Rilanciamo l’articolo di Marco Rizzo (segretario del Partito Comunista) pubblicato il 14.10.2018 da La Riscossa –  http://www.lariscossa.com/2018/10/14/marcia-dei-40mila-la-fiat-sul-punto-cedere-manco-convinzione-direzione/). L’articolo Marco Rizzo riguarda i 35 giorni di occupazione operaia della FIAT di Torino e la “marcia dei 40 mila” del 1980. Utile leggerlo pensando 1) al PCI di Enrico Berlinguer (quello del “compromesso storico sotto l’ombrello della NATO” (1976) e del tacito consenso al “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia” della primavera 1981 cioè alla sottomissione della spesa pubblica e quindi dell’azione del governo italiano al consenso del sistema finanziario italiano e internazionale: il cappio che si aggiungeva a quello della NATO e del governo occulto di ultima istanza del Vaticano) e 2) alla CGIL di Luciano Lama, capofila della svolta del 1978 verso la “moderazione salariale”, ma pensando anche alle Brigate Rosse che alla FIAT nel 1980 erano ben radicate.

Per questo faccio una breve presentazione e contestualizzazione.

Innanzitutto ricordiamo gli avvenimenti

L’8 maggio 1980, due giorni dopo l’insediamento di Vittorio Merloni alla guida di Confindustria, la FIAT (presidente Gianni Agnelli) ventilò la cassa integrazione per 78 mila operai per 8 giorni. Il 31 luglio Umberto Agnelli si dimise da co-amministratore delegato dell’azienda, lasciando la carica a Cesare Romiti. Quest’ultimo in FIAT era il capofila della linea dura antioperaia, già messa in mostra nell’estate dell’anno precedente e culminata il 9 ottobre 1979 con il licenziamento di 61 operai sospettati di contiguità con le Brigate Rosse.

Il 5 settembre 1980 si registrò un nuovo capitolo della crisi tra azienda e sindacato. La FIAT annunciò la messa in cassa integrazione di 24 mila dipendenti – 22 mila dei quali operai – per 18 mesi. Dopo quasi una settimana di trattative, l’azienda annunciò 14.469 licenziamenti. Il Consiglio di Fabbrica, in risposta alla decisione FIAT, proclamò sciopero con decorrenza immediata. Ne seguirono il blocco dei cancelli di Mirafiori e il picchettaggio degli altri accessi. La mattina del 26 settembre Enrico Berlinguer, a Torino per un comizio da tenere quella sera in piazza San Carlo, andò ai cancelli della FIAT ed espresse agli scioperanti “il pieno appoggio del PCI” e l’impegno a “costringere il governo Cossiga a dichiarare la sua posizione sulla vicenda”, lasciando intendere che, se il Consiglio di Fabbrica avesse deciso l’occupazione della fabbrica, il PCI l’avrebbe appoggiata: nel Biennio Rosso (1919-1920), il PSI prese un’analoga posizione per strozzare l’occupazione delle fabbriche (se gli operai occupanti in armi fossero usciti dalle fabbriche e avessero occupato le città, il PSI li avrebbe sostenuti)! Il giorno seguente, il 27 settembre, con la scusa della caduta del governo Cossiga e la mancanza di un interlocutore istituzionale, la FIAT sospese le procedure di licenziamento e si accordò con i sindacati confederali per la messa in cassa integrazione di 24 mila dipendenti e l’uscita dal lavoro di quelli più anziani tramite prepensionamenti. Il 30 settembre la FIAT consegnò a 22.884 operai sparsi per tutte le fabbriche del paese l’avviso di messa in cassa integrazione ordinaria a zero ore fino al 31 dicembre. I sindacati di categoria contestarono che il procedimento di cassa integrazione allontanava dalle fabbriche gran parte dei delegati dei Consigli di Fabbrica e minacciarono lo sciopero generale, mentre alcuni rappresentanti degli enti locali chiesero alla FIAT di recedere dalla sua decisione. Il 14 ottobre, 35esimo giorno di mobilitazione, un gruppo di quadri e impiegati della FIAT, informalmente guidato dal caporeparto Luigi Arisio, si riunì in assemblea al Teatro Nuovo  di Torino e decise di sfilare per le vie cittadine. Si trattò di un corteo di una decina di migliaia di impiegati. Era una mossa promossa dalla direzione FIAT, ma il segretario della CGIL Luciano Lama (avallato da tutto il PCI, da Berlinguer a Napolitano) parlò di “marcia dei 40 mila”. La FIAT e i promotori della manifestazione rilanciarono la “marcia dei 40 mila” come dimostrazione lampante e incontrovertibile della debolezza e dell’ “isolamento” degli operai. Dalla “marcia dei 40 mila” si arrivò al compromesso dei sindacati (avallato dal PCI) con il quale la FIAT ritirò i licenziamenti, ma mantenne la cassa integrazione a zero ore per i 22 mila operai. Il tutto venne contrabbandato da FIAT, sindacati di regime, PCI e stampa di regime come “sconfitta del movimento operaio”.

