Rilanciamo l’articolo, pubblicato su Contropiano.org, a firma dell’Unione Sindacale di Base, dal titolo “Nazionalizzazioni e nuova IRI, una scelta indispensabile, anzi doverosa”.

Lo prendiamo a esempio di un dibattito che si sta alimentando rispetto al ripristino di quella parte pubblica dell’economia che negli ultimi 40 anni è stata interessata da privatizzazioni e smantellamento dei servizi essenziali a favore di multinazionali e quotazioni in borsa, da tagli e blocco di investimenti e assunzioni, e da altre manovre promosse dai vertici della Repubblica Pontificia per ridurre il più possibile l’intervento pubblico nell’economia (salvo i casi in cui questo si traduce in scudi fiscali per i padroni, decreti salvabanche o rate del debito pubblico).

Tra le varie proposte in campo quella della nazionalizzazione delle aziende, a partire da quelle strategiche, è quella più urgente. Delocalizzazioni, chiusure, la possibilità da parte dei padroni di poter disporre della propria azienda a loro uso e capriccio fanno ricadere su centinaia di migliaia di lavoratori ogni anno la scure della possibilità di essere licenziati. In molti casi la classe operaia si oppone a queste manovre ottenendo CIG, deroghe o palliativi per tenere aperta l’azienda ancora per qualche mese o anno, per “tenere botta”. Ma la vicenda ILVA di Taranto, così come quella Whirlpool, dimostra che prima o poi i padroni tornano all’attacco: la risposta alla salvaguardia dei posti di lavoro, alla salvaguardia del tessuto produttivo del paese è e deve essere la nazionalizzazione. La situazione è talmente compromessa che persino nel campo dei politicanti borghesi e dei sindacalisti di regime si è fatta strada l’ipotesi di rinazionalizzare le aziende strategiche: alcuni intendono con questo che lo Stato deve “partecipare” con una quota di capitale insieme ai capitalisti, altri che lo Stato deve rilevare le aziende e gestirle. Ma chi deve assumersi la responsabilità di questa battaglia e come va fatta la nazionalizzazione?

Dal dopoguerra in poi la Pubblica Amministrazione, le aziende partecipate, gli enti nazionali e regionali ecc. sono stati, e ancora sono in molti casi, carrozzoni dove individui garantiti dai vertici della Repubblica Pontificia fanno la propria carriera o si pagano i propri lussi e stravizi; dove il denaro pubblico viene utilizzato per favori e mazzette a consulenti e amici degli amici; dove gli appalti vengono utilizzati per riciclare il denaro sporco della malavita organizzata e altri mille esempi che ognuno può fare. Chiedere la nazionalizzazione ma lasciarla in mano ai vertici della Repubblica Pontificia è ingenuo e illusorio!

Gli operai e le masse popolari hanno interesse alla nazionalizzazione delle aziende strategiche, delle aziende in crisi, che chiudono, delocalizzano e inquinano e hanno interesse a nazionalizzare l’intero sistema economico del paese. Sono i lavoratori, la classe operaia organizzata in ogni azienda che deve promuovere la parola d’ordine della nazionalizzazione. L’emergenza Covid-19 e la crisi sanitaria ad essa connessa dimostra come è necessario che i lavoratori si occupino dell’economia del paese, del funzionamento delle aziende, di cosa produrre e perché: mancano tamponi, laboratori, gli ospedali sono in buona parte in mano alle congregazioni religiose e deputate a fare profitto, si producono merci inutili mentre mancano i ventilatori polmonari e i DPI. Quello che viene prodotto è a disposizione del profitto dei padroni e non di certo per far fronte alle esigenze delle masse popolari. 

La possibilità quindi di una “nuova IRI” può essere reale se e solo se a imporla sarà la mobilitazione della classe operaia che vuole far fronte all’emergenza della mancanza dei posti di lavoro, al disastro della privatizzazione della sanità e dei settori che producono beni e servizi essenziali per il paese. Solo così si potrà evitare di lasciarla in mano a quelle autorità borghesi e istituzioni che fino a ieri hanno fatto il bello e il cattivo tempo con le risorse della Pubblica Amministrazione, impedendo così la creazione di nuovi carrozzoni pubblici.

Nazionalizzare si, ma sotto controllo operaio. In ogni azienda deve essere attivo un comitato operaio di controllo che si occupi della trasparenza sui bilanci, della trasparenza negli accordi con clienti e fornitori, che vigili sul funzionamento complessivo dell’azienda (contro il “lasciar fare” a dirigenti nominati appositamente per non farle funzionare… Alitalia insegna!), che partecipi alle decisioni sugli aspetti principali della produzione.

