La gestione dell’emergenza emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha scoperchiato un vaso di Pandora, facendo emergere in maniera dirompente tutte le falle del nostro sistema sanitario pubblico che sono state concausa del dilagare del virus e della morte di oltre 30mila persone (stando ai dati ufficiali evidentemente al ribasso). La situazione disastrosa in cui versa il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) non è però figlia dell’emergenza attuale, è il prodotto di decenni di attacchi alla sanità pubblica, di tagli ai fondi, al personale e alle strutture in favore della sanità privata, delle speculazioni e di una gestione del servizio di tipo clientelare e mafioso. È, in definitiva, conseguenza della crisi generale del capitalismo e delle manovre dei padroni per farvi fronte a modo loro e che si sono tradotte in ripetuti attacchi ai diritti e alle conquiste delle masse popolari e di contro nella valorizzazione massima dei profitti e del capitale. Questo ha significato concretamente per il SSN amministrazioni ospedaliere attente solo alla contabilità, ai bilanci, alla distribuzione delle cariche, allo scambio di favori con i vari patron della sanità privata.

Gli infermieri (assieme a tutti gli altri lavoratori della sanità) sono stati in prima linea nella lotta al Covid-19 e sono stati tra le categorie che hanno pagato il prezzo più alto in termini di contagiati e vittime. È noto che già prima della pandemia la maggior parte degli ospedali pubblici era sotto-organico e l’emergenza ha esasperato una situazione di per sé già grave, condannando, per tutta la “fase 1”, il personale sanitario a turni di lavoro massacranti con conseguente aumento del rischio sia per gli operatori che per i pazienti. La sindrome da “burn out” (o da stress lavoro-correlato) già ampiamente diffusa tra il personale ospedaliero, con l’emergenza sanitaria, ha già trasformato moltissimi degli stessi infermieri e medici in pazienti e il rischio di una cronicizzazione di questa malattia (che pur essendo una malattia professionale non viene praticamente mai riconosciuta come tale) è elevatissimo.

A fronte di questo carico di lavoro estremo e di una professione che comunque espone a grandi responsabilità (oltre a richiedere una laurea, specializzazioni e formazione continua) gli stipendi sono rimasti inalterati (gli infermieri della sanità pubblica hanno il contratto collettivo scaduto da oltre un anno, quelli della sanità privata da ben 12 anni) e anzi si sono registrati tentativi di ridurli (vedi Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Roma – di proprietà del Vaticano – in cui il personale ha denunciato pubblicamente una decurtazione degli stipendi in spregio al contratto o il caso del San Raffaele di Milano in cui i lavoratori sono in lotta per mantenere il contratto della sanità pubblica contro le pretese dell’azienda di imporre quello della sanità privata). Nonostante i tanti proclami del Governo in tal senso, neppure la cosiddetta “fase 2” ha portato ad assunzioni o alla stabilizzazione dei precari, mentre abbonda il ricorso alle finte P.IVA che lavorano come fossero dipendenti a tutti gli effetti, ma che non hanno alcun diritto.

Gli infermieri si sono ritrovati a svolgere durante l’emergenza, molto più di quanto non accada “in tempi normali”, mansioni, sia superiori che inferiori, che non sono di loro competenza per sopperire alla mancanza di altre figure (medici, OSS, personale delle pulizie), con tutto ciò che da questo consegue.

Se la sanità pubblica non è collassata totalmente questo è avvenuto anche grazie allo sforzo da loro profuso e ai rischi che si sono accollati nel tentativo di far fronte come potevano a una situazione disastrosa.

Sono stati celebrati come eroi, ma nei fatti sono stati mandati in guerra disarmati, senza DPI e senza una formazione adeguata, da amministrazioni regionali, prima fra tutte quella lombarda, che si sono preoccupate solo di continuare a favorire i privati e di speculare sull’emergenza (vedi la costruzione dell’ospedale a Rho, costato 21 milioni di euro e che ha ospitato ben 10 pazienti…).

Garantire a tutti il diritto alla salute, condizioni di lavoro dignitose, costruire le condizioni per far fronte a una possibile nuova ondata di contagi e a altre pandemie significa dare centralità alla gestione pubblica della sanità, una gestione che metta davvero al centro la salute delle masse popolari e non il profitto di pochi affaristi e speculatori.

