Il fallimento dei governi del M5S è di insegnamento

Se ce ne fosse stato bisogno, i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna hanno dimostrato ancora una volta che la linea di sottomettersi alle regole e alle leggi del teatrino della politica borghese intrapresa dal M5S porta solo alla disfatta. L’esperienza del M5S con il governo Conte 1, e ancora di più quella con il Conte 2, hanno evidenziato che un governo che fa gli interessi delle masse popolari non può uscire dalle elezioni. O meglio, che non basta vincere le elezioni per attuare un programma basato sulle principali rivendicazioni delle masse popolari. Per attuare un programma di rottura con i poteri forti italiani e internazionali, è necessario mobilitare le masse popolari perché concorrano alla sua attuazione. Il M5S si è rifiutato di farlo in nome della “legalità” e del rispetto delle prassi del teatrino della politica borghese e in meno di 2 anni dal trionfo elettorale si è sciolto come neve al sole, producendo delusione, frustrazione e sfiducia nei milioni di persone che avevano creduto nel “cambiamento”.
Chi aveva dato fiducia al M5S o si è ritirato a vita privata oppure ha cercato altre vie per cambiare le cose: nel nostro paese sono in corso campagne e mobilitazioni su tutti i temi che il M5S aveva promesso di affrontare e risolvere una volta al governo e che si sono invece aggravati: dalla devastazione ambientale provocata dalla speculazione (NO TAV, NO TAP) all’ILVA di Taranto, dalla sicurezza sui luoghi di lavoro alla sottomissione al Meccanismo Europeo di Salvaguardia (MES), dalla nazionalizzazione di Alitalia al diritto alla casa, dalla lotta al razzismo di Stato al taglio drastico delle spese militari e al ritiro delle truppe italiane dalle missioni militari all’estero.
Alcune di queste mobilitazioni hanno aggravato le contraddizioni in seno alle masse popolari, hanno finito per porre masse contro masse (esempio classico è Taranto, dove chi difende il diritto al lavoro è attaccato da chi tutela l’ambiente e viceversa). Questo perché ogni problema va analizzato e affrontato in relazione agli altri e agli interessi delle masse popolari e non può essere invece affrontato come a sé stante e cercando di conciliare gli interessi delle masse popolari con quelli dei capitalisti, dei comitati di affari e degli speculatori. L’azione di governo del M5S basata “sulla legalità” (borghese) ha alimentato la divisione e la contrapposizione fra settori delle masse popolari, anziché far valere gli interessi delle masse popolari su quelli della classe dominante.
Nel 2008 le masse popolari hanno messo alla prova i partiti della sinistra borghese con il governo Prodi (considerato allora il “più a sinistra della storia”) ed essi non hanno superato l’esame. Allo stesso modo, con le elezioni politiche del 2018, il M5S è stato chiamato alla prova di governo, ma pure lui ne è uscito con le ossa rotte.
Chi vuole imparare la lezione deve concludere non che è impossibile cambiare le cose, ma che per cambiare le cose bisogna seguire una strada diversa.

La storia si cambia senza chiedere il permesso

Pensare che i partiti, le istituzioni, le autorità e gli apparati burocratici dell’amministrazione pubblica che hanno sistematicamente affermato gli interessi dei padroni contro i lavoratori avrebbero permesso un reale cambiamento solo perché il M5S aveva vinto le elezioni politiche era pura ingenuità.
Alla prova del governo, i ministri del M5S, i segretari, i sottosegretari, i membri delle commissioni parlamentari, ecc., hanno dimostrato di essere disposti a cambiare il paese a patto che ciò gli fosse permesso. In un primo momento si sono lamentati che non fosse loro permesso, poi hanno smesso di provarci in nome della “responsabilità” verso la UE, la BCE, gli investitori internazionali, gli imprenditori italiani, ecc.
Chi vuole imparare la lezione deve concludere che per cambiare le cose non è sufficiente (e talvolta neppure necessario) vincere le elezioni, ma piuttosto che è sempre indispensabile far valere con forza gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.