Sulle considerazioni di Marco Rizzo e gli insegnamenti per l’oggi.

Di positivo nella ricostruzione degli avvenimenti riportata da Marco Rizzo c’è la conferma

– che non è la borghesia a essere forte ma è il movimento comunista che deve imparare a far valere la forza della classe operaia. Nell’articolo di Marco Rizzo emerge con chiarezza che la sconfitta degli operai in FIAT deriva dai limiti della sinistra del PCI e della CGIL. Delle Brigate Rosse, Rizzo non parla neanche;

– che il ruolo della classe operaia non dipende da quanti sono gli operai nè dalle loro condizioni contrattuali. Gli operai diventano una forza politica se sono aggregati attorno a un partito comunista all’altezza del suo ruolo. Sono state la corrosione e distruzione di un vero partito comunista ad opera dei revisionisti moderni (Togliatti, Berlinguer & C: Napolitano, Occhetto e D’Alema sono stati i vergognosi epigoni di questa dinastia) che hanno fatto scomparire la classe operaia come forza politica. Era il partito comunista che mancava in Italia, non gli operai.

Di negativo nella ricostruzione degli avvenimenti riportata da Marco Rizzo emerge con chiarezza che

  1. benché tra i “frammenti” del PRC di Bertinotti (segretario del PRC e Presidente della Camera nel 2007, all’epoca del colloquio tra Rizzo e Romiti) il PC di Marco Rizzo sia quello che più si proclama legato all’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria e fautore della “rivoluzione socialista”, manca un bilancio del perché il PCI e prima di esso il PSI non sono stati in grado di guidare le masse popolari a instaurare il socialismo nel nostro paese e quindi, anche se Rizzo dice che “la scelta socialista potrebbe essere più vicina di quanto immaginiamo”, manca l’indicazione di un percorso che si fonda sulle condizioni presenti e traccia anche solo a grandi linee il percorso da compiere per arrivare a instaurare il socialismo (cioè manca una concezione della natura della rivoluzione socialista degna di questo nome);
  2. Marco Rizzo trascura il contesto di tempo e il sistema di relazioni sociali in cui è inserito l’evento di cui tratta, cioè non usa il materialismo dialettico nell’analisi degli avvenimenti.