Questo sarà possibile compiutamente e organicamente solo nel socialismo, ma già oggi gli infermieri e il restante personale sanitario, insieme ai pazienti e alle masse popolari tutte, possono mobilitarsi e organizzarsi per imporre alcune delle misure necessarie per far fronte all’emergenza:

– abolizione dei fondi pubblici per ospedali e cliniche private;

– aumento dei fondi destinati alla sanità pubblica per procedere immediatamente al recupero delle strutture inutilizzate e alla costruzione di nuove ove necessario;

– assunzione immediata del personale atto a garantire un servizio efficiente e condizioni di lavoro dignitose (abolendo anche il numero chiuso nelle facoltà di medicina e scienze infermieristiche) e immediato aumento dei salari che devono essere adeguati alle responsabilità e al tipo di mansioni;

– abolizione della regionalizzazione della sanità che deve essere gestita a livello centrale, con un unico statuto (no alle differenze tra regioni ricche e povere, no a un modello diverso per ogni regione, ma applicazione a tutte del modello più efficiente) e affidata a persone competenti in campo sanitario;

– investimenti dedicati per tutte le specialità, non solo per quelle che portano soldi come la chirurgia, ma anche per quelle che comportano costi più elevati come pronto soccorso, terapie intensive e sub intensive, lungo degenze, ecc.

L’emergenza sanitaria ha alimentato, in positivo, un acceso dibattito sulla necessità di rimettere al centro la gestione pubblica della sanità e questo è un elemento estremamente favorevole per la costruzione di mobilitazioni attorno a cui aggregare. Alcune lotte sono già in corso o in via di sviluppo, ora si tratta di sviluppare al massimo il coordinamento, di guadagnare ad esse le ampie masse.

Riportiamo a seguire tre esempi significativi delle tante battaglie che sono in corso e che vanno sostenute e rafforzate.

La mobilitazione di Marco Lenzoni contro l’obbligo di fedeltà aziendale. Marco è un infermiere di Pontremoli (MS), oggi sottoposto a contestazione disciplinare da parte dell’ASL Nord-Ovest Toscana per aver denunciato più volte durante l’emergenza sanitaria, la totale assenza di DPI o la loro inadeguatezza. I vertici dell’azienda sostengono che Marco abbia “leso l’immagine dell’ASL” e per questo dovrà presentarsi, il 9 giugno a Livorno, davanti alla Commissione Disciplinare. Marco ha lanciato un appello (collegato a una raccolta firme) che ha già raggiunto migliaia di persone e comitati che non solo gli hanno espresso solidarietà ma che si stanno organizzando per pretendere l’abolizione del cosiddetto “obbligo di fedeltà aziendale”.

Firma su Change.org la petizione in solidarietà a Marco Lenzoni, 5000 persone lo hanno già fatto e stanno rafforzando Marco, e con lui tutti i lavoratori, nella lotta contro il vincolo di fedeltà aziendale!

La mobilitazione del Movimento permanente infermieri, che il 12 maggio ha organizzato un flash mob in piazza Montecitorio a Roma per chiedere assunzioni a tempo indeterminato e lo scorrimento della graduatoria dell’ospedale Sant’Andrea. Il flash mob è stato solo la prima di una serie di mobilitazioni in programma per le prossime settimane.

La mobilitazione per le dimissioni della Giunta regionale Fontana-Gallera responsabile della gestione disastrosa dell’emergenza sanitaria che vede già sul piede di guerra i lavoratori della sanità, i familiari delle vittime prodotte dalla mala gestione (vedi scandalo del Pio Albergo Trivulzio), i sindacati come ADL Cobas e associazioni come Medicina Democratica.

Fra tutte, quest’ultima è quella che più direttamente ha un contenuto strettamente politico ma tutte le mobilitazioni per la difesa e il potenziamento di quello che resta della sanità pubblica, per la difesa dei diritti degli infermieri (contratto, condizioni di lavoro, stipendio, tutele, abolizione del vincolo di fedeltà aziendale), hanno carattere più generale e sono parte della lotta per costituire il governo di emergenza di cui tutte le masse popolari hanno bisogno, il Governo di Blocco Popolare.

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