai ci dicevano: “Quello che dite è giusto, ma se vogliono, con una retata vi cancellano dalla faccia della terra e tutto ritorna come prima”. E avevano ragione. Abbiamo tirato le conseguenze pratiche della loro osservazione. Ora la borghesia non riesce più a far tornare le cose come prima, qualunque cosa faccia. La clandestinità del Partito è diventata un punto di forza per tutto il movimento delle masse popolari, di cui questo si avvarrà sempre di più”

3. Solo la Magistratura, la Questura, la stampa borghese e gli irriducibili fautori del pentitismo e della dissociazione dalla lotta di classe continuano – scientemente, non è ignoranza – a fare confusione fra P.CARC e (nuovo)PCI. Tale confusione serve a creare condizioni più favorevoli per inchieste e misure repressive (per Magistratura e Questura) o per alimentare insensato sarcasmo (è il caso degli irriducibili fautori del pentitismo e della dissociazione dalla lotta di classe) che favorisce inchieste e misure repressive.
P.CARC e (nuovo)PCI sono partiti fratelli, le rispettive storie si intrecciano, il patrimonio ideologico, gli obiettivi, la concezione del mondo di riferimento sono gli stessi. Però, P.CARC e (nuovo)PCI sono partiti distinti.

Da “Intervista al compagno Ulisse, Segretario Generale del (nuovo)PCI – Sul lavoro del partito clandestino e la differenza fra l’attività del (nuovo)PCI e quella del P.CARC” – Resistenza n. 2/2017

Che cosa c’è di diverso tra militare nel (nuovo)PCI e militare nel P.CARC? E quali sono le varie forme di militanza nel (nuovo)PCI?
La differenza si può riassumere nei seguenti punti.
1. Un Comitato di Partito – CdP – del (nuovo)PCI fa, in un’azienda (un CdP d’azienda) o nella zona d’abitazione di sua competenza (un CdP territoriale), ciò che fa la migliore Sezione e la migliore Segreteria Federale (SF) del P.CARC: esattamente le stesse cose e tutte? No, quelle che il CdP impara a fare senza comparire pubblicamente come organismo (e tanto meno come organismo che è diramazione locale, punto locale della rete nazionale del partito), cioè impara a farle clandestinamente. Ma le fa con la scienza e la coscienza superiori che gli derivano dalla sua partecipazione sistematica al lavoro del (nuovo)PCI. Quindi un CdP fa anche, ma sistematicamente e a un livello superiore, tutto quello che è indicato in La Voce n. 49 pag. 50 a un organismo e a un membro del P.CARC, a ogni simpatizzante del (nuovo)PCI e a ogni persona avanzata.
2. In più, rispetto alla migliore Sezione e della migliore SF del P.CARC, ogni CdP:
conferisce sistematicamente, tramite la relazione organizzata e clandestina che ha con il Centro del (nuovo)PCI, la scienza che esso ricava dalla sua attività e, nella misura in cui non è ancora in grado di ricavarne tanta quanta ne ricaverebbe il Centro, nella misura in cui è ancora poco capace di elaborare la propria esperienza, trasmette l’esperienza che fa, quello che vede e sente;
può arrivare, infiltrarsi, agire, può sentire, fare, esercitare influenza e reclutare in luoghi e posizioni dai quali un organismo pubblico [e il membro pubblico di un organismo pubblico] comunista è escluso (negli uffici confindustriali, fra il clero, nei partiti e sindacati nemici, fra le Forze dell’Ordine o nei corpi militari, ad esempio);
estende la propaganda e l’agitazione oltre quei limiti legali che la migliore sezione e la migliore SF del P.CARC deve rispettare. Non rispettandoli, una Sezione e una SF del P.CARC scadrebbe al livello della propaganda e dell’agitazione retoriche della sinistra borghese e delle Forze soggettive “di sinistra” (estremismo “barricadero”, ma velleitario) alimentando nei suoi membri e nelle masse popolari che raggiunge con quella propaganda la separazione teoria-pratica, che è una delle piaghe del movimento comunista nei paesi imperialisti;
è formato e attrezzato per fare (e fa) attività difensive e offensive che la migliore Sezione e la migliore SF del P.CARC non fa, non è formata e attrezzata per fare e che non deve fare (farle sarebbe, per un partito legale, velleitarismo, avventurismo o provocazione).

