Rilanciamo a seguire l’intervista a Mauro Migliazza del Comitato San Gennaro di Napoli, organismo che da anni lotta contro la chiusura dell’ospedale San Gennaro nel Rione Sanità.

È un’intervista preziosa perché mostra bene il percorso e le prospettive della battaglia per fronteggiare l’emergenza sanitaria in corso e il suo approfondirsi, dal punto di vista dell’organizzazione e della lotta, senza delegare ma imponendo le misure che servono.
Buona lettura!


INTERVISTA
-Quali battaglie ha promosso sul territorio il Comitato di cui fai parte?
La battaglia principale è quella contro la chiusura dell’Ospedale S. Gennaro, che ormai perdura da più di 10 anni. Iniziata con una partecipazione abbastanza fioca, è poi riuscito a bloccare la chiusura dell’ostetricia. Nella prospettiva di una chiusura totale a causa di una progressiva aziendalizzazione degli ospedali, prevista dalla Legge Dini, una prima vittoria significativa è stato proprio il primo blocco della chiusura.
Dopo di che, ci fu un grande lavoro coi lavoratori, ci furono delle manifestazioni sul territorio coi lavoratori, delle iniziative creative, tipo sit-ins, assemblee, cortei notturni illuminati: tutto ciò portò a scongiurare la chiusura totale. Queste iniziative vanno lette nel contesto della lotta contro l’aziendalizzazione: in tutt’Italia, stiamo parlando di 197 ospedali chiusi, 70.000 posti letti in meno, una logica che vede solo i numeri e non considera gli esseri umani. Significa solo una cosa: tagliare periodicamente delle parti. L’aziendalizzazione ha molto indebolito le lotte dei lavoratori, perché li ha divisi nell’organizzazione e nelle aspirazioni: io voglio andare là, tu vuoi stare qua…

-Quali sono stati i punti di forza della lotta e quali i limiti/difficoltà incontrati?
Il maggior punto di forza è stato l’unione coi lavoratori, tutt’oggi abbiamo riunioni e collegamenti con loro; fatti salvi i personaggi più ostici che ci sono sempre, oggi il rapporto con i lavoratori è consolidato, nel senso che ricorrono a noi al posto che ricorrere al sindacato. Ci vengono a dire: vedete, c’è questo problema, c’è quel problema. Poi, oggi anche certi sindacati sono tornati ad agire come una forza ben precisa, proprio per cercare di stare al passo e rispondere alle esigenze di chi lavora in ospedale.

-Come dicevi prima, unione coi lavoratori e dei lavoratori….
Certo, in realtà quello che noi abbiamo ancora in mente sono i modelli di auto-gestione degli anni ‘80, che comunque funzionavano e che oggi si sono persi per un certo meccanismo speculativo che va per la maggiore… In un’intervista che abbiamo fatto a un lavoratore, risultava infatti che fino alla fine degli anni ‘80 questi comitati di gestione erano una realtà funzionante nella struttura ospedaliera. Così, noi abbiamo ripreso questa logica e abbiamo iniziato delle riunioni di reparto, in cui si discuteva dei problemi e i problemi venivano fuori…

-Diciamo, questo è stato l’aspetto forte, vincente della lotta…
Ovviamente, noi abbiamo avuto un enorme concorso anche di associazioni, chiese, cittadini comuni che erano per la valorizzazione del Museo storico (la Basilica di S. Gennaro fuori le Mura). Bisogna anche dire che, già prima del tentativo di chiusura, l’ospedale funzionava abbastanza male, per la logica aziendalizzatrice di cui dicevo prima…

-Riguardo invece i limiti dell’esperienza?
Il maggiore limite è stato che col tempo la partecipazione è andata scemando… quando le persone vedono che la lotta si arena, si demoralizzano e si dividono. Alla fine, oggi siamo una decina che promuovono la resistenza, ma l’ospedale non è stato chiuso. Bisogna anche dire che a Napoli, quest’esperienza di comitato a favore di un ospedale non aveva precedenti storici. Comunque, la vittoria c’è e si tocca con mano: l’ospedale non è chiuso.

