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Da Pomigliano a Milano una mobilitazione unitaria contro i licenziamenti politici, il Jobs Act e la legge Fornero

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Luglio 9, 2018
in Resistenza n.7-8/2018
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L’abolizione dell’articolo 18 (ottenuta dai padroni dopo molti tentativi) non è la causa dei licenziamenti politici di delegati sindacali (RSU), rappresentanti della sicurezza (RLS) e, più in generale, dei lavoratori combattivi. Ma ha dato maggiore libertà di manovra ai padroni con l’introduzione del risarcimento economico, al posto dell’obbligo del reintegro, anche a fronte della mancanza della “giusta causa” del licenziamento.
Nel tempo intercorso fra l’abolizione dell’articolo 18 e il fatto che le aziende ne usufruissero si è passati da “un clima pesante nelle aziende” a una raffica di espulsioni dai posti di lavoro, facilitata anche da una risposta delle organizzazioni sindacali spesso non all’altezza della situazione. I licenziamenti politici sono diventati un’emergenza, colpiscono al di là della tessera sindacale in base al ruolo che il singolo lavoratore assume in azienda. Non si tratta più di contare i casi isolati, ma di un fenomeno che necessita di una risposta unitaria e generale.

Le spinte positive in atto. Il 23 giugno si è svolta a Pomigliano un’assemblea – vedi l’articolo sotto – contro la sentenza della Cassazione che ha confermato il licenziamento dei 5 operai della FCA. Prima, il 9 giugno, si è svolta a Milano, l’assemblea promossa da CUB, SGB, SI Cobas, USI per discutere i contenuti e le forme di una campagna comune di mobilitazione che porterà all’indizione di uno sciopero generale nel prossimo autunno. Sono state approvate due mozioni estremamente positive: una che sancisce la volontà di dare le gambe alla campagna attraverso “almeno mille assemblee nelle aziende”, una che, richiamando direttamente la lotta dei 5 operai di Pomigliano e legandola ai licenziamenti di delegati nella Grande distribuzione Organizzata a Milano, assume la lotta contro i licenziamenti politici nella campagna unitaria. Molte mobilitazioni, anche slegate dalle due assemblee menzionate e promosse da svariati organismi e sindacati, si sono svolte in tutte il paese in risposta ai licenziamenti politici che si susseguono.

I limiti da affrontare. Se la questione sta iniziando ad essere riconosciuta per la sua dimensione e portata e ci sono dei primi passi verso una mobilitazione unitaria, ci sono in particolare due limiti da affrontare e superare per avanzare. Il primo riguarda l’attuazione pratica al principio “mettere in secondo piano le appartenenze sindacali o politiche dei lavoratori licenziati” perché concretamente emergono sempre “eccezioni alla regola” (“è un delegato della UIL… che chiami il suo sindacato a sostenerlo, visto che gli ha dato fiducia fino a oggi”… ad esempio).
Il secondo limite riguarda la tendenza a illudersi che esista “un copione” da seguire, sia esso quello di affidarsi agli avvocati e alle vie legali o quello di affidarsi alla mobilitazione “più dura e radicale” perché “quanto più è dura e radicale la lotta, tanto più è probabile il reintegro del licenziato”. Entrambe le posizioni considerano un solo aspetto della lotta ed escludono l’altro, mentre i due aspetti sono combinati e, anzi, ne va aggiunto un terzo: la mobilitazione politica, cioè l’inclusione di lavoratori di altre aziende e altri settori, delle masse popolari, la campagna di opinione, l’intervento sulle istituzioni, ecc. Inoltre, i promotori della via legale e della lotta radicale tendono a considerare ogni licenziamento come un fatto a sé, un singolo caso isolato dagli altri o comunque risolvibile in modo indipendente dagli altri e dal contesto politico generale. L’esperienza concreta dimostra che
– per quanto riguarda il limitarsi alle vie legali, esiste più di un caso in cui il Tribunale ha riconosciuto l’illegittimità del licenziamento, ha disposto il reintegro, ma il padrone impedisce al lavoratore di rientrare in azienda. Senza contare che l’esperienza degli operai della FCA di Pomigliano è un monito per tutti: il Tribunale è un’istituzione della classe dominante, è ingenuo confidare nel fatto che “la legge uguale per tutti”;
– per quanto riguarda il dedicarsi alla “lotta dura”, esistono moltissimi casi in cui si è dimostrata insufficiente, cioè non porta al reintegro e alla lunga (la sua durata dipende dal se e quanto e come le organizzazioni sindacali la supportano e la sostengono, altrimenti dura il tempo dei proclami) si esaurisce e lascia disgregazione e rassegnazione.
Infine, non ha alcun senso affermare che “finora i licenziamenti si sono affrontati così”, perché la crisi economica, la crisi politica e la loro combinazione hanno creato una situazione, quella odierna, in cui è decisivo trovare soluzioni nuove ai problemi e alle contraddizioni, elaborare linee che tengano conto della crescente necessità di sottomettere e reprimere operai e masse popolari da parte della classe dominante e della necessità dei lavoratori di imparare a far valere tutta la loro forza.

