Trasmettiamo il comunicato della Federazione Lazio del P. CARC che chiama alla mobilitazione in solidarietà a Chiara De Marchis. La compagna è stata accusata di aver violato le prescrizioni della Questura di Frosinone in occasione della manifestazione “Napolitano non è il mio Presidente”.

Riportiamo anche il comunicato steso in occasione delle prime udienze che riporta i fatti accaduti nel 2014 e il comunicato della Federazione Lombardia del P. CARC sul processo, appena concluso, che ha coinvolto Stefania, donna comunista e lavoratrice che si è opposta alla propaganda antiabortista davanti ad un ospedale milanese. Molti sono i processi che vedono imputati singole compagne e singoli compagni del Partito dei CARC, rei di opporsi allo sfacelo in cui la classe dominante conduce il paese, colpevoli di manifestare contro gli abusi dei padroni e dei loro lacchè.

Invitiamo tutti i comunisti, tutti i sinceri democratici, i progressisti, tutti coloro (singoli e organismi) che oggi lottano contro il catastrofico corso delle cose a solidarizzare con chi lotta per costruire una nuova società.

Invitiamo chiunque a sostenere le spese legali di Chiara, inviando un contributo economico alle seguenti coordinate:

          Postepay n. 4023600650963897 intestata a Chiara De Marchis

La solidarietà è un arma!

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Lunedì 8 gennaio 2018 alle ore 9,00 presso il Tribunale di Cassino (FR), si terrà l’udienza per il processo contro Chiara De Marchis (Federazione Lazio PCARC), per “uso non autorizzato del megafono” durante la manifestazione del 15 marzo 2014 “Napolitano non è il mio Presidente”. L’imputazione è quella di aver violato le prescrizioni della Questura di Frosinone, che imponevano il divieto di usare “mezzi di diffusione sonora” durante la manifestazione, una “pratica” di cui ormai questori e forze dell’ordine abusano sempre di più per soffocare e reprimere il dissenso,  per distogliere e allontanare  le masse popolari dalla lotta politica, intimidendole con procedimenti penali o vessandole con sanzioni pecuniarie.

Questo processo è infatti un esempio di come le autorità usano la legge per eliminare diritti (dalla casa all’acqua, dal diritto di sciopero a quello di manifestazione e di espressione). 

Proprio per questo, affrontiamo anche questo processo come parte della battaglia che quotidianamente impegna la parte più sana e avanzata del nostro paese, nell’applicazione delle parti progressiste della Costituzione, anche quando questo significa violare la legalità borghese (disapplicare il Job’sAct e il resto delle riforme eversive della Costituzione varate dal governo Renzi, disobbedire alle leggi ingiuste, organizzarsi e mobilitarsi per impedire licenziamenti e lo smantellamento delle aziende).

Proprio per questo facciamo appello ai compagni, ai sinceri democratici, ai progressisti di continuare a sostenere in ogni modo l’azione e l’agibilità dei comunisti e di tutti coloro che lottano per costruire nel nostro paese l’alternativa politica all’attuale classe dominante, che non può essere altro che la rivoluzione socialista.

Chiamiamo tutti a mobilitarsi,  partecipando al presidio di solidarietà con Chiara De Marchis, che si terrà lunedì 8 gennaio dalle ore 8,30 alle ore 13,30 a Piazza Labriola davanti al Tribunale di Cassino e contribuendo alle spese legali.

La solidarietà è un’arma! Usiamola contro i nemici di classe!

Prime  adesioni: Riscossa Popolare Cassino, Circolo PRC- Formia “Enzo Simeone”, Comuniste e Comunisti di Gaeta.