-In tutt’Italia, abbiamo visto comitati del genere darsi un’organizzazione interna e delle modalità di azione: il Comitato S. Gennaro com’è organizzato?
Non abbiamo un organigramma ben definito: ciascuno mette a disposizione le competenze che ha: Mauro mantiene i collegamenti coi lavoratori, Peppe organizza i sit-ins, Antonio fa da portavoce col quartiere, la Sig. Rosaria rappresenta la vera voce della gente, perché, al di là delle intellettualità e delle definizioni astratte, sono i bisogni reali della gente quello che permette l’aggregazione. Al di là di ogni populismo, bisogna stare con la popolazione e dal lato della popolazione: con il comitato dell’ospedale è stato così, siamo partiti da quello…

-Che tipo di rapporti avete instaurato anche coi lavoratori della Sanità e con la classe operaia in genere?
Come ti dicevo prima, il nostro aggancio principale è stato coi lavoratori. Attraverso questo collegamento quotidiano che abbiamo con loro, fatta di riunioni, incontri, documenti (lavoro messo sotto attacco attraverso il vincolo della fedeltà aziendale) siamo riusciti a creare la Consulta per il Controllo sulla Sanità, istituzione riconosciuta dal Comune di Napoli e che ha portato all’apertura di tavoli settoriali (uno sull’Ospedale S. Gennaro, un altro sull’ambiente, un terzo sulla rete sanitaria, un quarto sulla salute mentale). Tutti processi aperti, che richiedono un lungo lavoro…

-Ovviamente, ciascuna di queste questioni apre uno spaccato su altre dimensioni dei processi implicati, per cui mi sembra indispensabile il raccordo con la classe operaia…
Ovviamente, hai ragione… Ci sono stati dei collegamenti col Porto, con lo stesso quartiere Sanità… Siamo partiti dalle questioni sanitarie, ma abbiamo cercato di allargarci a discutere della qualità del lavoro, dell’inquinamento, delle relazioni…

-Nell’ordinamento italiano, esiste una legge che prevede l’obbligo di fedeltà aziendale, che di fatto è un bavaglio limitante la libertà di informazione/espressione del lavoratore in merito a critiche su ciò che non va sul luogo di lavoro, verso l’esterno. Che posizione avete in merito a questa legge? Che effetti ha avuto?
Mah, che effetto ha avuto sul nostro lavoro… Devo dirti che, in alcuni casi, abbiamo avuto anche dei medici molto coraggiosi che hanno denunciato ciò che non andava… anche se, ovviamente, la maggioranza ha paura… alcuni capisaldi della lotta hanno subito intimidazioni (anche se, in genere, i vecchi hanno meno paura). La Direzione Sanitaria ha mandato delle lettere di diffida su questo tema, ma noi ci siamo sempre opposti a questo modo di intendere la fedeltà aziendale e l’abbiamo impugnata anche a livello di Consulta, con il supporto di autorevoli costituzionalisti… Questa è un po’ la lotta… Devo dire che, ultimamente, vedo i lavoratori più impauriti del solito… abbiamo subito delle intimidazioni… anche se poi, le cose ce le dicono sempre…

-E quindi, questo strumento frena, in qualche misura, la circolazione di notizie, la denuncia, la partecipazione dei lavoratori…
Sì, ma non è solo quello… abbiamo avuto anche dei problemi con la guardania. Tu parli di collegamenti con la classe operaia, in realtà, alla Sanità mica esiste più la classe operaia che lavora in aziende del quartiere. Anche per questo motivo, abbiamo avuto così tante difficoltà…

-No, no, io parlavo di operai che lavorano per aziende fuori del quartiere…
Eh sì, una volta avevamo un polo industriale anche qua alle Fontanelle, un polo che si occupava di olii, pellame e merceria, come la Valentino, oggi la classe operaia è tutta a nero.