A questo si aggiungono due cose.
1. Il (nuovo)PCI ha come orizzonte di attività teorica e pratica l’instaurazione del socialismo e la transizione dal capitalismo al comunismo. Si occupa della tattica della fase (ad esempio in Italia a partire dal 2009 della creazione delle condizioni necessarie per costituire il Governo di Blocco Popolare – GBP – e della costituzione del GBP) ma solo come parte di un percorso più lungo e quindi tenendo già conto di questo, del dopo e del contesto. Invece il P.CARC si occupa principalmente della creazione delle condizioni necessarie per costituire il GBP e della costituzione del GBP.

2. Il livello minimo di un membro del (nuovo)PCI implica l’adesione senza riserve alla causa impersonata dal (nuovo)PCI: chi entra a far parte del (nuovo)PCI vi entra guidato dalla concezione comunista del mondo. Invece il livello minimo di un membro del P.CARC è quello che indicate come livello del membro di base: può entrare nel P.CARC anche una persona guidata ancora dal senso comune.

Quanto alle forme di militanza nel (nuovo)PCI, ogni membro del Partito svolge clandestinamente la sua attività di Partito e tiene rapporti clandestini con il Partito, ma vi sono compagni che vivono in condizioni di clandestinità totale (generalità false, documenti falsi, ecc.) e compagni che apparentemente hanno una vita normale, fanno un lavoro come tanti altri, hanno famiglia, ecc. Ma ogni compagno sa che da un momento all’altro il Partito può chiedergli di lasciare tutto, di spostarsi altrove o passare nella clandestinità completa. Per uno che non è disposto a questo, le dichiarazioni di essere disposto a dare la sua vita e sacrificare la sua libertà per la causa, sono dichiarazioni retoriche, false, che valgono fino a quando non le deve mettere in pratica. (…)

Il P.CARC è per noi un partito fratello. Lavoriamo alla stessa causa. Lo sviluppo del P.CARC aiuta il nostro sviluppo e d’altra parte noi sosteniamo a nostra maniera il P.CARC: non è un caso che i nostri documenti sono largamente usati a tutti i livelli nel P.CARC per la formazione interna, per la propaganda e credo che lo siano anche per tracciare la linea da seguire. Ognuno dei due partiti decide la sua linea, come due laboratori di ricerca distinti e autonomi che collaborano tra loro alla stessa ricerca. Tra noi non ci sono brevetti, concorrenza, segreti industriali, come tra capitalisti o tra gruppi e partiti della sinistra borghese che aspirano agli stessi voti e alle stesse cariche pubbliche. La verità a cui giungiamo è comune e ognuno dei due partiti la usa e la condivide. Se una conclusione è giusta, è giusta per tutti e due i laboratori: gli errori possono essere tanti, la verità è unica, relativa allo stato delle cose ma unica.
Quindi è giusto e inevitabile che il P.CARC sia d’accordo con il (nuovo)PCI se questi afferma una cosa giusta, una cosa vera. E viceversa è giusto e inevitabile che il (nuovo)PCI sia d’accordo con il P.CARC se questi afferma una cosa giusta, una cosa vera. La coincidenza non dipende dalla sottomissione gerarchica di un partito all’altro, ma dal fatto che entrambi cercano la verità in ogni situazione concreta in cui sono impegnati entrambi, cercano quale è la linea giusta da seguire. (…) In linea di massima dirige chi ha una visione più lungimirante, ma perché dice cose giuste, non perché statutariamente l’altro deve accettare e obbedire. È vero che la clandestinità mette di regola il (nuovo)PCI in una posizione di vantaggio quanto alla capacità di comprensione, dell’inchiesta, del lavoro collettivo, ma noi siamo per l’unità sulla base della comprensione e della convinzione, non per l’unità sulla base della disciplina o per l’unità identitaria (per fede, per tradizione: questa è solo un primo gradino). Rispetto al (nuovo)PCI, anche nella ricerca il P.CARC è più limitato dal potere della borghesia e accoglie anche compagni di livello ideologico più basso (compagni di base), quindi come organismo complessivo è un collettivo di livello medio più basso. Ma questo è il rovescio della medaglia del ruolo positivo che svolge: sfrutta le conquiste strappate dalle masse nel passato in termini di agibilità politica e le mobilita tramite l’esercizio dei diritti strappati; mobilita, organizza e forma anche persone ancora poco impegnate e ancora arretrate quanto a concezione del mondo, le mobilita sulla base del senso comune, di quello che anche secondo il senso comune è giusto. Insomma siamo diversi, ma uniti dall’immediato obiettivo comune e in qualche misura complementari.