Solidarietà espressa da: Attuare la Costituzione

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Di seguito il comunicato relativo ai fatti del 2014

Ricordiamo infatti che quel giorno i movimenti della città di Cassino e del resto della provincia di Frosinone, scesero in piazza in centinaia, denunciando il ruolo politico di Giorgio Napolitano (quale servo della Troika, gran promotore delle misure di “lacrime e sangue” contro le masse popolari, della ripetuta violazione della Costituzione e smantellatore della democrazia nel nostro paese, oltre che implicato nella trattativa Stato-Mafia) e mettendo sulla piazza il volto reale della crisi del capitalismo e dei suoi effetti sugli operai, i lavoratori, i giovani del paese e del territorio (oltre l’immagine patinata della parata di regime svoltasi quel giorno a Cassino). 
A quasi 4 anni di distanza, continuiamo a portare avanti questa battaglia perché rientra a pieno titolo nella lotta più generale per la difesa dei diritti Costituzionali, lotta che il 4 dicembre 2016 ha dato un sonoro schiaffone al governo Renzi-Napolitano, dimostrando su scala nazionale che la Costituzione non va cambiata, ma applicata nelle sue parti progressiste e democratiche, anche quando questo significa violare la legalità della classe dominante.
Di quale legalità parliamo?
– Di quella che sta smantellando il CCLN dei metalmeccanici in favore dei contratti aziendali: una misura che non solo fa regredire l’unità di classe, ma peggiora le condizioni lavorative degli operai e prepara l’attacco ai lavoratori e dipendenti pubblici (la grancassa sugli assenteisti è il cavallo di battaglia per sfondare anche su questo terreno);
– Di quella che con il Job’sAct ha legalizzato lo sfruttamento lavorativo, il lavoro nero (con i vaucher), il licenziamento dopo i tre anni di lavoro sottopagato e senza costi per l’azienda;
– Dei progetti come Garanzia Giovani, Alternanza Scuola-Lavoro cui sono sottoposti migliaia di giovani del nostro paese (spesso con grandi qualifiche, anni di studio sulle spalle) ma nella maggior parte dei casi “futuri licenziati”;
– Del trattamento riservato agli immigrati (il principale terreno su cui oggi viene promossa la mobilitazione reazionaria e la guerra tra poveri), alle donne, agli anziani, ai giovani: tutti esuberi di una società fatta dove spadroneggiano ricchi, mafiosi, cardinali e padroni di ogni sorta, tutelati dalle forze dell’ordine;
Tutto questo avviene in un momento in cui nel nostro paese si muore di freddo e di calamità naturali, per la scarsa manutenzione delle strade e dei territori, per l’ambiente insalubre e nocivo, per depressione dovuta al peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. Un complesso di “effetti” delle grandi riforme varate dal governo Renzi.

Anche nel territorio Cassinate,  gli effetti di questa situazione sono evidenti:

– gli “esuberi” alla FCA di Piedimonte S.Germano fanno il paio con le “deportazioni” che nel corso del 2017 sono state imposte agli operai di Pomigliano, basate sul ricatto (o ti sposti o non lavori più) e mostrano bene la politica dei Marchionne: spremere il più possibile i lavoratori e metterli uno contro l’altro (precari contro stabili, ma anche tra stabilimento e stabilimento);

– la chiusura, annunciata via sms, dell’Ideal Standard di Roccasecca (nonostante sia in attivo) e il relativo licenziamento di centinaia di operai (compreso l’indotto)

– il trattamento riservato agli immigrati e le speculazioni quotidiane sulla loro pelle, l’emergenza abitativa che costringe diverse famiglie con figli piccoli e anziani a stare in case senza luce, gas e acqua perché “sono finiti i finanziamenti”, mostra bene il volto reale di una amministrazione comunale che riflette pienamente la classe politica dominante, di non avere interesse e intenzione a governare e a risolvere le principali emergenze del territorio, a partire dalla casa e il lavoro. 


Il processo in corso, così come i quotidiani tentativi di repressione verso quanti si organizzano e lottano contro i responsabili dell’attuale disastro economico e sociale, fanno parte di un disegno ben preciso che mira ad eliminare quel che resta dei diritti democratici conquistati nel nostro paese. 

Oltre alle identificazioni, ai fermi, alle perquisizioni, ecc., le autorità ricorrono sempre più frequentemente alle “prescrizioni” e in nome del mantenimento dell’ordine pubblico, tentano in mille modi di dissuadere le masse popolari ad organizzarsi e mobilitarsi (ne sono esempio anche le zone interdette ai cortei, in particolare nelle grandi città).

