Cari compagni dell’Agenzia Stampa del Partito dei CARC, leggo su Il Fatto Quotidiano del 28 agosto un articolo scritto da una mia collega, un’insegnante di potenziamento.  

Per “quelli del mestiere”, questo “titolo” è diventato familiare dal A.S. 2016/17 ma per la maggior parte della gente, giustamente, è ancora sconosciuto: insomma, ok il “classico” insegnante di matematica, di italiano, di latino, di storia…ma di potenziamento!?! E’ una nuova materia? Assolutamente no.

Con la legge 107 del 2015 (la nota Buona Scuola) è stato approvato l’organico di Potenziamento, un organico che va ad aggiungersi a quello già esistente e che garantisce 48794 assunzioni in ruolo (cioè a tempo indeterminato) ma che, di fatto, mancando il numero di aspiranti, riguarda anche i precari. Fa parte, come gli insegnamenti curriculari e di sostegno, dell’organico dell’autonomia che dovrebbe contribuire alla realizzazione dell’offerta formativa della scuola (PTOF).

Ma cosa è il Potenziamento? Quando si riceve una convocazione per delle ore (come è successo a me) o per un’intera cattedra di potenziamento, non viene offerto un quadro delle ore settimanali e, nella maggior parte dei casi, neanche la specificazione dell’ambito lavorativo. Cerco di spiegarmi meglio: la segreteria di una scuola chiama l’aspirante limitandosi a comunicare il numero totale delle ore settimanali di potenziamento ma non specifica né quali ore né quali giorni perché, in realtà, a volte non ne è a conoscenza neanche lei.

Nella teoria gli insegnanti di potenziamento vengono scelti in base ai progetti che la scuola ha deciso di portare avanti o alle attività di recupero: per esempio le mie ore di potenziamento sono state sfruttate, in parte e per una parte dell’anno, nelle attività di recupero di latino e greco (essendo laureata in lettere classiche) o quelle di un mio collega, dottore in scienze politiche, nelle attività extrascolastiche riguardanti la legalità (accompagnare gli alunni a Cinisi, per esempio). Il resto delle ore e il resto dell’anno scolastico, gli insegnanti di potenziamento, nella pratica, vengono usati come tappabuchi per supplenze brevi: insomma, nella maggior parte dei casi, un insegnante di potenziamento passa il tempo in sala professori in attesa di una chiamata per sostituire un insegnante curricolare che si è assentato all’ultimo minuto.

Penserete “beato lui”! Beh, quell’insegnante di potenziamento ha studiato 4 o 5 anni all’università, ha dovuto preparare un concorso (TFA) e  affrontare un anno di prova (con relativi esami finali) dai quali è sopravvissuta solo un piccola percentuali degli aspiranti. Immaginate, perciò, la gratificazione del suddetto insegnante che ha voglia di fare e ama la sua materia nell’entrare in una qualsiasi classe e improvvisare una lezione nella confusione generale di studenti che “hanno un’ora di buco”; immaginate le ore trascorse in sala docenti in attesa di una supplenza o, nelle migliori delle ipotesi, del progetto o del recupero.

In più, come sottolinea la collega ne “il Fatto Quotidiano”, essere assunti per una cattedra di potenziamento alimenta l’odio verso gli altri insegnanti, anche quelli più sfortunati (i precari), che si trovano impegnati in una materia curricolare, quella magari per cui anche il “potenziatore” ha studiato e per la quale ha vinto e superato un concorso.

A peggiorare la condizione dell’insegnante di potenziamento è la scelta della sua convocazione, fatta direttamente dal Dirigente scolastico in base al tipo di scuola e ad offerta formativa (questo nella teoria perché, nella pratica, nessuno garantisce che la scelta sia giusta e oggettiva e non frutto di preferenze o conoscenze).

Insomma, gli insegnanti, di potenziamento e non, vorrebbero:

  • Insegnare quello per cui hanno studiato una vita;
  • Avere una situazione lavorativa stabile (sapere come e dove essere impegnati e non essere in balia del caso o dei tempi di progetti e di recuperi);
  • Avere la garanzia di essere stati assunti perché davvero si ha il diritto di ricoprire un certo ruolo, senza scavalcare nessuno o essere scavalcati.

La Buona Scuola non sta garantendo agli insegnanti (perché la situazione di uno è la potenziale situazione di tutti) di svolgere quello che spetta loro di diritto: il lavoro.

NB: cliccando qui trovate l’articolo on-line con l’accesso alla versione premium, oppure si può trovare sul Il Fatto Quotidiano cartaceo del 28 Agosto.

MM

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