 

È quindi giusta la proposta fatta da USB rispetto alla necessità della costituzione di una “nuova IRI”. Agli operai, ai lavoratori e a tutti coloro i quali oggi si mobilitano in difesa dell’apparato produttivo del nostro paese, deve essere chiaro che le nazionalizzazioni e la costituzione di un ente come l’IRI non verranno al termine di un’opera di convincimento dei vertici della Repubblica Pontificia e del governo Conte 2; saranno, piuttosto, frutto della spinta, della riscossa e dell’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari.

Per gli operai e il resto delle masse popolari gli aspetti decisivi di questa battaglia sono:

  1. Il coordinamento operaio tra aziende appartenenti alle stesse filiere produttive (elettrodomestici, materie prime, servizi, ecc.) e tra le varie sedi della stessa azienda o multinazionale (Whirlpool, AVIO, ILVA, ecc.) per la costruzione di azioni coordinate e azioni di lotta da far confluire nella battaglia per la nazionalizzazione delle aziende e quindi la costituzione di un ente preposto come l’IRI (senza il quale la parola d’ordine della nazionalizzazione rimane un’aspirazione o una declamazione);
  2. Non limitarsi agli ammortizzatori sociali ma occuparsi della nazionalizzazione in termini di economia e non come sostegno statale alle aziende in crisi per impedirne la chiusura. Questo vuol dire, ad esempio, che nazionalizzare un’azienda come la Whirlpool non vuol dire mettere soldi pubblici ma far funzionare la produzione e distribuzione di elettrodomestici. C’è un mercato di elettrodomestici nel nostro paese? Nazionalizzare la Whirlpool vuol dire nazionalizzare anche l’indotto (quali sono le aziende dell’indotto)? E se la Whirlpool sposta in Polonia o altrove? La nazionalizzazione che serve agli operai non è la nazionalizzazione dei padroni ma una misura che non chiuda stabilimenti, non scarichi i debiti che hanno fatto i padroni sullo Stato per poi riconsegnarla ad altri padroni liberi di spolparla di nuovo, non consenta la perdita di un solo posto di lavoro ma anzi contribuisca alla lotta per un lavoro utile e dignitoso per tutti;
  3. Mobilitare esperti-docenti-tecnici utili a queste battaglie, valorizzando le loro competenze e le capacità in funzione degli interessi operai e popolari. Sono tanti gli esperti sinceri democratici che possono essere mobilitati in tutto il paese, sono tanti i giovani laureati altamente formati che in questa società non trovano sbocchi per valorizzare le proprie competenze e aspirazioni. Bisogna far leva su tutto questo e metterli al servizio dell’iniziativa, del coordinamento e della lotta degli operai per prendere in mano pezzi di governo del paese;
  4. Incalzare gli eletti del M5S e tutto il fronte dei “sovranisti” che a parole affermano la necessità di nazionalizzare alcuni pezzi del tessuto produttivo del paese, passino dalle parole dai fatti se non vogliono comportarsi alla stregua dei politicanti delle Larghe Intese. Bisogna mettere in piedi un vero e proprio movimento per le nazionalizzazioni mobilitando tutto il mobilitabile;
  5. Attraverso il controllo operaio, selezionare, indicare e imporre con la lotta gli esponenti che dovranno far parte di questa “nuova IRI” perché siano uomini di fiducia della classe operaia e non personaggi legati alle Larghe Intese e agli interessi di Confindustria, del Vaticano, UE, NATO e organizzazioni criminali. La mobilitazione e il controllo operaio devono contendere la direzione del processo di nazionalizzazione delle aziende alla borghesia, diversamente qualsiasi ente finirà per essere l’ennesimo carrozzone di paracadutati politici e clientele.

 

I capitalisti useranno l’epidemia per chiudere le aziende che già avevano avviato alla morte lenta, la crisi economica in corso e il blocco della produzione porteranno al fallimento e alla vendita di aziende a multinazionali e speculatori (che le acquisiscono per i brevetti, i marchi e le quote di mercato italiano per poi chiuderle). La difesa dell’apparato produttivo quindi e la sua nazionalizzazione diventa ancora più urgente per cui la formazione di una nuova IRI, per l’acquisizione e la gestione di diverse aziende, è una questione concreta; è e sarà un campo importante della lotta politica sia per fare pressione sul Governo Conte 2 sia per alimentare la creazione di organismi operai nelle aziende.