-Oggi, il nostro paese come anche altri, si trovano a fronteggiare l’emergenza covid-19. La situazione locale e nazionale è caratterizzata dall’emergenza sanitaria, sociale, economica e politica, che sta facendo a sua volta emergere le numerose criticità accumulate sui nostri territori. Com’è la situazione sul nostro territorio?
Le criticità del SS.N., ricordiamo, è stato nel 1978 il risultato di una lotta vittoriosa di quella parte. Ebbeh, qua c’avevamo una rete sanitaria consolidata, con vari ambulatori coordinati da via de Marco, è stato tutto smantellato come hanno fatto con le fabbriche, e bada bene, che non era solo la struttura ospedaliera in sé (avevamo 6 ospedali, con una rete territoriale capillare, la prevenzione, i servizi alla comunità, ecc.). L’Ospedale S. Gennaro all’epoca era una grande struttura (scusate l’excursus storico) con circa 500 operatori, la mensa, la lavanderia… poi hanno gradualmente smantellato tutto (o quasi). Il problema, allora, non è il covid, o meglio, è anche il covid. Ma perché la maggior parte dei paesi c’hanno il 51% di posti letto già pronti come terapia intensiva e noi, questi famosi reparti per la terapia intensiva, dobbiamo realizzarli per forza in questi fantomatici ospedali da 18 milioni di euro, quando noi qua abbiamo progettato degli avanzato ospedali di comunità e tutto questo in una struttura storica pre-esistente, sotto un cazzo di tetto che ripararlo costa solo 20.000 euro? Dovremmo aprire i due reparti, che sarebbero un’eccellenza, l’hospice, i servizi di qualità… tutta robba che abbiamo programmato insieme…perché non si iniziano i lavori?

-Al di là della dimensione prettamente sanitaria, tuttavia, l’emergenza covid ha fatto emergere anche altre criticità insite nell’attuale modo di produzione…
Fai riferimento, ovviamente, ai problemi sociali ed economici del vigente modo di produzione capitalistico. La problematica la conosco bene, perché io ci vivo con la popolazione, per mia scelta. Qua nella Sanità, essendo il lavoro per lo più a nero, l’emergenza ha acuito e ingantito un problema di miseria economica e sociale pre-esistente. Se vai davanti a un Caf, che poi alla fine è un partito politico, trovi ogni giorno una fila di 80 persone. La speculazione che fanno su questa mancanza del lavoro è una vergogna, ma quello è il senso: l’impoverimento della compravendita dei poveri è a tutto vantaggio del leader politico di turno. E tutti zitti, lui è che comanda, voi avete bisogno e dovete tacere… E questa divisione rappresenta i blocchi in cui è divisa territorialmente la città: qua, i poveri; là, poco oltre, non i ricchi, ma la media borghesia. È proprio divisa, la Sanità è proprio divisa dalla città.
In mezzo c’è quello che io chiamo il grande spazio, l’altro spazio, l’anti-Stato: se tu non hai un reddito, e sei certificato, questa non è politica, è l’opposto della politica e dello stato.

-Infatti, la prossima domanda è: l’emergenza covid ha reso evidente la maggiore preparazione ed efficienza dei paesi in cui la struttura sanitaria è rimasta pubblica vedi Cuba, la Cina dimostra la superiorità del modello socialista su quello capitalista?
-Beh, dove la spesa sanitaria è stata meno toccata si e mi riferisco soprattutto ai paesi non capitalistici sui