Ricordiamo che la legge che gli sceriffi del XXI secolo (prefetti, questori e polizia politica) usano contro le masse popolari è un Regio Decreto del 1931 (n.773) , in base al quale il Questore o il Prefetto diventa la massima autorità di riferimento, esautorando quella locale. Ma non è solo con gli atti di forza (minacce e distintivi) che la classe dominante rende difficile e ostacola l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari: per poter svolgere tanto una manifestazione quanto un banchetto di propaganda, per l’uso una piazza quanto di un metro al mercato rionale, bisogna affrontare un imponente iter burocratico che in molti casi arriva anche al pagamento di tasse e balzelli vari. 
E’ questo quanto denunceremo l’ 8 febbraio nell’aula di tribunale ed è su questo che ci mobiliteremo per organizzare la giusta e dovuta resistenza al corso delle cose!


Oggi difendere la Costituzione significa organizzarsi e mobilitarsi per applicarla, facendo valere il principio che è legittimo tutto ciò che corrisponde agli interessi delle masse popolari, anche se illegale dal punto di vista della legge borghese. Vale in casi come questo e in tutti quei casi in cui le autorità usano la legge per eliminare diritti (dalla casa all’acqua, dal diritto di sciopero a quello di manifestazione e di espressione). 
L’unica strada possibile è una: rifiutarsi di rispettare leggi e regole ingiuste e antipopolari, denunciare sistematicamente i soprusi (grandi e piccoli) quotidiani, organizzare e mobilitare attorno alla violazione di provvedimenti che minano e ledono i diritti delle masse popolari è concretamente un modo per passare dalla difesa all’attacco. 
Sono atti che portano in sé e mettono in evidenza il principio che se si passa dalla difesa all’attacco, sono le autorità borghesi a doversi mettere sulla difensiva. La forza di ogni atto di insubordinazione sta nel fatto che è reso possibile e si avvale della vasta complicità e mobilitazione delle masse popolari, che trasforma l’insubordinazione individuale in atto politico, in linea di prospettiva, in organizzazione popolare.

La solidarietà è un arma! Usiamola contro i nemici di classe!

Che nessun compagno sia lasciato solo davanti alla repressione!

Per info: 324-6903434- fedlaziopcarc@rocketmail.com

Federazione Lazio- PCARC 
fedlaziopcarc@rocketmail.com
FB: Partito dei Carc-Federazione Lazio- Carc Cassino

 

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PCARC – Federazione Lombardia: Comunicato sull’ultima udienza del processo a Stefania e alla legge 194

 

Milano, 3 gennaio 2018

A proposito della sentenza

Venerdì 22 dicembre 2017 si è tenuta l’ultima udienza del processo di I grado a Stefania Favoino per aver “molestato” un presidio di antiabortisti che il 4 maggio “pregavano” fuori dalla clinica Mangiagalli contro la legge 194 (definita strage di stato) e contro le donne peccatrici che scelgono l’interruzione volontaria della gravidanza.

Il giudice Paola Bulgarelli ha emesso la sua sentenza: assoluzione per Cristinelli, l’antiabortista che ha dato un pugno in faccia a Stefania, perché di fatto nessuno ha testimoniato a favore di Stefania, tra antiabortisti e digos… non che ci aspettassimo qualcosa di diverso, anzi è emersa chiaramente la collaborazione tra le forze dell’ordine e i gruppi di antiabortisti: vedi la denuncia del (nuovo)PCI.

Per quanto riguarda Stefania: la compagna rischiava fino a sei mesi di reclusione oltre a una sanzione amministrativa di 600 euro. La mobilitazione messa in campo prima del processo soprattutto attraverso la richiesta di prese di posizione in solidarietà con chi applica la Costituzione, ha fatto sì che il PM Polerà “abbassasse la cresta”, chiedendo solo una condanna amministrativa di 600 euro e suggerendo al nostro avvocato di richiedere una sorta di patteggiamento, e il giudice Bulgarelli diminuisse ulteriormente la sanzione a 150 euro. Le motivazioni della sentenza però non sono state lette in aula e ulteriori informazioni vi arriveranno non appena saranno depositate.