– L’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria (nei primi paesi socialisti con il consolidamento della direzione dei revisionisti moderni; nei paesi imperialisti con la confluenza  – in Italia il “compromesso storico”, in Francia il “programma comune” con Mitterrand, in Spagna la “transizione democratica”, ecc. – dei partiti comunisti guidati dai revisionisti moderni nella sinistra borghese; nei paesi oppressi con il passaggio dalle rivoluzioni antimperialiste di liberazione nazionale alla reintegrazione nel sistema imperialista mondiale – neocolonialismo);

– il passaggio dal “capitalismo dal volto umano” alla seconda crisi generale del capitalismo;

– per quanto riguarda l’Italia, la collaborazione del PCI con la DC (“governi di solidarietà nazionale” del 1975-1982) per liquidare il tentativo di ricostruzione del partito comunista messo in campo dalle Brigate Rosse e imporre alle masse i primi sacrifici;

– il progetto degli Agnelli di trasformare la FIAT  in una società finanziaria internazionale, non più né industriale né particolarmente italiana, progetto che è iniziato in quegli anni con “l’operazione spezzatino” (distribuzione in vari stabilimenti dell’industria automobilistica prima concentrata a Torino, con cui gli Agnelli hanno preso vari “piccioni con una fava”: succhiare soldi e contributi allo Stato italiano e alle istituzioni locali, disperdere il concentramento di operai a Torino, avere a disposizione operai più arrendevoli), è continuato con la dissociazione dei vari stabilimenti uno dall’altro (instradandoli in produzioni diverse, inserendo ognuno di essi in un contesto internazionale diverso, legando ognuno a un mercato diverso per poterli liquidare uno a uno, senza dover affrontare la resistenza collettiva degli operai del gruppo) e di cui il defunto Marchionne ha gestito la fase finale…

Niente di tutto questo compare nello scritto di Rizzo né traspare da esso. Dal suo racconto sembra che le cose sarebbero andate diversamente (non dice come) se Bertinotti, Fassino o Novelli (di Berlinguer Rizzo si dimentica) avessero fatto una contromanifestazione ai “40 mila” (che Rizzo presenta come un miracolo piovuto dal cielo, una “idea” non sa di chi, che ha sorpreso Romiti).

Premesso questo, proponiamo la lettura dell’articolo di Rizzo con un’avvertenza: nel testo dell’articolo comparso su La Riscossa ci sono alcuni errori di battitura (refusi) che abbiamo corretto. Nel testo corretto abbiamo aggiunto alcune poche interpolazioni nostre, utili per la comprensione del testo, ben evidenziate in corsivo tra parentesi e con sottolineatura.

 

per la redazione della “Staffetta Rossa”, agenzia stampa del P.CARC

Salvatore Catone

 

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http://www.lariscossa.com/2018/10/14/marcia-dei-40mila-la-fiat-sul-punto-cedere-manco-convinzione-direzione/

Marcia dei 40mila. La Fiat era sul punto di cedere ma mancò convinzione e direzione.

ottobre 14, 2018 Redazione Memoria storica, Prima pagina 0

di Marco Rizzo (segretario del Partito Comunista)

Nel 2007 ero stato invitato alla trasmissione “Domenica In” per presentare il libro “Perché ancora Comunisti. Le ragioni di una scelta”. Per una casualità incontrai dietro le quinte Cesare Romiti, che negli anni ’80 era stato al vertice della FIAT. Parlammo a lungo essendo arrivati entrambi in anticipo. Lui mi parlava di varie questioni, ma da parte mia c’era un solo interesse: avevo la possibilità di parlare con l’uomo della marcia dei quarantamila, di scoprire il punto di vista di chi aveva guidato l’altra “parte”, quella contro la quale sin da giovani ci eravamo battuti direttamente. Ricordavo quei giorni a Torino e pensavo: ho Romiti davanti, devo cercare di saperne di più. Ad un certo punto iniziò quella che mi parve come una vera e propria confessione, dal contenuto assolutamente inaspettato. Mi disse:

Verso la fine della vicenda dei 35 giorni di occupazione dei cancelli alla Fiat, eravamo sul punto di cedere. Cioè io e l’Avvocato (Agnelli, n.d.r.) eravamo disponibili ad accettare la nazionalizzazione dell’intero gruppo, poi vi fu quella marcia. Non era previsto quell’impatto che ci fu lì. Ce la siamo trovata. Arrivavano le telefonate a Corso Marconi (sede del comando Fiat, ndr) che dicevano: “stanno crescendo, sono sempre di più. Vogliono attraversare la città”. E così quella massa informe di capi e capetti assunse una forte soggettività politica in quel momento (col tempo le gerarchie aziendali subirono invece una vera e propria legge del contrappasso subendo, con i processi di ristrutturazione, tagli molto più significativi rispetto alla stessa classe operaia)”.