Gli organismi operai e popolari in quest’azione potranno alimentare il rafforzamento della propria capacità di governare i territori e il paese fino a imporre un proprio Governo di Emergenza Popolare: un governo composto dagli elementi autorevoli del mondo sindacale, associativo, politico e culturale che godono della loro fiducia e che risponda direttamente alle indicazioni della classe operaia e delle masse popolari organizzate. In una situazione d’emergenza serve adottare misure d’emergenza, se tali misure rispecchieranno gli interessi popolari o della borghesia dipende da quanto gli operai e il resto delle masse popolari sapranno imporre fino in fondo la propria forza!

 

Operai bisogna osare!

Nazionalizzare le aziende!

Imparare a dirigere il paese!

Imporre il Governo di Emergenza Popolare!

 

***

Nazionalizzazioni e nuova IRI, una scelta indispensabile, anzi doverosa

di Stefano Zai*

 

L’emergenza in atto dovuta al Coronavirus ha aperto una fase epocale, storica, nel senso che si sono evidenziate contraddizioni presenti ormai da anni, latenti e che ora, a fine emergenza e dopo, potrebbero manifestarsi in tutta la loro portata.

Andiamo con ordine e proviamo ad identificare, per ciò che può interessare maggiormente l’ambito sindacale e industriale, di quali contraddizioni parliamo.

Innanzi tutto quella legata all’economia, (sarebbe meglio dire modo di produzione capitalistico), alle produzioni che non trovano più sbocco. Un modello in crisi da sovra-produzione che tenta di rinascere come un’araba fenice dalle sue ceneri, ma che ad ogni più o meno grande “intoppo”, si riscopre cenere e riparte dal via sempre più azzoppata.

Una fase di sovra-produzione che fonda le sue origini nella storia recente con la prima crisi del dopoguerra, quella del petrolio negli anni ’70, che tenta di risollevarsi con la leva finanziaria, crollando nuovamente nel 2008 con i “subprime”.

Da allora in stallo, in modo particolare il modello di capitalismo occidentale, si rilancia nella gestione e messa a valore dei dati digitali come unico elemento possibile di differenziale di profitto rispetto ai competitori globali, divenuti ormai economie consolidate e non più emergenti, si assesta su produzioni completamente legate all’export perché il mercato interno non è in grado di autosostenersi e per finire punta su una riconversione “green”  che di verde ha ben poco ma è solo un’allocazione differente di prodotti ed energie che sottendono comunque alla crescita (consumo e distruzione di risorse naturali) infinita.

Il tutto per arrivare alla crisi dell’”essere invisibile”, il Coronavirus, che in poche settimane riporta nuovamente tutti alla realtà, toglie il tappeto e mostra la polvere nascosta sotto. Un’economia al “palo” che non trova sbocchi reali ed apre a scenari incerti che preoccupano i vecchi stanchi attori globali ed eccitano le nuove stelle in ascesa del panorama mondiale; verso cosa al momento è ancora difficile da dire.

Qualche dato, negli Usa prevedono un calo del PIL del 30% nel secondo trimestre. Confindustria prevede un calo della produzione industriale nel primo trimestre pari al 5,4% con una previsione per il secondo trimestre a meno 15%, andamento negativo industriale che contribuirà ad una frenata del PIL nel suo complesso con una diminuzione nel primo trimestre pari al 3,5 % e 6,5 % nel secondo, fino ad arrivare, per Goldman Sachs, ad una previsione del calo del PIL Italiano fino all’11%.

Evidente che numeri di questo tipo non rappresentano uno scenario legato a qualche settimana di stop industriale, anche se globale, ma un modello che si muove su un equilibrio instabile, che alla prima alterazione evidenzia la crisi cronica in cui perdura.

L’altro aspetto contradditorio che emerge da questo tragico momento è che tutto ciò per cui ci hanno educato (intendo in modo particolare tutte le generazioni nate e \o cresciute dagli anni ’80 in poi), mostrato come infallibile, in grado di dare tutte le risposte, non è stato in grado di dare nessuna risposta.