 

Alcuni primi elementi di bilancio: impariamo a lottare contro la repressione affrontandola

Questo processo non è il primo che affrontiamo e non sarà nemmeno l’ultimo: è sotto gli occhi di tutti come oggi la borghesia, con il suo apparato giudiziario e repressivo, perseguita e condanna in maniera sempre più dispiegata chi non abbassa la testa, chi si mobilita per difendere i diritti conquistati con anni di dure lotte, chi si organizza per applicare dal basso le parti progressiste della Costituzione e per costruire una nuova società e uscire cosi’ dal marasma in cui la borghesia con il suo sistema di oppressione e sfruttamento ci ha cacciati, l’unica società possibile e necessaria: il socialismo. Dai provvedimenti disciplinari contro le operaie della FCA di Pomigliano e dell’Electrolux che hanno osato scioperare l’8 Marzo scorso per i diritti delle donne, ai continui fermi e condanne ai NO TAV che lottano per difendere il loro territorio; dai reparti confino in FCA contro gli operai combattivi, alla denuncia dell’autunno scorso contro chi ha espresso con delle scritte solidarietà fuori dal Tribunale di Torino contro l’infame sentenza che ha assolto l’uomo (perché lei non ha urlato abbastanza!) che ha violentato la sua collega di lavoro; dall’apertura di un processo contro le compagne che all’Aquila saranno processate il prossimo 22 gennaio, “colpevoli” di aver diffamato l’avvocato che ha difeso un ex militare stupratore, al maxi processo agli 86 studenti e compagni di Firenze che hanno portato avanti le lotte antifasciste, in difesa del diritto allo studio e per la casa. Tutto ciò avviene mentre i dirigenti della Thyssen Krupp non si sono fatti nemmeno un giorno di carcere nonostante siano stati giudicati colpevoli della morte di ben sette operai bruciati vivi… perché tanto quello stabilimento doveva chiudere e la sicurezza e la vita degli operai per la borghesia non valgono nulla.

 

E’ fondamentale imparare dall’esperienza, dalle vittorie e dagli errori, per avanzare con più determinazione e coscienza. Ecco alcuni elementi di bilancio, insegnamenti e conferme che abbiamo tratto da questa esperienza:

1. l’applicazione della parte progressista della Costituzione deve partire dal basso e se facciamo di ogni lotta un problema di ordine pubblico: questo è una primo insegnamento che viene da lontano. Infatti, come già scritto precedentemente, dopo i fatti del 4 maggio 2013, gli antiabortisti non si sono più presentati fuori dalla Mangiagalli con i loro presidi infamanti e degradanti per tutte le donne delle masse popolari. Questa e’ stata una prima importante vittoria. Numerosi erano stati i presidi e i contro presidi che si erano svolti, ma solo in seguito a quello “incriminato”, cioè quando Stefania ha applicato la legge, ha tolto i cartelli degli antiabortisti posizionati all’ingresso della clinica, prendendosi un cazzotto in faccia e facendolo diventare un problema di ordine pubblico, i loro presidi non si sono più svolti. Da quella vicenda ricaviamo anche un secondo insegnamento: le leggi a favore delle masse popolari oggi vengono smantellate e le stesse forze dell’ordine (quelle che quando le chiami per denunciare la violenza di mariti contro le loro mogli o i loro figli ti dicono che non possono fare nulla perché non c’è flagranza di reato), i governi attuali e passati, i padroni e il loro clero non muovono un dito per farle rispettare. Nel nostro caso infatti, ne’ la dirigenza dell’ospedale, ne’ la questura, ne’ le istituzioni locali hanno fatto nulla per impedire che antiabortisti (spesso a braccetto con i gruppi neofascisti) occupassero i nostri ospedali con le loro preghiere e insulti alle donne, anzi hanno legittimato il carrierismo nelle cliniche pubbliche e private per obiettori e loro associati con finanziamenti e ruoli di potere;