(…) La solidarietà e la vicinanza del P.CARC con il (nuovo)PCI è sciocco nasconderle per sicurezza: è il segreto di Pulcinella. Se la Repubblica Pontificia vi criminalizza per questo, ci sono ampi margini per “vendere cara la pelle”, come avete fatto contro l’attacco orchestrato da Giovagnoli e che si è concluso con una piena vittoria [si riferisce all’ottavo procedimento giudiziario contro la Carovana, conclusosi nel 2008 con l’assoluzione dalle accuse di terrorismo promosse dalla Procura di bologna – ndr]. Bisogna invece insegnare che l’opera del (nuovo)PCI è grande, giusta e utile a tutti i comunisti, senza vergognarsi perché per un motivo o l’altro chi lo insegna, personalmente non è ancora disposto ad arruolarsi nel (nuovo)PCI. D’altra parte il (nuovo)PCI ha anche regole e principi per selezionare i suoi candidati e quindi ci sono compagni che volentieri si candiderebbero e che noi non accettiamo perché a ragion veduta riteniamo che le candidature non arriverebbero a compimento o, comunque, che è meglio che stiano dove sono. (…) Chi non può fare cento, che faccia cinquanta, che faccia dieci. Sarà comunque un contributo alla causa comune, di cui il Partito si gioverà.

[Sulla relazione fra P.CARC e (nuovo)PCI leggi anche il Comunicato del (nuovo)PCI del 4 giugno 2015 “P.CARC e (n)PCI si rafforzano l’un l’altro nella lotta comune”]

Conclusioni: facciamo appello a partiti, sindacati, organismi popolari e movimenti a esprimere pubblicamente solidarietà ad Alessandro Della Malva e Andrea Gozzi per la repressione che hanno subito, a Dana Lauriola e a tutto il Movimento NO TAV per rispedire al mittente la criminalizzazione e le rappresaglie poliziesche.
Ringraziamo, a questo proposito, quegli organismi che hanno già preso posizione pubblicamente: il Consiglio Popolare di Modena, il Comitato di Salute Pubblica – Alta Lunigiana; M48, i Giovani in Solidarietà di Colle Val d’Elsa e i tanti compagni e compagne che si sono espressi individualmente. Li indichiamo come esempio non solo per “fare quadrato” attorno ad Alessandro e Andrea, ma per rafforzare tutto il campo delle masse popolari attraverso ciò che la borghesia più teme: la solidarietà di classe. Con questo spirito rilanciamo la partecipazione al corteo del 3 ottobre a Modena contro la repressione dei lavoratori del SI COBAS!

Toccano uno, toccano tutti!
Si parte e si torna insieme!
Libertà per tutti i NO TAV!
Libertà per tutti i lavoratori in lotta!

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