La naturalità della concorrenza di mercato con tutte le sue leggi, della supremazia del privato e del singolo sul collettivo, sulla comunità e sullo Stato inteso come espressione dell’interesse della comunità medesima, dell’infallibilità delle leggi economiche volte al solo profitto, tutte le formule economiche passate come inviolabile e perfette non sono state in grado di dare una risposta che fosse una alla crisi in corso e si sono sciolte come neve al sole. In questo contesto ricade a pieno l’Unione Europea e la sua costruzione, che ha dimostrato per l’ennesima volta quale siano i suoi fondamenti.

La sua essenza basata sulla concorrenza di mercato e come tale applicata al sociale, le regole monetariste austeritarie legate alla politica del controllo del debito e volte alle riforme sociali e politiche in senso neoliberale non debbono essere messe in discussione. Le politiche economiche in atto non sono volte ad un’iniezione diretta di liquidità a sostegno dei vari settori economici o sociali, ma hanno tutte sempre il vincolo della condizionalità perché i fondamenti economici non possono essere alterati, poco importa se stanno morendo migliaia di persone.

Lo dimostrano bene i 100 mld del “Sure” che sottende un prestito fatto agli stati i quali dovranno fornire garanzie, oppure tutta la partita che si è giocata all’Eurogruppo in questi giorni in modo particolare legata al MES e al vincolo sulle condizionalità per potere accedere al suo credito.

 

L’accordo trovato è credito dal MES in deroga alle condizionalità solo per le spese sanitarie direttamente collegate al Covid, mentre il nodo su come trovare le risorse da 500 mld. per il rilancio successivo al periodo di emergenza, il “Recovery Fund” proposto da Italia e Francia e finanziato da Eurobond o strumenti simili, rimane sul tavolo e rimandato al Consiglio con i capi di Stato.

Lo scontro che si è evidenziato alle riunioni dell’Eurogruppo, è l’immagine di un’altra dimensione della UE, quella delle differenze tra Stati membri, la cosiddetta Europa a più velocità.  Gli stati del centro (con la Francia in un comportamento duale volto a dare risposte alla sua realtà e quindi costretta a schierarsi con gli stati del Sud, ma che non vuole rompere la cinghia di trasmissione del patto di Aquisgrana con la Germania per rimanere agganciata al centro) rimarcano ancora la loro supremazia rispetto agli stati periferici, in modo particolare quelli del Sud, impedendo la realizzazione di Eurobond. Cioè impediscono che il loro indebitamento possa servire a sostenere gli stati del Sud, perdendo al contempo la leva dello spread per imporre politiche a loro favore come gestione indiretta delle politiche degli Stati membri tramite il mercato.

La logica della perequazione fiscale non deve sussistere, l’asse del centro con i suoi “cavalli da corsa” industriali e finanziari non può essere zavorrata dall’”indolente sud”, in modo particolare ora che non è prevedibile lo scenario globale che si affaccerà al mondo dopo la crisi del Covid-19. Unione Europea di fatto assente nel dare risposte e riposte veloci e concrete. Le azioni che sta mettendo in campo e che metterà in campo, stanno a pieno nelle logiche di politica economica attuale legate alla condizionalità per le riforme.

La classe dirigente nostrana, sia quella politica che industriale, ha risposto alla Crisi mostrandosi a pieno: il profitto e la produzione prima di ogni altra cosa. Possiamo dirlo in un modo un po’ più difficile ma che ci aiuta per motivi di brevità di questo articolo: la preminenza dell’economico sul politico non poteva e non può essere messa in discussione.

Un esempio su tutti la pressione costante che sta facendo Confindustria del nord, in piena zona rossa, perché possano riaprire anche le industrie non essenziali, perché a “breve periodo il Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire più a rimetterlo in marcia”, in barba alla salute dei lavoratori e al contenimento della pandemia. Logica che abbiamo visto riaffermata anche con il decreto liquidità, dove i soldi messi in campo comunque dovranno passare per il via libera della UE e le garanzie economiche offerte dallo Stato con varie formule, a seconda se il prestito è richiesto da grande azienda o PMI, non sono erogate direttamente attraverso iniezione di liquidità, ma attraverso il normale sistema creditizio.

Affari d’oro per le banche che devono essere sempre garantite nei loro interessi e soldi alle imprese in piena logica privatistica. Invece sarebbe stato necessario capire dove immettere liquidità per reggere il sistema economico paese nel suo complesso, supportando indirettamente i salari, e quando nel tempo, comprendendo l’evoluzione della crisi aperta dalla pandemia.