territori qui da noi, com’è invece la situazione?
Guarda, mi sembra che davvero la situazione qui da noi sia devastante… ti porto l’esempio di mia madre, 92 anni, che a Tiveli aveva un bisogno urgente a un femore (entro 48 ore) e ha dovuto aspettare 4 giorni… qui a Napoli, la situazione è ancora peggiore: sei mesi in media per una visita specialistica… manca totalmente la programmazione…. il discorso è: il SS.N. è pubblico? va dunque programmato adeguatamente… se non fosse che abbiamo avuto 30 miliardi di euro di speculazioni, di ruberie sui costi e, invece, qua nel pubblico i centri non funzionano, la centrale acquisti non funziona, la digitalizzazione non funziona, i tagli al personale (10.000 almeno il fabbisogno stimato di medici, paramedici, O.S.S.) incidono fortemente sui tempi e la qualità degli interventi… allora, lo sai che c’è? dalla parti mie, la gente fa questo ragionamento: se mi voglio curare bene, devo andare a pagare 100 euro dal privato, i tempi di attesa da lui sono molto più brevi, mi tratta bene… epperò, per fare questo, non devo mangiare, devo mettermi in mano all’usuraio..

-Veniamo al ruolo degli amministratori e dei sindaci, dalle tue parti e qui dove vivi e lotti attualmente: hanno adottato qualche risorsa positiva per contrarrestare lo smantellamento della sanità pubblica? E se la risposta è sì, lo hanno fatto sulla spinta dell’azione dei comitati nati sul territorio o indipendentemente da loro?
Il discorso va affrontato a vari livelli: locale, regionale e nazionale.

-Sì, ma adesso concentriamoci sul locale…
Beh, qui a Napoli, abbiamo istituito, credo, un precedente interessante anche per le altre amministrazioni. Abbiamo avuto una delibera comunale e un decreto sindacale che riconoscono la Consulta Popolare. Non siamo però ancora riusciti ad andare oltre un certo livello di influenza, nonostante abbiamo avviato e realizzato assemblee, incontri, ricerche epidemiologiche approfondite, che vanno a collegare l’incidenza di certe patologie all’ambiente, al livello socio-culturale, al reddito. L’influenza ancora scarsa, credo, dipende dal fatto che è la Regione a incidere di più. Quello che stiamo facendo è fare pressione sul potere politico e sulle istituzioni perché si riformino in profondità (nonostante tutto, io continuo a credere nelle istituzioni e nei partiti, anche se credo che oggi siano profondamente corrotte). Insomma, abbiamo avuto qualche piccolo segnale, la delibera, il decreto, ma sono meccanismi ancora molto farroginosi, lenti da avviare…
Interrompe la voce di un lavoratore che interviene: scusa se ti interrompo, ma vorrei far notare che noi alla Regione abbiamo un amministratore che non fa un cazzo…

-Ma a chi ti riferisci? De Magistris? De Luca?
Lavoratore: De Luca… De Luca, il Presidente della Regione, quello è stato capace solo di fare tagli, in questo hanno mostrato grande efficacia, nel tagliare… Hanno saputo solo continuare il cammino intrapreso dalla destra, da Caldoro… hanno introdotto il ticket, misura che poi hanno adottato anche altre regioni…
Mauro: qua noi stiamo col Comitato, facendo pressione sul sindaco di Napoli, ma il sindaco non è che c’ha tutto ‘sto peso… Anche se la normativa qualche spunto lo offrirebbe, perché a lui è attribuito anche il potere di tutelare la salute pubblica…
Lavoratore: ma quando mai, in questo campo c’ha più potere il prefetto…

-Sono poteri diversi che attribuisce loro la Costituzione o le singole leggi…
Certo, il sindaco può agire in difesa della salute nell’area della città, il prefetto ha poteri di intervento diversi e più ampi. Il sindaco può avere una sua influenza sulla programmazione…

-Il sindaco può influire sulla programmazione, perché se c’è un’emergenza in città, lui ne è responsabile, in ultima istanza…
Ti posso dire una cosa? Qua noi testimoniano una perdita economica continua, dovuta a mancata programmazione, tipo quando hanno montato una tenda da terapia intensiva fuori a un ospedale e la tenda si è sgonfiata da sola, perché non era nel punto giusto o tipo i bagni chimici qua al triage del PS del S. Gennaro, che quanto ti costano a giorno e sono inutili, perché i bagni già ci sono… E allora, il discorso è, c’è un piano partecipato dai cittadini, che gli utenti possano monitorare? Non c’è nulla di tutto questo. Allora, il risultato è che quando bisogna spendere 40 miliardi, questi soldi vanno verso la sanità privata.

