La prima guerra mondiale scoppiò per effetto della prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale che consisteva nell’ineguaglianza di sviluppo dei paesi capitalisti, nella rottura dell’equilibrio tra le principali potenze e nella necessità per gli imperialisti di procedere a mezzo della guerra alla distruzione della quota più grande possibile di capitale sovraprodotto, a una nuova ripartizione del mondo e a stabilire un nuovo equilibrio di forze.

«La guerra non avrebbe avuto un carattere così micidiale, forse neanche si sarebbe estesa con tanta violenza se i partiti della II Internazionale non avessero tradito la causa della classe operaia, se non avessero violato le risoluzioni dei congressi della II Internazionale contro la guerra, se si fossero decisi a reagire energicamente e a sollevare a classe operaia contri propri governi imperialisti, contro i fautori della guerra.

Il partito bolscevico fu il solo partito proletario che restò fedele alla causa del socialismo e dell’internazionalismo e che scatenò la guerra civile contro il proprio governo imperialista. Tutti gli altri partiti della II Internazionale, legati com’erano alla borghesia per mezzo dei loro gruppi dirigenti, caddero nelle mani dell’imperialismo, passarono nel campo imperialista.

La guerra, conseguenza della crisi generale del capitalismo, aggravò la crisi stessa e indebolì il capitalismo mondiale. Gli operai della Russia e il partito bolscevico, per primi nella storia, seppero valersi con successo della debolezza del capitalismo, ruppero il fronte dell’imperialismo, rovesciarono lo zar e crearono i Soviet dei deputati operai e soldati.

Inebriate dai primi successi della rivoluzione e rassicurate dalle promesse dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari, i quali pretendevano che tutto ormai sarebbe proceduto nel migliore dei modi, le grandi masse di piccoli borghesi, di soldati e anche di operai ebbero fiducia nel governo provvisorio e lo appoggiarono.

Un compito si poneva al partito bolscevico: spiegare alle masse degli operai e dei soldati, inebriati dai primi successi, che la vittoria completa della rivoluzione era ancora lontana; che fino a quando il potere si trovava nelle mani del governo borghese provvisorio e finché nei Soviet spadroneggiavano i conciliatori – menscevichi e socialisti-rivoluzionari – il popolo non poteva ottenere né la pace, né la terra, né il pane; e che, per la vittoria completa, era necessario fare ancora un passo avanti: dare il potere ai Soviet»

[Estratto di Storia del PC(b) dell’URSS]

Gli avvenimenti successivi all’istituzione del Governo provvisorio dimostrarono la giustezza della linea dei bolscevichi perché dimostrarono che il governo provvisorio non era per le masse popolari ma era contro le masse popolari, non era per la pace ma era per la guerra, che non voleva e non poteva dare né la pace, né il pane, né la terra. Era chiaro che il dualismo di potere che si era innescato con la rivoluzione di febbraio non sarebbe durato a lungo, dato che gli eventi esigevano che il potere si accentrasse in una sola mano: o il Governo provvisorio o i Soviet.

Il Governo provvisorio generava però ancora una certa fiducia nelle masse popolari, che cominciavano a godere delle libertà borghesi conquistate, libertà che i bolscevichi cominciarono a sfruttare dandosi al lavoro pubblico e alla strutturazione del partito. All’interno del partito bolscevico si scontravano in questa fase due linee: la prima, poi indicata come semi-menscevica, che indicava la necessità di un appoggio condizionato al Governo, la seconda che sosteneva una politica di sfiducia verso il governo che andava utilizzato per alimentare la mobilitazione per pane, pace e terre.

In questa precisa lotta, al suo rientro in Russia, Lenin intervenne con le Tesi d’aprile. Esse furono presentate il 4 aprile da Lenin stesso in due riunioni: un’assemblea di bolscevichi e un’assemblea comune di bolscevichi e menscevichi delegati alla Conferenza dei Soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia al Palazzo di Tauride. Le tesi dettavano chiaramente e per punti quali dovessero essere gli obiettivi e gli sviluppi da portare avanti per avanzare nella lotta per il socialismo in Russia e quale dovesse essere la natura del rapporto tra comunisti e Governo provvisorio.

Oltre a proporre misure politiche ed economiche necessarie per la seconda tappa della rivoluzione dopo il Governo provvisorio, dare il potere ai Soviet, Lenin non incitava all’insurrezione contro il governo, perché questo godeva in quel momento della fiducia dei Soviet; non ne chiedeva il rovesciamento ma voleva, con un lavoro di chiarificazione e di reclutamento, conquistare la maggioranza nei Soviet, modificare la politica e, per loro tramite, cambiare la composizione e la politica del governo.