Ma non solo, in un contesto in cui i tagli decennali alla sanità pubblica e al sistema assistenziale sociosanitario nonché al welfare, uniti alle politiche volte all’autonomie regionali,  hanno dimostrato tutti i loro effetti, il governo di concerto con Confindustria  e con il bene placito di CGIL CISL e UIL, ha permesso che molte attività di fatto non essenziali continuassero a rimanere aperte in deroga – a partire dal 23 marzo quando ci dovrebbe essere stata la stretta governativa, secondo uno studio di Confindustria il 43% delle aziende è rimasto aperto sia perché filiera essenziale sia in deroga perché collegato a filiera essenziale –  costringendo migliaia e migliaia di lavoratori a continuare a spostarsi in piena pandemia, a stare a contatto nei luoghi di lavoro in totale scarsità di dispostivi di protezione e misure di prevenzione non sufficienti.

Ma l’esigenza primaria è la continuità della produzione, a scapito della salute dei lavoratori e delle lavoratrici, delle loro famiglie, dell’intera popolazione.

Le immagini della metropolitana di Milano piena alle 6 del mattino ne sono un esempio, così come la filiera dove corrono le merci della logistica, che non si deve fermare perché le catene del valore non devono bloccarsi. L’export da e per il centro, Germania in primis, non può essere interrotto.

Così come gli ammortizzatori sociali messi in campo, con base economica del tutto insufficiente a rispondere alle esigenze dei lavoratori e cittadini in difficoltà ed una briciola – circa 10 miliardi – se confrontati con le cifre messe a disposizione per le aziende. Inoltre, hanno un dispositivo progettuale nei tempi e modi che sono utilizzati dalle parti datoriali, poco e ora, per fronteggiare le chiusure obbligatorie, ma che serviranno molto di più nelle cosiddette seconde e terze fasi, quando lo shock economico di questa crisi darà il suo effetto.

Quindi, ammortizzatori a sostegno del reddito durante l’emergenza per i lavoratori? Più che altro a sostegno delle aziende per la ripartenza, per adattare le produzioni alle inevitabili intermittenze ed esigenze di flessibilità a cui dovranno essere condizionate nell’incertezza del mondo economico del dopo emergenza.

Non tutte le ciambelle, però, vengono con il buco. La realtà dei fatti questa volta ha mostrato una forza a cui i tentativi di narrazione mistificatoria a sostegno del modello non hanno retto completamente. Le stesse controparti datoriali, la classe dirigente e politica, anche se a mezze parole e a bocca stretta, ha dovuto riconoscere che solo un soggetto unico con un piano univoco e non singolo e particolare, è stato l’elemento fondamentale per fare fronte alla crisi, mettendo in campo risposte.

Questo soggetto è lo Stato, che il senso comune aveva completamente dimenticato. Lo stesso ovviamente non si è discostato nella logica della sua azione da ciò che l’attuale contesto storico, ideologico, politico-economico impone, ma al contempo si è evidenziata l’importanza del soggetto che esso rappresenta, la possibilità che può esercitare una rottura (la violazione dei parametri in deficit ne è un esempio), la possibilità che può essere governato per volontà politica e non per mera esecuzione di regole economiche inviolabili e definite altrove.

Il problema e la possibilità che si apre da qui in avanti è come recuperiamo a creiamo questo soggetto unico, lo Stato, in grado però di dare quelle risposte sociali, collettive e redistributive a favore dei lavoratori, precari, soggetti più deboli della società, ecc., senza lasciare ancora una volta al “nemico” un campo che gli è sfuggito un po’ dalle mani, ma che sa di doversi riprendere e alla svelta.

Partendo dalla consapevolezza di quest’ultimo punto e come soggetto sindacale, dovremmo cercare di procedere su una strada che non vada solo a mitigare le stesse regole del gioco, che verranno riproposte e aggravate, ma cerchi di invertire nel profondo la rotta, le regole e l’ideologia dominante degli ultimi quarant’anni.

A partire dalla denuncia che per il profitto sono state messe a rischio migliaia di vite umane di lavoratori durante l’emergenza, come vengono messe a rischio ogni giorno nei posti di lavoro subordinando la sicurezza ad orpello burocratico della necessità di produrre, ecco perché valevole la campagna messa in campo da USB per introdurre il reato di “omicidio sul lavoro”.

