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Un contributo al bilancio di Potere al Popolo

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Aprile 4, 2018
in Resistenza n. 4/2018
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Su Resistenza n. 1/2018 abbiamo trattato di Potere al Popolo (PaP), delle basi su cui è nata la lista e delle prospettive di quel progetto i cui promotori, con l’assemblea del 18 marzo scorso al teatro Italia di Roma, rilanciano oltre le scadenze elettorali. Durante la campagna elettorale, in molte città abbiamo collaborato in svariate iniziative e nelle liste di PaP erano candidati operai, compagni e compagne che si sono effettivamente distinti per il ruolo assunto al di là delle logiche elettoralistiche, motivo per cui abbiamo dato indicazione di voto (anche) per loro.

A elezioni concluse, il risultato di PaP (l’1%) conferma due principi che già avevamo trattato alla vigilia della campagna elettorale:

  1. non siamo più nella fase in cui i proletari e gli altri lavoratori si trovavano in Europa e negli USA nella seconda metà dell’Ottocento, in cui l’obiettivo del movimento comunista era portare in massa il proletariato a praticare, oltre alla lotta economica, la lotta politica partecipando alle elezioni borghesi sotto l’insegna di un proprio partito. Quel compito fu storicamente assolto dai partiti della Seconda Internazionale. Oggi siamo in una fase in cui, nei paesi imperialisti, “una gran parte delle masse popolari non va più neanche a votare e tra quelli che ancora votano, pochi votano per i partiti riformisti. La falce e il martello è ancora nel cuore di molti, ma i partiti che cercano voti brandendo la falce e il martello ne raccolgono ben pochi” (Comunicato del (nuovo)PCI 13/2017 del 12 dicembre 2017);
  2. l’elettoralismo, cioè l’infondata fiducia, l’illusione, che attraverso la partecipazione alla lotta politica borghese si possa cambiare il corso delle cose, è una tara che ostacola il legame con le masse popolari organizzate, alimenta la concorrenza tra gruppi e partiti che sul fare “la sponda politica nelle istituzioni” concentrano la vera ragione della loro esistenza; chi lo promuove e lo pratica finisce per ridursi a partecipare in posizione subalterna alle trite e ritrite pantomime del teatrino della politica borghese: le promesse del “quando saremo eletti” e le speranze del “se saremo eletti”.

Le questioni che si pongono per la parte più sana e avanzata di coloro che hanno promosso e partecipato a PaP (siano essi del PRC, dell’ex OPG, del PCI o della Rete dei Comunisti… non è una questione di sigle, ma di concezioni e prospettive) sono di due tipi: cosa hanno imparato dall’esperienza; come mettono a frutto quello che hanno imparato.

All’assemblea del 18 marzo a Roma hanno partecipato più di mille persone e questo è già di per se la dimostrazione che la spinta a guardare avanti, oltre la scadenza elettorale, è forte; numerosi interventi ne sono stati ulteriore testimonianza. Non emerge chiaramente, però, quanto dall’esperienza elettorale la parte più avanzata dei promotori di PaP tragga che “il partito delle lotte”, “la sponda politica dei movimenti”, sia una strada superata dalla storia, una strada che ha avuto un qualche senso quando attraverso lotte e mobilitazioni la classe operaia e le masse popolari riuscivano a conquistare migliori condizioni di vita (il periodo del capitalismo dal volto umano), una strada sopravvissuta all’inizio della seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale fintanto che la sinistra borghese ha avuto un qualche ruolo accordatogli dai vertici della Repubblica Pontificia, ma una strada che oggi è storicamente superata, un vicolo cieco che conduce chi lo persegue alla marginalità e all’impotenza.

Ragioniamo dunque sul ruolo che PaP può e deve avere per uscire dalla marginalità nel teatrino della politica borghese a cui conduce l’elettoralismo. Le forze più sane che compongono PaP sono effettivamente legate strettamente, promotrici o protagoniste, di una parte significativa delle mobilitazioni popolari di questi anni; arroccarsi “all’opposizione di qualunque governo” significa precludersi la possibilità di contribuire ad assestare il colpo più doloroso ai vertici della Repubblica Pontificia a opera di quegli stessi movimenti popolari di cui i promotori di PaP pretendono di essere rappresentanti. Per andare a fondo nel ragionamento è decisivo discutere più apertamente su

– come usare il risultato della mobilitazione sviluppata per rafforzare l’organizzazione e la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari autonome dalle organizzazioni sindacali e politiche legati alle Larghe Intese;

– come valorizzare tra le masse popolari la fiducia che è possibile organizzarsi per invertire il corso disastroso delle cose e pensare di costringere i vertici della Repubblica Pontificia ad assecondare le rivendicazioni delle masse popolari attraverso proteste e lotte rivendicative è illusorio. Le lotte rivendicative hanno effettivamente ottenuto risultati al tempo del capitalismo dal volto umano (anni 60 e 70 del secolo scorso), ma le condizioni erano molto diverse da oggi: 1. la presenza di un forte movimento comunista e del campo dei primi paesi socialisti alimentava nei padroni il “terrore rosso” ed essi concedevano per paura che la rivoluzione socialista si propagasse, 2. il capitalismo era in fase di ripresa e macinava profitti ed era fisiologico che cedesse a concessioni, 3. il movimento popolare era vasto e radicale e lo scontro di classe diretto dal movimento comunista era aperto e dispiegato. Anche oggi le lotte rivendicative possono occasionalmente, temporaneamente e in modo circoscritto ottenere alcuni risultati, ma non sono la strada per invertire il corso delle cose. Per avere un governo che “sgomita per affermare gli interessi delle masse popolari”, è necessario che le masse popolari si organizzino e si mobilitino per costruirlo esse stesse, per imporlo ai vertici della Repubblica Pontificia (la triste fine del governo Tsipras in Grecia ne è dimostrazione). Un passo in questa direzione, ma solo un passo, è promuovere la costruzione di un ampio fronte contro le Larghe intese e la mobilitazione contro il ribaltamento dell’esito delle elezioni del 4 marzo, superando infantili contrapposizioni e spirito di concorrenza con il M5S che, più che essere attestato di spirito rivoluzionario e incorruttibilità ideologica, sono manifestazione di irresponsabilità, attendismo, disfattismo.

Le lotte di cui la classe operaia e le masse popolari sono protagoniste, per svilupparsi, non hanno bisogno della sponda politica nel parlamento borghese o del partito che ne è grande organizzatore, ma del movimento che sviluppa fiducia, organizzazione, attività pratiche e che le porta a essere la spinta alla conquista del governo che affronta da subito, attraverso la loro mobilitazione, gli effetti più gravi della crisi. Hanno bisogno che i comunisti elevino il livello della loro capacità di promuovere la lotta politica rivoluzionaria per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

Sulle caratteristiche e sulla natura del partito che serve per fare la rivoluzione socialista rimandiamo a un esaustivo comunicato che il (nuovo)PCI ha emesso il 27 settembre 2017 per celebrare il Centenario della Rivoluzione d’Ottobre (1917, centenario della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre, la svolta nella storia dell’umanità), rilanciamo con i compagni e le compagne di PaP il confronto e il dibattito, ma li chiamiamo a contribuire da subito alla costruzione del fronte contro le larghe intese, senza nascondersi dietro flebili giustificazioni per lo scarso risultato elettorale e senza alimentare illusioni sulla “lunga marcia nelle istituzioni” come strada per cambiare il corso delle cose.

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