Rilanciamo a seguire il video dell’intervista realizzata all’operaio Gianni Di Vincenti di Torino in occasione del V Congresso del Partito dei CARC tenutosi a Firenze il 23 gennaio 2019. L’intervista è molto utile per comprendere il ruolo della classe operaia e il rapporto che essa deve avere con il movimento comunista cosciente e organizzato. Al video alleghiamo un estratto della Risoluzione n.3 approvata al IV Congresso del Partito dei CARC (2015).

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L’operaio comunista non è l’operaio che protesta, rivendica o comunque in qualche modo si ribella: milioni sono i lavoratori dipendenti o autonomi, i giovani e gli studenti, le casalinghe e gli immigrati che protestano, rivendicano o comunque in qualche modo si ribellano. Se non fosse così, la rivoluzione socialista sarebbe impossibile. Per protestare, rivendicare o comunque in qualche modo ribellarsi non occorre avere la concezione comunista del mondo: basta la concezione borghese del mondo. Questa, a differenza della concezione clericale (feudale, schiavistica) del mondo, spinge ogni individuo a “esigere ognuno la sua parte”. La coscienza spontanea dell’operaio (e degli altri lavoratori) nella società borghese è infatti una coscienza rivendicativa e all’organizzazione sindacale gli operai arrivano anche senza i comunisti. Per i comunisti l’organizzazione sindacale è uno dei mezzi per fare scuola di comunismo, ma perfino il clero e la borghesia in determinate condizioni promuovono e incoraggiano l’organizzazione sindacale degli operai per contrapporla al movimento comunista. In Italia in certi periodi addirittura abbiamo avuto organizzazioni sindacali bianche più combattive sul piano della rivendicazione sindacale delle organizzazioni sindacali legate strettamente al movimento comunista, ad esempio la FIM-CISL degli anni ’70 del secolo scorso rispetto alla FIOM-CGIL. Noi comunisti non ci arrendiamo e tanto meno ci disperiamo perché nella realtà abbiamo a che fare con organizzazioni sindacali influenzate o dominate dalla borghesia e dal clero o reazionarie: ne approfittiamo per spingere gli operai (e gli altri lavoratori) ad andare più avanti e la pratica conferma la nostra concezione.

L’operaio comunista è l’operaio che ha un progetto di società da costruire; che da subito, già oggi, mobilita, organizza e dirige gli altri lavoratori dipendenti o autonomi, i giovani e gli studenti, le casalinghe e gli immigrati che protestano, rivendicano o comunque in qualche modo si ribellano; li dirige a rendere la loro azione più efficace fino a costituire una forza capace di dirigere la società, le sue attività produttive di beni e servizi (le agenzie pubbliche che prenderanno il posto delle aziende capitaliste) e tutte le sue attività e di spazzar via gli ostacoli che la borghesia e il clero frappongono a questo risultato; che da subito, già oggi, mobilita, organizza e dirige le centinaia di migliaia di persone di buona volontà (delle classi intermedie e della stessa borghesia) professionalmente preparate che di fronte allo sfascio della società attuale sono disposte a mettersi al servizio delle Organizzazioni Operaie e delle Organizzazioni Popolari e in generale della rivoluzione socialista. Già oggi ci sono nel nostro paese decine di migliaia, probabilmente centinaia di migliaia di persone con un alto livello professionale nei campi più svariati, che sarebbero felici di svolgere bene il loro lavoro per uno scopo socialmente utile e per le quali è secondaria la quantità di denaro che ne ricavano, una volta che abbiano quanto necessario per una vita dignitosa. L’operaio comunista è colui che mobilita da subito anche queste persone, che dà ad ognuna di esse (al maggior numero di esse) la possibilità di svolgere la loro arte in attività che i comunisti organizzano e promuovono, rompendo i limiti e i segreti che la proprietà capitalista frappone per sua natura alla loro opera.

 

(dalla Risoluzione n.3 approvata dal IV Congresso nazionale del Partito dei CARC – http://www.carc.it/index.php…)

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