E’ legittimo anche se è illegale

I discorsi retorici sulla “legalità” non sono solo il paravento dietro cui si è nascosto il M5S per giustificare la sua incapacità di mobilitare le masse popolari e la sua paura di farlo, ma anche il riflesso di una concezione molto diffusa fra le masse popolari che la classe dominante usa per tenerle sottomesse a sè.
Nel nostro paese far rispettare e attuare la Costituzione del 1948 è diventato illegale: per farlo bisogna violare numerose leggi che sono state introdotte successivamente. A ben vedere, però, sono quelle leggi a essere illegali rispetto alla Costituzione. è diventato illegale fare blocchi stradali e picchetti perché così indicano i Decreti Salvini, ma sono i Decreti Salvini a essere incostituzionali. Chi oggi si mobilita nei comitati di lotta per il diritto alla casa è perseguito, arrestato, multato, sottoposto a fogli di via, perché censisce le case sfitte per poi assegnarle dal basso, ma questo avviene perché chi dovrebbe assegnarle le lascia invece vuote per favorire la speculazione immobiliare.
Gli effetti della crisi rendono necessaria e sempre più diffusa la mobilitazione delle masse popolari per sostituirsi alle autorità e istituzioni borghesi che non fanno quanto è nel loro dovere: sono migliaia i comitati e le reti che a fronte dei tagli all’istruzione pubblica si fanno carico della ristrutturazione ordinaria delle aule (imbiancando classi e interi padiglioni), che riforniscono la scuola di quanto serve a farla funzionare (dalla carta igienica ai gessi). Esistono già comitati di cittadini che riqualificano parchi e giardini pubblici, che contrastano il degrado pulendo vie e quartieri. Ci sono già ambulatori medici popolari che sopperiscono – con risultati di certo parziali, ma importanti – alle carenze dovute ai tagli alla sanità pubblica e ci sono persino ospedali in cui lavoratori, medici e utenti si organizzano alla stregua di embrioni di nuove autorità pubbliche laddove le autorità preposte o sono latitanti o concorrono attivamente allo smantellamento del presidio sanitario (è l’esempio del S. Gennaro a Napoli). Sostituirsi alle autorità competenti, però, comporta sempre violare in qualche modo la legge. Se avessero interesse a farlo, le autorità borghesi potrebbero denunciare tutte queste persone, multarle, metterle in carcere o ai domiciliari. Non lo fanno perché le iniziative suddette vengono opportunisticamente presentate come “volontariato” senza il quale, ad esempio, la scuola pubblica non potrebbe andare avanti. Ma il diritto all’istruzione pubblica in edifici adeguati e in condizioni dignitose è un diritto sancito dalla Costituzione, violato dal governo ogni volta che i soldi per le scuole pubbliche vengono dati a quelle private, ogni volta che vengono usati per le spese militari, per l’acquisto degli F35, per realizzare il TAV, per finanziare le multinazionali straniere che decidono di produrre in Italia, ecc.
Allora, per cambiare le cose occorre guardare oltre la legalità borghese, trarre lezione della propria esperienza pratica e far valere concretamente il principio che è legittimo tutto ciò che è nell’interesse delle masse popolari anche se illegale.

I lavoratori possono cambiare le cose

I lavoratori e le masse popolari hanno bisogno di un loro governo e lo possono costituire. Non attraverso le elezioni, non chiedendo il permesso e non rispettando la cappa di legalità della classe dominante. Devono imporlo.
Hanno bisogno di un loro governo perché l’operaio dell’ILVA di Taranto non è nemico della mamma del quartiere Tamburi, ma sono alleati. Perchè l’operaio del cantiere TAV in Valsusa e il cavatore di Massa Carrara sono accomunati dalla necessità di lavorare, non dalla sete di profitto di chi specula sulla devastazione ambientale. Alla pari, l’impiegato non è nemico dell’operaio, l’immigrato non è nemico degli italiani, gli uomini non sono nemici delle donne.
Ognuna di queste contraddizioni può essere affrontata e trattata nell’interesse della classe operaia e delle masse popolari, ma per farlo è necessario un governo che ne abbia la volontà politica, la forza e il coraggio.
I lavoratori e le masse popolari possono imporre il loro governo se definiscono che questo è il loro obiettivo e si mobilitano per raggiungerlo. Grandi manifestazioni, scioperi, scontri con la polizia, ecc., sono positivi, ma non sono decisivi ai fini di questo discorso: è questa la lezione che traiamo anche dalle generose mobilitazioni francesi di questi tempi. L’essenziale è che si sviluppi nel paese una rete sempre più ampia di organismi operai e popolari che cominciano, con i mezzi di cui già dispongono, ad attuare le misure necessarie per far fronte agli effetti più urgenti della crisi, diventando così punto di riferimento delle masse popolari e fattore di spinta nella loro mobilitazione.

