Ripubblicazione a cura del P.CARC dell’intervista raccolta nel 2006 dal Comitato di Aiuto ai Prigionieri del (nuovo)PCI di Parigi

Questa intervista a Giuseppe Maj è stata raccolta e originariamente pubblicata nel 2006 dal Comitato di Aiuto ai Prigionieri del (nuovo)PCI (CAP) di Parigi sorto in risposta all’arresto in Francia dello stesso Maj, Giuseppe Czeppel e Angelo D’Arcangeli. La riproponiamo oggi per due motivi.

Il primo attiene al fatto che pur parlando di un contesto diverso da quello attuale, Giuseppe Maj tratta dell’oggi, delle contraddizioni già esistenti nella società capitalista e che la pandemia da Covid-19 ha esacerbato, parla del ruolo dei comunisti e del partito comunista nella costruzione del nuovo potere che soppianta il vecchio potere della borghesia imperialista, parla di quali mezzi i comunisti si devono dare, a livello ideologico, politico e organizzativo, per svolgere il compito che la storia assegna loro. L’inquadramento di un’operazione repressiva orchestrata dalle Autorità Italiane contro la carovana del (nuovo)PCI, diventa strumento per dimostrare la necessità della clandestinità per i comunisti, per coloro che lottano per superare il modo di produzione capitalista e l’ordinamento sociale e politico che da esso consegue.

Riteniamo che le tesi affermate in questo testo, gli spunti che offre, l’esperienza che riporta siano estremamente utili oggi a chi lotta “per non pagare la crisi dei padroni”, “per far pagare la crisi ai padroni” e, soprattutto, ai compagni e alle compagne che si pongono l’obiettivo di instaurare il socialismo nel nostro paese.

Il secondo motivo per cui ripubblichiamo questa intervista attiene al fatto che con chiarezza e semplicità G. Maj spiega i due tratti essenziali della carovana del (nuovo)PCI ripercorrendone per sommi capi la storia: 1. l’essere una “scheggia impazzita” nel contesto politico del nostro paese in ragione della concezione comunista del mondo usata come strumento per l’analisi e guida per l’azione, che garantisce indipendenza ideologica e organizzativa dalla classe dominante e dal suo sistema politico e 2. il concepirsi, cioè iniziare ad agire già prima di esserlo compiutamente, come centro promotore della costruzione del nuovo potere nel nostro paese.

Per questo motivo il documento è un valido strumento per tutti coloro che aspirano alla rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato nel nostro paese, per introdursi nella ricca e profonda elaborazione della carovana del (nuovo)PCI iniziata con la rivista Rapporti Sociali (dal 1985) e continuata con Resistenza (dal 1994), La Voce del (nuovo)PCI (dal 1999) e il Manifesto Programma del (nuovo) PCI (2008). Un patrimonio ideologico e politico che l’intervista introduce sullo sfondo dei quattro temi su cui i comunisti devono confrontarsi e lottare per l’unità ideologica:

1. il bilancio del movimento comunista (prima ondata della rivoluzione proletaria e primi paesi socialisti, crisi del movimento comunista e revisionismo moderno, rinascita del movimento comunista sulla base del Marxismo-Leninismo-Maoismo);

2. la teoria della (prima e seconda) crisi generale del capitalismo nell’epoca imperialista e della connessa situazione rivoluzionaria in sviluppo;

3. il regime di controrivoluzione preventiva instaurato dalla borghesia nei paesi imperialisti;

4. la strategia della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata.

A conclusione di questa prefazione, un’avvertenza e una precisazione.

L’avvertenza riguarda il fatto che il testo è datato, in particolare è antecedente sia alla pubblicazione del Manifesto Programma del (nuovo)PCI (2008), sia all’elaborazione della linea del Governo di Blocco Popolare (GBP) come traduzione tattica della strategia della Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata introdotta nella politica della carovana nel 2009. Questo secondo aspetto è molto importante poiché la definizione della linea del GBP ha comportato (e ha reso possibile) un “salto” qualitativo e quantitativo nella costruzione della rivoluzione socialista nel nostro paese in un contesto mutato rispetto alla fase in cui l’intervista è stata pubblicata per la prima volta.

Nel 2006 lo smantellamento dei diritti conquistati con le mobilitazioni operaie e popolari dei decenni precedenti non aveva raggiunto il livello attuale: c’erano spazi di manovra più ampi quantomeno per difendere gli spazi di agibilità politica, oggi questi spazi sono ridotti al minimo, le violazioni delle “leggi democratiche” da parte di chi dovrebbe applicarle sono all’ordine del giorno e non riguardano più solo i comunisti e le avanguardie di lotta, ma le ampie masse. Ne sono esempio i vari DPCM con cui il governo Conte ha limitato, forzando la mano su ogni principio costituzionale, la libertà di movimento, di manifestazione e di espressione di milioni di persone; i provvedimenti disciplinari e i licenziamenti che stanno colpendo i lavoratori che hanno denunciato le mancate misure di sicurezza per prevenire/limitare il contagio da Corona virus.

D’altro canto questa deriva autoritaria sta facendo facendo toccare con mano a settori sempre più ampi di lavoratori e masse popolari la necessità di organizzarsi e mobilitarsi senza “esporsi alla luce del sole”: si diffondono le denunce anonime e le forme di organizzazione e coordinamento “lontano dagli occhi del padrone e delle autorità”; inoltre un ampio numero di persone ha fatto e fa esperienza diretta che l’interesse che muove la classe dominante non è il “bene comune”, ma il profitto di pochi contro quello della collettività (la maschera democratica cede sempre di più).

La precisazione riguarda la relazione fra il P.CARC e il (nuovo)PCI, i due “partiti fratelli” della carovana. Il testo non tratta l’argomento in modo esaustivo e pure in questa prefazione lo trattiamo solo per sommi capi, ma in modo da chiarire “l’essenziale”: “A partire dal 1999 i promotori dei CARC (…) si divisero in due parti. Una parte dei membri del gruppo promotore dei CARC si staccò e costituì nella clandestinità la Commissione Preparatoria (CP) del Congresso di fondazione del Partito comunista (vedasi La Voce n. 1, marzo 1999). La sua opera ha portato alla costituzione nel 2004 del (nuovo) Partito comunista italiano (www.nuovopci.it). L’altra parte ha costituito nel 2005 il Partito dei CARC. (…) Il risultato della linea per la rinascita del movimento comunista che abbiamo tracciato vent’anni fa è che oggi abbiamo un corpo di dottrine confermate dal corso delle cose, anche se finora abbiamo compiuto solo passi modesti nella mobilitazione degli operai avanzati a fare la rivoluzione socialista” – da “P.CARC e (n)PCI si rafforzano l’un l’altro nella lotta comune!” – La Voce del (nuovo)PCI n. 50.

Il (nuovo)Partito comunista italiano è lo stato maggiore del “piano di guerra per instaurare il socialismo” (vedi “Il nostro piano di guerra per instaurare il socialismo – I due poteri e le due tappe della rivoluzione socialista” su La Voce n. 60), piano al quale il P.CARC contribuisce attivamente promuovendo la costituzione del GBP, il governo di emergenza degli operai e delle masse popolari organizzate (vedi “Due programmi opposti, un criterio di verifica” su Resistenza n. 9/2019).

Per approfondire l’argomento rimandiamo a una lettura approfondita degli articoli citati.

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