2. i vertici della repubblica Pontificia non si calpestano i piedi tra loro a meno che non ci sia un’importante mobilitazione di massa che li porta a schierarsi a favore degli interessi delle masse popolari. Questo processo non è stato solo un processo per fatterelli comuni (un cazzotto o un’ingiuria), ma un processo dove sul banco degli imputati c’erano da una parte gli interessi delle masse popolari, la difesa delle parti progressiste della Costituzione, gli uomini e le donne comuniste e progressiste che si battono per costruire una società basata sulla solidarietà, l’uguaglianza e la reale giustizia; dall’altra i gruppi che la borghesia difende e finanza per promuovere la mobilitazione reazionaria, il sistema Formigoni-Maroni e di Comunione e Liberazione che il Vaticano ha promosso nella regione Lombardia e in tutto il paese.

3. Sono le masse popolari che fanno la storia. E’ un principio che quando l’abbiamo applicato ha sortito i suoi effetti: il controllo in aula e la pressione sul PM Polerà e’ stato un deterrente per non accanirsi contro Stefania come aveva fatto a inizio processo, sempre la presenza in aula ma sopratutto la pressione e la solidarietà che le masse popolari hanno espresso a Stefania hanno fatto si che la Bulgarelli abbassasse la pena senza reclusione e riducendola di molto rispetto a quella richiesta dal PM.

Certamente potevamo fare di più. Le nostre difficoltà sono stata di due tipi:

– non essere riusciti a raccogliere la solidarietà soprattutto delle donne delle masse popolari organizzate nei movimenti e nelle associazioni che difendono la legge 194 e i diritti delle donne e che quest’anno in particolare hanno organizzato importanti mobilitazioni come lo sciopero dell’8 Marzo e del 25 Novembre sotto la sigla di Non Una di Meno. Tranne alcune singole, non c’è stata una netta presa di posizione a favore di Stefania che ha subito una violenza da parte di un antiabortista proprio perché stava difendendo la legge 194;

– non aver osato promuovere la solidarietà tra le personalità pubbliche progressiste e solidali, dalla sinistra clericale, agli esponenti della società civile che sono conosciuti e hanno una visibilità che i proletari non hanno, ma anche “opportunisticamente” alcuni gruppi legati alla borghesia (ad esempio mobilitando alcuni consiglieri regionali del PD o del M5S per fare interpellanze e mozioni nelle istituzioni borghesi).

 

La nostra lotta continua… perché è la lotta di tutte e tutti!

La lotta per far fronte agli attacchi repressivi è un terreno su cui ci siamo cimentati per estenderlo, renderlo collettivo e legarlo alle altre lotte in corso. Ma non e’ l’unico: altro ambito di mobilitazione necessario su cui ampi strati delle masse popolari soprattutto femminili sono mobilitate e’ quello in difesa della legge 194 e contro la violenza.

Il processo infatti è stato uno strumento che ci ha portato a conoscere giovani, donne, lavoratori che sono sensibili a questo tema, che si sono interessati costruendo iniziative, raccogliendo le firme all’appello che abbiamo promosso in solidarietà a Stefania, facendoci sottoscrizioni per la campagna, partecipando ad alcune udienze del processo.

La lotta che abbiamo avviato con questo processo continuerà non solo per difendere Stefania da una condanna ingiusta, ma per avanzare nell’applicazione dei diritti sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza partigiana e per porre fine una volta per tutte a questo sistema di oppressione e violenza verso le masse popolari, di cui il Vaticano e la borghesia con le sue organizzazioni criminali sono alla testa.

Vi aspettiamo il 3 febbraio all’iniziativa pubblica (il luogo è ancora da definire) in cui ragioneremo sul rilancio della lotta avviata con il processo.

 

Solidarietà a Stefania: se toccano una toccano tutte!

La solidarietà e’ un’arma: usiamola!

 

Fai una sottoscrizione per la campagna in solidarietà a Stefania e in difesa della legge 194 sul CCB intestato a Gemmi Renzo – IBAN: IT79 M030 6909 5511 0000 0003 018 (specificando come causale: solidarietà a Stefania) o tramite il seguente link (https://tinyurl.com/ycfa9tuu).

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