L’esperienza della mobilitazione per il reintegro di Luciano Pasetti. Luciano Pasetti, delegato SGB al GS Carrefour di via Famagosta a Milano e militante del P.CARC (vedi Resistenza n. 5/2018) è stato licenziato il 9 aprile con un pretesto a causa della sua attività sindacale. Sperimentare un approccio che superi sia l’impostazione esclusivamente legale che anche l’impostazione esclusivamente rivendicativa, in favore della combinazione delle due con una mobilitazione politica, pone la questione di dover imparare a dirigere una mobilitazione “di tipo nuovo” contro i licenziamenti. Con questa premessa è chiaro che l’esito della battaglia è, anche in questo caso come in tutti i casi, incerto. L’esperienza della lotta per il reintegro di Luciano è però molto utile come spunto e stimolo per affrontare la lotta contro i licenziamenti politici per ciò che è, appunto una questione politica.

“Il 17 di luglio il Tribunale di Milano ha fissato la data della prima udienza del processo per il reintegro di Luciano. Si apre così un ulteriore fronte di lotta, dopo che per tutta una prima fase la mobilitazione è stata sul piano della lotta rivendicativa (presidi, picchetti e blocchi delle merci) e sul piano della promozione di un ampio fronte a sostegno del reintegro (raccolte più di 1000 firme, sottoscrizioni per la cassa di resistenza – per contribuire fare un versamento sulla Postepay n. 4023600904949817 intestata a Luciano Pasetti – ndr), unendo la sua vertenza a quella degli altri 3 delegati nella Grande Distribuzione Organizzata licenziati nel milanese (un’altra da Carreforur e due da IKEA). Nell’ultimo mese abbiamo avviato un intervento sui Consigli di Municipio, sul Consiglio Comunale e la Giunta di Milano e sul Consiglio Regionale della Lombardia affinché si esprimessero contro i licenziamenti politici nella Grande Distribuzione e prendessero posizione per la reintroduzione dell’articolo 18. E’ un terreno “ostico”, in cui decenni di completa sottomissione delle amministrazioni locali ai governi centrali si fanno sentire (interessamento, costernazione, solidarietà umana, parole…), ma le contraddizioni provocate dai sommovimenti politici aprono spiragli per un intervento più deciso. Un primo risultato è stato l’impegno del gruppo consiliare in Regione e in Comune del M5S di partecipare in veste politica ai presidi in occasione delle udienze del processo, un secondo risultato è stata la mobilitazione del Capogruppo in Regione del M5S, Dario Violi, di intercedere con il MISE per aprire un canale di confronto. Cose di poco conto, se prese da sole: anche rivolgersi alle istituzioni, se considerata come unica forma di mobilitazione, è del tutto insufficiente. Dobbiamo invece combinarla alle vie legali e alla mobilitazione di tipo rivendicativo per legare l’obiettivo contingente, il reintegro di Luciano, all’obiettivo di prospettiva: costruire un nucleo di operai che assume in prima persona la lotta contro i licenziamenti, che “si occupa dell’azienda ed esce dall’azienda”, che ha le radici nel contesto e nella città in cui opera, ma ha un ruolo nella mobilitazione nel resto del paese. Questo, in definitiva, è l’obiettivo principale, perseguendo il quale contribuiamo a rafforzare la lotta contro ogni singolo licenziamento. (…) La lotta per il reintegro di Luciano è strettamente legata alla questione di chi deve governare questo paese, come e negli interessi di chi” – un compagno della Federazione Lombardia del P.CARC.

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