L’antefatto è noto. La Fiat arrivò agli anni ’70 con la massima capacità di attrarre risorse pubbliche da parte dello Stato. Si calcola che il Ministero del Bilancio diede circa tre volte l’intero valore dell’azienda in finanziamenti pubblici con svariate modalità. E si era ad una svolta anche dal punto di vista del modello produttivo: la fabbrica fordista si stava trasformando nella nuova fabbrica automatizzata con l’introduzione dell’informatica, delle macchine a controllo numerico e di tutto quanto ne conseguiva dal punto di vista di riduzione del personale. Infatti nell’estate del 1980 la Fiat, superata la gestione del capitale produttivo con l’ingegner Vittorio Ghidella – l’uomo dei grandi successi come col modello 127 – ed inserita nella prospettiva del capitale finanziario – appunto con Romiti come amministratore delegato – approntò la messa in licenziamento di oltre 24 mila operai. Lo scontro fu durissimo ed iniziò a settembre con l’avvio di quella che fu definita dalla storia come la “lotta dei 35 giorni”. La Fiat fu letteralmente bloccata con presidi e picchetti permanenti davanti ad ogni cancello. Lo stesso segretario [del PCI, quello del “compromesso storico” con la DC, ndr] Berlinguer recatosi ai cancelli della FIAT e rispondendo ad una domanda di un delegato sindacale aveva ipotizzato l’appoggio del PCI nel caso si fosse arrivato [impersonale! – chi doveva deciderla?] all’occupazione della fabbrica e non solo al blocco delle porte. Invece alla fine di quei giorni arrivò la “marcia dei quarantamila”. Non che fossero davvero quarantamila, in realtà erano dieci-dodici mila persone, però erano tanti. Ricordo che noi, studenti all’epoca, andammo a tirargli le uova in Via Nizza a metà percorso, ma non fummo certo in grado di bloccarne l’avanzata [ma se invece di essere solo studenti con uova, la marcia avrebbe voluto bloccarla il PCI?]. Mi ricordo quegli uomini grigi. Quel corteo grigio e silenzioso. Così diverso da quelli operai.

 

Romiti in sostanza mi stava dicendo che nel 1980 la FIAT, che nel racconto dell’oggi viene accreditata come solida e fortissima, era in realtà una tigre di carta in procinto di cedere. La storia d’Italia sarebbe cambiata radicalmente. La partita che si giocava a Torino, nell’ottobre del 1980, era lo scontro tra la massima forza del movimento operaio e la FIAT, la più grande impresa italiana alle prese con i profondi mutamenti dell’innovazione informatica e tecnologica. Infatti gli effetti non furono limitati alla FIAT ma si estesero all’Italia intera. Ma in quel momento, sentendo quelle parole pensavo all’originalità con cui si era determinata una sconfitta così cocente ed epocale.