-E allora veniamo all’ultima domanda: durante quest’emergenza, abbiamo visto organismi dal basso promuovere iniziative come la produzione auto-gestita di mascherine, l’elaborazione di linee-guida su come muoversi nell’emergenza: come si è mossa l’organizzazione di cui fai parte? Quali attività sono state promosse e quali potrebbero esserlo in un futuro prossimo?
Allora, ci sono varie attività che già sono avviate: innanzitutto, noi facciamo da punto o servizio informativo. Sono state avviate anche attività volte ai senza fissa dimora e alla gente con problemi particolari. Poi, una bella iniziativa si è avuta con la colletta solidaria da parte dei lavoratori dell’ospedale, che non voleva essere qualcosa di assistenziale, perché lo Stato dovrebbe provvedere al necessario del funzionamento di un ospedale. Abbiamo anche iniziato a produrre le mascherine e i lavoratori ce li chiedono ancora, perché non hanno ricevuto i famosi D.P.I. Dunque, nella disorganizzazione più totale, siamo giunti alla soluzione estrema del lazzaretto? Il distanziamento sociale come unica risposta al pericolo del contagio? Che non è una gran bella risposta, dopo tutto. Quello che è mancato anche qui, è stata la spesa programmata e i risultati ce li abbiamo sotto gli occhi. Ma dalla crisi riusciremo a imparare qualcosa? O andremo avanti da una crisi emergenziale a una nuova crisi, come se nulla fosse stato? Il discorso è capire che 18 milioni di euro per gli ospedali da campo non sono una soluzione… È ovvio che va integrato in un processo… E invece abbiamo aspettato il covid, per intervenire. Non si poteva programmare a livello nazionale, regionale e cittadino?

-E sulle attività da intraprendere in futuro?
Il Comitato attualmente sta lottando per la riapertura di determinati reparti che implicherebbero prevenzione, intervento sul territorio. Già abbiamo dalla nostra la Consulta del Controllo Popolare (lo prevede anche la Brunetta, non è che sia una misura particolarmente rivoluzionaria), poi serve un’assunzione generale di coscienza sugli obiettivi da porsi e su quello che realmente serve.

-E cosa si dovrebbe fare di più o di diverso da quello che già sta facendo il Comitato?
Serve più informazione e coscientizzazione sul territorio: ci sono medici di base che ancora non sanno quello che avviene al S. Gennaro. Poi, lavorare sulla prevenzione, sulla bonifica generalizzata, la ripresa degli spazi verdi, la qualità della vita nel quotidiano… altro che parcheggi, pullman e quant’altro ci vengono a proporre come essenziale!!!

-Insomma, un’apertura verso la problematica a tutto campo del sociale e del quartiere…
Ma anche nelle scuole, ti dirò, abbiamo fatto un questionario sulla salute e l’abbiamo diffuso nelle scuole. Cinque domande solo, una bomba: quanto ti costa la salute? La risposta è stata sorprendente, soprattutto dalla generazione più anziana (i nonni). Ma questo succede perché è il modello capitalistico, quello della società liquida, che ti atomizza. Finché stai bene tu, chi se ne frega… solo quando capita a te, ti accorgi delle cose che non vanno… E invece, vivendo con gli altri quotidianamente, scopri che tu sei soprattutto relazione… rapporti, rapporti di lavoro, cure, telemedicina. E invece, sui nostri territori abbiamo oggi questo disastro…

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