In tutto il Paese spontaneamente si stanno mobilitando centinaia di migliaia di volontari per far fronte all’emergenza e rimediare alle carenze di uno Stato preoccupato di salvaguardare i conti in banca dei padroni più che la salute delle masse popolari. Il P.CARC sostiene le Brigate di Solidarietà ed altre esperienze simili e le promuove nei territori dove non sono presenti. A titolo di esempio riportiamo qui alcune esperienze promosse da noi o che conosciamo meglio, per dare una visione generale utile al ragionamento su come sviluppare queste iniziative e favorire l’emulazione delle pratiche più avanzate.

Milano: fin dall’inizio della quarantena sono nate spontaneamente nei vari quartieri della città diverse Brigate di Solidarietà (o organismi simili), principalmente su spinta di centri sociali e spazi autogestiti (tra le più attive la Brigata Lena-Modotti del centro sociale Lambretta e l’iniziativa “non sei solo/sola di Rimake). Nel municipio 5, dove siamo presenti con una sezione, con il collettivo GTA del quartiere Gratosoglio e il centro sociale ZAM abbiamo fin da subito promosso l’iniziativa “Solidarietà popolare”: si è dedicato un numero di telefono all’iniziativa, si sono impostati dei turni per coprire tutti i giorni della settimana, si è ragionato su un protocollo da adottare per intervenire in sicurezza senza essere veicolo di contagio, abbiamo realizzato dei cartelloni sia per propagandare l’iniziativa che in solidarietà ai carcerati che in quei giorni si ribellavano. Nei giorni seguenti abbiamo lavorato a costruire una rete nel quartiere per coordinare le attività di assistenza, partendo da quanti già si mobilitavano: la Social street di zona, la Caritas e le parrocchie, i piccoli commercianti che si erano attivati per le consegne a domicilio e i singoli che volevano darsi da fare. E’ stato realizzato così un volantino con tutti i contatti e numeri utili che abbiamo affisso nell’intero quartiere.

Nelle settimane seguenti molte Brigate sono confluite nell’iniziativa messa in campo da Emergency (e nei giorni in cui scriviamo anche dall’ARCI) con le “Brigate volontarie per l’emergenza”, in accordo col Comune di Milano, che è stato costretto, per necessità, a dover contare e riconoscere proprio quella rete di spazi autogestiti che fino a poche settimane prima criminalizzava e costringeva a vivere sotto la minaccia di sgombero. Anche la Brigata che promuoviamo, pur mantenendo la sua autonomia organizzativa e i suoi spazi di manovra, ha intrapreso questo percorso, che permette di ricevere formazione, materiali e l’autorizzazione a girare nonostante la quarantena, oltre all’accesso al numero unico creato dal Comune per l’emergenza.

Colle Val d’Elsa (SI): abbiamo promosso la costituzione di Brigate di Solidarietà, proprio a partire da un confronto coi compagni di Milano, sulla base di organismi popolari che già esistevano, principalmente collettivi studenteschi. E’ stata occasione per loro per uscire dalla propria scuola e dalla reclusione in casa e attivarsi sul territorio. Anche “meno giovani”, operai e altri lavoratori costretti a casa dall’emergenza, hanno aderito a questa iniziativa: quando si mobilitano secondo una linea giusta gli studenti e i giovani sono in grado di spingere avanti anche il resto della società

Quarto (NA): dai giovani quartesi della sezione del P.CARC è stata lanciata la proposta di costituire la Brigata di Solidarietà, accolta con entusiasmo anche da altre organizzazioni presenti sul territorio, come la Consulta di Quarto e la sezione del Partito Comunista Italiano. Oltre a portare spesa e medicinali, la Brigata di Solidarietà ha lanciato l’appello, fatto proprio anche dai tifosi organizzati del Quartograd, alla raccolta economica per i lavoratori a nero che in questa fase verranno lasciati a casa senza nessun tipo di sostentamento. Prima di avviare questa operazione si è proceduto con l’avvisare l’amministrazione comunale che si è vista costretta a ufficializzare e sostenere questa iniziativa.

Firenze: la città già dopo qualche giorno di quarantena è stata completamente coperta dalle Brigate di Solidarietà. A mobilitarsi non sono stati la Caritas o gli enti comunali, ma le organizzazioni popolari. In ogni quartiere si sono organizzate spontaneamente Brigate di Solidarietà: a Firenze sud sono state organizzate dal Centro Popolare Autogestito; a Rifredi dal gruppo ultras Rifredi Rude Boyz; a Novoli dal Collettivo Politico di Scienze Politiche; “Oltrarno” dal collettivo dello spazio occupato di Via del Leone e in Santo Spirito dal gruppo del calcio storico dei Bianchi.

Il pezzo in più: non è tanto importante capire da chi sono promosse le Brigate, se esse sono istituzionali o meno, quanto capire che queste esperienze dimostrano che sono le masse popolari, e solo loro, che tramite l’organizzazione, la mobilitazione e il coordinamento posso prendere in mano la gestione del paese. Dalle esperienze che fino ad ora come partito abbiamo seguito, possiamo vedere bene come da questa situazione possono emergere nuove forme di coordinamento, di politica da fronte tra partiti e organizzazioni della base rossa; può partire la spinta ai giovani a uscire dalle scuole e dai centri sociali per attivarsi su tutto il territorio. Nel concreto le Brigate sono strumento per iniziare ad operare come nuove autorità pubbliche, mettendo le amministrazioni locali nelle condizioni di doverle riconoscere ufficialmente, di sostenerle e applicare le misure che vengono loro imposte.

Andare a casa delle persone è occasione per parlare con loro, per capire i problemi che vivono, dà l’opportunità di lasciare volantini informativi e di fare propaganda. Le Brigate possono cominciare a censire chi è rimasto senza reddito a causa dell’emergenza; fare inchiesta sulla situazione economica e mettere chi ne ha bisogno in contatto con i sindacati che portano avanti la lotta per il “reddito di quarantena”; possono costituire una cassa di resistenza. Tutti quei supermercati dove, come Brigate, facciamo la spesa vanno avanti grazie agli operai che lavorano e anche la spesa diventa quindi uno strumento per vigilare sulle loro condizioni di lavoro, per sostenere la loro mobilitazione. Le Brigate sono anche occasione per mappare tutte le strutture sanitarie private sul territorio (nella maggior parte dei casi in mano alla Chiesa), per denunciare la speculazione che sta dietro alla costruzione di nuovi, quanto inutili ospedali (dal momento che sarebbe sufficiente riaprire e attrezzare quelli che sono stati chiusi e abbandonati).

Questi sono solo alcuni esempi di quello che possono fare i coordinamenti solidali che si vanno formando sul territorio nazionale. Gli organismi che stanno nascendo saranno necessari anche dopo l’emergenza, che tutti sfruttino dunque questa occasione per fare scuola di organizzazione, mobilitazione e coordinamento! Questo è operare nell’interesse delle masse popolari!

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