Se vogliamo esser obbiettivi non possiamo non dire che furono le scelte strategiche dei vertici politici della sinistra [cioè del PCI e di Enrico Berlinguer suo segretario] e dei sindacali a determinare la sconfitta. Il giorno dopo la marcia, il sindacato confederale, la FLM [non il PCI?] potevano fare una manifestazione nazionale a Torino con cento mila persone, che avrebbe fatto impallidire quella del giorno prima. Ma praticamente non venne in mente a nessuno! Bertinotti, Fassino, Novelli – rispettivamente il capo sindacale, quello del PCI locale ed il sindaco comunista – e tutti gli altri [Berlinguer, segretario del PCI] non l’avrebbero neanche voluta. Tutto si risolse in una pantomima. Ci fu una drammatica riunione al cinema Smeraldo, dove c’erano tutti i delegati. Io riuscì ad infilarmi lì per vedere. C’era la gente che piangeva, erano quelli che erano stati per quaranta giorni a fare i picchetti. E i picchetti alla FIAT non erano fatti solo dagli operai di Mirafiori. Gli operai di Torino non erano soli, c’era il PCI e l’estrema sinistra di tutta Italia. Si stava lì davanti e c’era tutto il meglio che si poteva pensare. Siamo stati sconfitti perché i generali che ci dovevano guidare [come si chiamavano nel 1980?] non avevano compreso fino in fondo cosa stava accadendo, che c’erano ancora margini di successo. Bastava davvero “durare un minuto in più del padrone” – come ebbe a dire falsamente il segretario nazionale della UIL Giorgio Benvenuto – ed invece si calarono le brache. Nelle assemblee sindacali che ratificavano l’accordo a perdere, senza neanche la rotazione nella cassa integrazione, votavano i capi, gli impiegati, votava gente esterna alla FIAT. Le votazioni erano fatte su piazzali dove poteva partecipare chiunque.

Quell’ottobre lì segna la sconfitta del soggetto del cambiamento sociale in Italia, la sconfitta della classe operaia. La classe operaia scompare lì, non numericamente ma politicamente. Dopo il 1980 il sindacato non sarà più lo stesso, dieci anni dopo scomparirà il PCI e da lì inizieranno le politiche di attacco sistematico ai diritti dei lavoratori. Paradossalmente, come si diceva poc’anzi, quei quadri intermedi, quegli impiegati che marciavano contro gli operai sono stati i più licenziati, perché per fare un’automobile serviva un capo e dodici operai, dopo con l’innovazione tecnologica servivano meno operai, i capi non servivano. Li hanno fatti fuori tutti. Loro, che come soggetto sociale avevano sposato l’alleanza con la FIAT sono i primi a scomparire, come spesso accade nella storia.

Questa vicenda, la sua corretta e completa lettura storica dimostra che spesso il nemico di classe è più debole di quanto possa sembrare, e che sono le scelte politiche a determinare direttamente la vittoria o la sconfitta. Se il sindacato e il PCI avessero tenuto e la FIAT avesse piegato la testa, oggi in che Italia vivremmo? È lecito chiederselo, ma più che altro guardare a quell’esempio per le lotte di oggi.

Anche allora come adesso, una svolta epocale del modo di produzione e nelle dinamiche dell’intera società, possono produrre enormi cambiamenti nei rapporti di forza tra le classi. Oggi la scelta è da una parte la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi oppure dall’altra, grazie ad un ulteriore salto nella riduzione dei tempi di lavoro, dovuto all’innovazione tecnologica e al progresso scientifico, un abbassamento drastico dei tempi di lavoro e la possibilità di conquistare la piena occupazione. Quando il capitale sembra invincibile anche da un punto di vista strutturale, basti pensare alla concentrazione e alla forza dei monopoli anche rispetto ai singoli Stati, si possono celare dei momenti di estrema debolezza. E quindi quando pensiamo ad esempio in Italia alle grandi vertenze – dall’acciaio dell’Ilva all’alluminio dell’Alcoa, dalla Fiat Chrysler all’Alitalia, ma, giù per li rami, anche alle piccole e medie aziende che ora presentano in Italia il cuore dell’innovazione – sarebbe possibile affidare ai lavoratori, agli operai riuniti in forme innovative di autoproduzione, la possibilità di gestire in maniera pubblica dal punto di vista del regime proprietario e di protagonismo individuale collettivo dal punto di vista della gestione e della decisone su cosa, come e quanto produrre. In sostanza la scelta socialista potrebbe esser molto più vicina di quanto immaginiamo.

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