La classe dominante del nostro paese sta cercando di creare un clima di unità nazionale attorno alle sue istituzioni nonostante le evidenti responsabilità per la crisi sanitaria. “Ci mobiliteremo quando l’emergenza sarà finita, ora non è il momento delle polemiche” è una delle tesi alimentate dalla sinistra borghese che favorisce le manovre per imporre l’unità nazionale e che fa presa anche su una parte di coloro che hanno la falce e il martello nel cuore.

Anche nel pieno dell’emergenza, non dobbiamo dimenticare che è la classe dominante l’unica vera responsabile del problema: perché omette la gravità della situazione ed evita di adottare le misure necessarie (vedi l’articolo “Tutto il potere alle organizzazioni operaie e popolari” a pag. 1), perché da decenni sacrifica la sanità pubblica a favore di quella privata, perché con le manovre che promuove fomenta ancor più la guerra fra poveri e prova a instaurare uno Stato di polizia. Le soluzioni all’emergenza che prendono e prenderanno le istituzioni della classe dominante, di chi incarna e ha interesse a perpetuare questo sistema che mette al centro il profitto, non sono quelle che servono alle masse popolari. Vediamo già ora che a fronte di ogni scelta si evidenziano soluzioni opposte che fanno capo agli opposti interessi della borghesia e delle masse popolari: o si chiudono le fabbriche come vogliono gli operai o le si tengono aperte come vuole Confindustria; o si requisisce la sanità privata oppure si continua a speculare e a fare mercimonio della salute; o si cancellano i finanziamenti destinati alle grandi opere inutili investendo in servizi di pubblica utilità oppure si va avanti con l’ingrassare i malavitosi e gli speculatori. Da comunisti rigettiamo la logica dell’unità nazionale e chiamiamo la classe operaia e le masse popolari a fare altrettanto: non abbiamo niente a che spartire con chi è il primo responsabile dell’emergenza, con chi specula su di essa facendone ricadere tutto il peso sui lavoratori e le masse popolari: non possiamo lasciare a tali squali la gestione dell’emergenza e del paese!

Pillole di concezione comunista del mondo contro l’influenza della concezione borghese

A guardare bene, la tesi attuale “Ci mobiliteremo quando l’emergenza sarà finita, ora non è il momento delle polemiche” è molto simile alla tesi “né aderire né sabotare” adottata dal PSI a fronte della Prima Guerra Mondiale. Certo, siamo in una situazione per molti versi differente da quella che i comunisti si trovarono ad affrontare allora, ma di simile vi sono lo stato di emergenza generalizzata, il rapido procedere degli eventi, il veloce precipitare della crisi del capitalismo, il tentativo di promuovere un clima di unità nazionale favorevole alla guerra imperialista ponendo argini al dissenso. Situazioni simili, nel senso su indicato, possono quindi riproporre problemi che il movimento comunista ha già affrontato. E’ quindi sicuramente utile al ragionamento sul Che fare? oggi,riprendere quanto Lenin indica nei suoi scritti rispetto alla tesi del PSI e più in generale ai compiti dei comunisti nella fase del primo conflitto mondiale.

Anzitutto, Lenin raffigura nei suoi scritti la tesi del “né aderire, né sabotare” del PSI come uno dei frutti dell’influenza della borghesia nelle fila del movimento comunista, un’influenza tesa a disarmare la classe operaia portandola ad attestarsi a una pratica attendista e parolaia. Così è anche per la tesi attuale “Aspettiamo che l’emergenza passi”. Anch’essa in definitiva si propone l’impotenza della classe operaia a fronte della gestione criminale della borghesia. In uno scritto del 1916 (Agli operai che sostengono la lotta contro la guerra e contro i socialisti che si sono schierati con i loro governi), Lenin descrive efficacemente come la situazione generata dalla guerra faccia emergere con forza la necessità del socialismo: “La verità che all’inizio della guerra era un convincimento teorico di pochi — la verità cioè che non si può affatto parlare di lotta seria contro la guerra, di lotta per la soppressione delle guerre e l’instaurazione di una pace durevole, senza l’azione rivoluzionaria delle masse di ciascun paese, dirette dal proletariato, contro i propri governi, senza il rovesciamento del dominio borghese, senza la rivoluzione socialista — diviene ora d’una evidenza tangibile per un numero sempre più grande di operai coscienti. La guerra stessa, imponendo ai popoli una tensione di forze che non ha precedenti, sospinge l’umanità verso quest’unica via d’uscita dal vicolo cieco in cui si trova, costringendola a percorrere a passi da gigante la via del capitalismo di Stato e mostrando nella pratica come si debba e si possa organizzare un’economia sociale pianificata, non nell’interesse dei capitalisti, ma espropriandoli e agendo, sotto la guida del proletariato rivoluzionario, nell’interesse delle masse, che sono oggi vittime della fame e delle altre calamità della guerra”.

Bene, anche oggi la situazione d’emergenza approfondisce la crisi del capitalismo causando rapidi cambiamenti nella coscienza delle masse popolari rispetto alla necessità di farla finita col capitalismo.

In Posizioni di principio sul problema della guerra (dicembre 1916) Lenin indica ai comunisti svizzeri i passi da compiere e li incita ad agire subito, a cogliere gli appigli creati dalla situazione, a non lasciare campo libero alla borghesia nella sua guerra per bande e contro le masse popolari: “Si tratta di opporre la pratica concreta della concreta “lotta rivoluzionaria di massa” ad un male concreto, cioè all’odierno rincaro della vita, all’odierno pericolo di guerra o alla guerra in corso. (…) L’oggetto concreto della “lotta rivoluzionaria di massa” può consistere soltanto nelle misure concrete della rivoluzione socialista, non nel “socialismo” in generale (…) annullamento dei debiti dello Stato (del debito pubblico), espropriazione delle banche, espropriazione di tutte le grandi imprese. Invece quando da noi si chiede di indicare esattamente queste misure concrete (…) si riceve sempre la stessa risposta dilatoria, elusiva e sostanzialmente sofistica: il popolo non è ancora preparato, ecc. ecc.! Bene, se non è ancora preparato, il nostro compito è di iniziare subito questa preparazione e di portarla avanti inflessibilmente!” Questo significa che i comunisti devono agire fin da subito, nelle forme e nei modi più adatti alla situazione (vedi gli articoli sulle attività di partito a pag. 5 e 6), per dare alla mobilitazione delle masse popolari che origina dai problemi concreti che l’emergenza pone loro, una prospettiva politica e indirizzarla verso la costruzione della rivoluzione socialista, unica vera soluzione alla crisi che ci attanaglia. Alle condizioni attuali concretamente questo significa sostenere gli operai che chiedono la chiusura temporanea delle aziende che non producono beni o servizi essenziali e l’adozione di misure di sicurezza adeguate in quelle che restano aperte. Vuol dire requisire la sanità privata e difendere e potenziare quella pubblica; significa appoggiare i precari, i lavoratori autonomi, chi è rimasto senza lavoro e stipendio perché si trovi una soluzione certa (e dignitosa) ai loro problemi; significa creare una rete solidale attorno a chi è più esposto al contagio. Significa in definitiva organizzare e sviluppare la rete di organizzazioni operaie e popolari che iniziano ad agire da nuove autorità pubbliche (in questo sta la base del nuovo potere delle masse popolari organizzate che gestirà la società nel socialismo), e che si prefiggono l’obiettivo di costituire un governo di emergenza popolare deciso a prendere tutte le misure d’emergenza che la situazione richiede.

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