Lenin aveva chiaro che per avere la pace, la terra e le fabbriche le masse popolari organizzate nei soviet dovevano prendere il potere e questo fu l’obiettivo del partito comunista. Il Governo Provvisorio data la sua natura non aveva la forza per realizzare questi obiettivi. Ma mai Lenin e i suoi si allearono con gli esponenti del potere dello zar benché anche loro fossero contro il Governo Provvisorio. Anzi quando un generale mosse le truppe verso Pietrogrado per abbattere il Governo Provvisorio, Lenin e i suoi compagni mobilitarono quella parte delle masse popolari che già li seguivano e con queste disgregarono le truppe che il generale aveva mobilitato e tennero ancora in vita il Governo Provvisorio. Il compito che Lenin e i suoi si assunsero non era di abbattere comunque il Governo Provvisorio, ma di portare le masse popolari a organizzarsi di più e a rendersi conto per loro esperienza che esse dovevano prendere il posto del Governo Provvisorio, abbatterlo in modo che ad esso subentrasse il governo delle masse popolari organizzate.

«Lenin, non incitava all’insurrezione contro il Governo provvisorio, che godeva in quel momento della fiducia dei Soviet; egli non ne chiedeva il rovesciamento, ma voleva, con un lavoro di chiarificazione e di reclutamento, conquistare la maggioranza nei Soviet, modificarne la politica, e, per loro tramite, cambiare la composizione e la politica del governo».

[Estratto di Storia del PC(b) dell’URSS]

Questo modello di condotta deve essere studiato con particolare attenzione dai comunisti del nostro paese che vogliono sfruttare la situazione politica attuale, una situazione in cui i vecchi partiti delle Larghe Intese sono stati cacciati via dalla resistenza spontanea delle masse popolari in mille forme e mobilitazioni, di cui la più evidente e generalizzata è stata quella delle elezioni politiche del 4 marzo dello scorso anno. Il governo che è emerso da questo appuntamento elettorale è un inedito per la storia del nostro paese. Il governo M5S-Lega è un governo di compromesso, composto da partiti che: per concezione del mondo appartengono al campo della borghesia e sono organici alla classe dominante; per pratica concreta di governo del paese una forza (il M5S) ne ha poca o nulla e quella che ha è pesantemente inficiata dal legalitarismo (che in sostanza si traduce nella sottomissione alle leggi e alle prassi imposte dalla borghesia imperialista), e l’altra (la Lega) è da oltre 20 anni culo e camicia con i partiti e il sistema delle Larghe Intese (di cui è promotore e attuatore del programma nelle regioni e nei comuni che amministra).

Per queste caratteristiche è un governo che non potrà attuare (o al massimo le potrà attuare solo parzialmente) nessuna promessa se non ricorre su ampia scala alla mobilitazione delle masse popolari per attuarle direttamente o per imporle ai poteri forti nazionali e internazionali. È un governo che si barcamena fra appelli alla legalità e al buon senso e il rattoppo alla bell’e meglio delle voragini economiche, politiche, sociali, culturali e ambientali provocate dalla crisi generale del capitalismo. Ma, che piaccia o meno, è un governo diverso da tutti quelli precedenti e rispetto ai precedenti governi ha un ruolo positivo nella mobilitazione delle masse popolari per le aspettative che ha suscitato, per le contraddizioni che apre, per gli attacchi che subisce e a cui deve far fronte.

Il movimento che caratterizza la lotta di classe nel nostro paese in questa fase si sintetizza nelle iniziative e nella mobilitazione per allargare la breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico delle Larghe Intese con le elezioni del 4 marzo scorso e, contemporaneamente, nelle iniziative per promuovere, consolidare e sviluppare l’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari. A questo fine, noi comunisti usiamo ogni appiglio che la situazione politica offre, ogni contraddizione nel campo nemico che consente di conquistare posizioni, ogni spinta, quale sia il segno e il colore a cui fa capo, che viene dal variegato campo delle masse popolari per sviluppare la loro organizzazione e la loro mobilitazione a prendere in mano il destino di aziende, servizi pubblici, gestione del territorio in modo da creare le condizioni per il vero governo del cambiamento, il Governo di Blocco Popolare.

Tale governo non è l’equivalente dell’instaurazione del socialismo e non ne è nemmeno la sua brutta copia: esso è il processo attraverso cui avanza la rivoluzione socialista e rinasce il movimento comunista cosciente e organizzato poiché è l’esperienza pratica con cui le masse popolari – e in particolare la classe operaia – imparano a organizzarsi, a darsi i mezzi per affermare i loro interessi, imparano a diventare la nuova classe dirigente della società dirigendo il paese.

Questo ci insegnano le esperienze condotte dai bolscevichi e i comunisti della prima ondata della rivoluzione socialista in tutto il mondo!

Imparare dalla storia del movimento comunista per fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

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