Rimettere in discussione l’intero complesso di regole normative relative al lavoro degli ultimi trent’anni, dal pacchetto Treu in avanti, per riconquistare il lavoro come diritto e diritto ad una vita degna e non accettare il lavoro come mezzo di sussistenza. Solo in questo modo il lavoratore è anche a pieno cittadino e il cittadino è lavoratore e così ha la possibilità di partecipare e contribuire alla vita politica e sindacale del paese, contribuendo all’interesse della collettività perché non costretto a pensare solo a come poter “mangiare”.

 

Rivendicare, cosa che USB sta già facendo da alcuni anni, la pubblicizzazione totale dei servizi essenziali, quali: sanità, settori socioassistenziali, welfare, ecc. Nazionalizzazione dei settori strategici dell’industria e dell’energia perché possano creare ricchezza secondo un piano razionale e fondato su esigenze collettive e nell’interesse collettivo. Per coloro che rimangono inattivi reddito incondizionato.

Il contesto che ci vedrà coinvolti, non solo nella cosiddetta fase due ma anche nel futuro prossimo, aprirà scenari inesplorati e tutta una serie di problemi impellenti da affrontare. Un potenziale cambiamento dei rapporti geopolitici globali che si caratterizzeranno per una multipolarità, cosa che potrebbe valere anche all’interno della UE in modo ufficiale e non solo ufficioso e dove gli USA potrebbero uscire non più come potenza globale in grado di esercitare questo ruolo.

Ovviamente con tutto ciò che ne consegue anche per il nostro Paese. Probabilmente una serie di piccoli soggetti imprenditoriali, tessuto industriale maggioritario per il contesto italiano, verranno travolti da questa crisi, a prescindere da prestiti o meno, aprendo un relativo e sostanziale problema occupazionale, oltre che di matrice economica, per l’intero paese.

Accelerazione della rivoluzione di Industria 4.0. L’incremento all’uso di nuove forme contrattuali e di lavoro sarà agita attraverso i processi di digitalizzazione che si stanno sperimentando abbondantemente e senza regole in questo periodo di quarantena, come lo “smartworking”, per puntare alle retribuzioni a risultato e non a tempo lavorato. La richiesta incessante che arriva dal mondo datoriale di sburocratizzare “i passaggi sono troppo complicati e lunghi l’emergenza lo dimostra”, non è da sottovalutare perché si tradurrà nella digitalizzazione di molti processi (PA compresa) in relazione al lavoro mentale (impiegati, tecnici, bancari, ecc.) e che potenzialmente potrebbero fare saltare molti posti di lavoro.

La consapevolezza maturata durante l’emergenza per chi detiene il business è che a fronte del periodo incerto e di cambiamento che vivremo o durante future emergenze simili, le macchine sicuramente non si rifiuteranno di lavorare e produrre in tutte le condizioni. Non lo dico io ma uno dei maggiori “think tank” americani “Brookings Institution: le società ristruttureranno i loro affari in modo da fare affidamento più sulle macchine che sulle persone e trovare anche più autonomia nell’evenienza di future emergenza come quella attuale”.

La centralità della gestione dei dati di ogni tipo, come differenziale di profitto del capitalismo occidentale di cui facciamo parte si acuirà, la quarantena ha dimostrato quante cose possiamo fare connessi e da questa esperienza non si torna indietro.

Ultimo ma non per importanza, l’ulteriore ristringimento del campo di esercizio democratico dei propri diritti come lavoratori, vedasi le preoccupazioni della Commissione di garanzia sugli scioperi e relativi conflitti in emergenza e a valle di essa. Da qui l’esigenza di tagliare alla radice ogni possibile possibilità di rivendicazione passando per le limitazioni del diritto di sciopero.

La crisi legata alla pandemia ha dimostrato che la creazione di una Nuova IRI, cosa che USB rivendica apertamente da tempo, non è impossibile perché regolata da leggi economiche naturali ed immutabili che lo proibiscono, ma è questione di volontà politica e sindacale.  Lo stesso Draghi in un’intervista al Financial Times ha dichiarato che lo Stato dovrà sostenere con il debito in modo strutturale l’economia, pena la “debacle”.

Il problema è se tale sostegno devo essere rivolto, come nella logica attuale, a mero sostenitore di intervento per favorire l’interesse privato e in concorrenza – come nella volontà di Draghi – o se tale sostegno debba tramutarsi in una visione che si fa interprete dell’interesse collettivo in termini redistributivi e sociali. Per quest’ultima opzione, occorre che incominciamo a dare qualche spintarella robusta come forza sindacale, perché da sola la “macchina” non imboccherà questa via.

*Unione Sindacale di Base

 

 

 

 

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