L’onere del governo

Benché un governo di emergenza popolare possa essere costituito solo ad opera degli organismi operai e popolari, grazie alla loro mobilitazione e come forzatura della situazione politica, per non rimanere una bella speranza esso deve essere composto da persone che hanno conoscenza di come funziona la cosa pubblica e che hanno relazioni negli ambienti “che contano”. Personaggi del genere vanno individuati fra quegli esponenti della classe dominante o legati ad essa (cioè che ad essa devono il loro ruolo sociale, il prestigio e il seguito di cui godono da parte delle masse popolari), che già oggi sono riconosciuti per le loro posizioni, per la denuncia del cattivo presente che fanno e per il sostegno che danno alle lotte, alle mobilitazioni, alle campagne di opinione. Stiamo parlando di dirigenti sindacali, esponenti del mondo della cultura e intellettuali, amministratori locali, dirigenti di grandi associazioni nazionali, esponenti politici riconosciuti per le loro posizioni di rottura e intraprendenza: sono loro che dovranno diventare i membri del governo di emergenza popolare. La loro collocazione politica attuale e le tante incoerenze fra quello che oggi dicono e quello che fanno sono aspetti secondari: quando le masse popolari si mettono in moto sono costretti a rincorrerle per non perdere il loro prestigio e il loro ruolo. La questione di fondo non è lasciare loro carta bianca (sono pur sempre esponenti della classe dominante o elementi ad essa collegati), ma costringerli a operare nel senso di trasformare le principali rivendicazioni delle masse popolari in provvedimenti governativi e di farlo mobilitando direttamente gli organismi che sono già attivi praticamente in tutti i campi.

Tante campagne per un obiettivo

Tutte le mobilitazioni, i movimenti e le campagne sono ambito in cui sperimentarsi per andare oltre la rivendicazione, che è comunque sempre legittima e giusta, e intervenire sugli organismi operai e popolari per
– costruirli dove ancora non sono presenti;
– sostenere quelli esistenti per farli operare con continuità e portarli a conquistarsi la fiducia delle masse popolari non ancora organizzate;
– promuovere il loro coordinamento;
– portarli a realizzare direttamente le soluzioni che hanno individuato per fare fronte agli effetti peggiori della crisi con gli strumenti di cui oggi dispongono e facendo valere il principio che è legittimo tutto ciò che è nell’interesse delle masse popolari anche se è illegale.

Gli organismi operai e popolari non sono ancora l’invincibile esercito della classe operaia di cui c’è bisogno per spazzare via la classe dominante e il capitalismo, ma lo diventeranno. Non sono ancora la rete del nuovo potere che è protagonista della rivoluzione socialista e base materiale dello Stato socialista, ma ne sono gli embrioni. Che essi diventino ciò che possono diventare dipende dai comunisti. La lotta per imporre il Governo di Blocco Popolare è ciò che li trasforma e li rende capaci e coscienti di affrontare una nuova fase della guerra popolare rivoluzionaria che porta all’instaurazione del socialismo.

Le condizioni di una forzatura politica per imporre un governo di emergenza popolare si sono presentate varie volte nel nostro paese negli ultimi anni.
Nel 2010, sulla spinta del referendum alla FIAT di Pomigliano contro il “Piano Marchionne”, la FIOM diretta all’epoca da Landini fu costretta ad assumere la testa di un articolato movimento nazionale che, partito dagli operai, si è allargato a molti altri settori del paese, innescando una vasta mobilitazione per l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione. Lo sbocco “naturale” di quel movimento era la costituzione di un governo che attuasse ciò che le piazze indicavano, esso invece si esaurì per decisione del gruppo dirigente della FIOM, organizzazione che incarnava la spinta e la forza della classe operaia.
Nel 2013, a seguito del Golpe Bianco grazie al quale Napolitano fu rieletto Presidente della Repubblica, Beppe Grillo chiamò alla mobilitazione di piazza a Roma. Era il culmine della fase in cui il M5S assediava “la casta” e grazie a ciò raccoglieva il consenso di milioni di persone, nelle piazze quanto alle elezioni. In centinaia di migliaia risposero all’appello e si apprestavano a partire da ogni parte d’Italia. Fu lo stesso Grillo a revocare la manifestazione per paura delle possibili conseguenze.
In entrambe le situazioni un centro di riconosciuta autorevolezza ha chiamato la classe operaia e le masse popolari alla mobilitazione, ma le ha poi ricondotte a sottomettersi alle leggi, al buon senso, alla “responsabilità” anziché valorizzarne la spinta per imporre al paese un governo di emergenza popolare.
Stante la debolezza del movimento comunista, è mancato in tutti e due i casi un sufficiente grado di organizzazione e autonomia delle masse popolari dagli esponenti della classe dominante che dirigevano il movimento. La rinascita del movimento comunista e il suo legame con la classe operaia è ciò su cui dobbiamo lavorare partendo dal sostegno agli organismi operai e popolari già esistenti e creandone di nuovi.

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