Rilanciamo di seguito l’articolo pubblicato da www.napolimonitor.it, dal titolo “Terroni a Pontida, chi ci guadagna?” alla firma di Riccardo Rosa. L’articolo si presenta principalmente come un attacco a quanto organizzato il 22 aprile da vari organizzazioni popolari, politiche e sociali. Al di là di definizioni quali “pasquetta-bis” o “gag alla Casa Surace e Geppi Cucciari”, dallo scritto emergono spunti interessanti e alcuni elementi che è bene analizzare nel merito.

Nel documento si legge che i dati principali di un ipotetico bilancio di quanto tenutosi a Pontida siano due, il primo dei quali riguarda “l’individuazione di un “nemico numero uno” (cita Renzi, Salvini, Beppe Grillo o Massimo Boldi) come una tattica sfruttata al meglio dal sindaco di Napoli e il coordinamento DeMa, insieme al centro sociale Insurgencia e ad alcuni consiglieri comunali, per trarre vantaggio sia in termini elettorali che di immagine nazionale, “coprendo efficacemente le contraddizioni locali”.

Posto che a Pontida c’erano organismi e individui provenienti da tutta Italia (nessuna pasquetta terrona al nord), questo ragionamento mette insieme due aspetti che vengono descritti come contraddittori ma che in realtà non lo sono. La lotta contro il governo Renzi è lotta contro quel governo che più degli altri si è fatto garante degli interessi dei poteri forti nel nostro paese, così come la lotta contro Salvini rappresenta il contrasto alla mobilitazione reazionaria nel nostro paese composta da quei soggetti che si presentano come antisistema ma che nei fatti non solo sono integrati nel sistema borghese ma ne sono i cani da guardia più mordaci.

Chi oggi si pone in contrasto con i poteri forti, con i governi loro emanazione e con i cani da guardia che fanno gli antisistema con l’obiettivo di alimentare la guerra tra poveri, si inserisce nel solco della costruzione di un’alternativa nel nostro paese per far avanzare la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari. Le iniziative messe in campo a Napoli a marzo e a Pontida lo scorso 22 aprile vanno in questa direzione, nella direzione del rafforzamento delle masse popolari sulla via rivoluzionaria. Hanno rappresentato un messaggio positivo e di sfida verso i poteri forti e i loro guardiani. Non c’è contraddizione tra lo sfidare Renzi, Salvini o Massimo Boldi, non sono gli individui contro cui si lotta ma gli interessi di classe di cui rappresentano una sintesi, da ciò deriva il ruolo nella lotta di classe che ricoprono, non dalle idee, dalle intenzioni o da altri principi metafisici.

Allo stesso modo, Riccardo Rosa, parla di interessi elettorali dei promotori dell’iniziativa. La questione non è fare i duri e puri, gli antisistema o gli antielettoralisti (che spesso vuol dire essere elettoralisti di nascosto). La questione è comprendere, come anche l’autore dell’articolo chiede, a chi giovano determinate operazioni? L’articolo di Napoli Monitor è capace di porre una domanda giusta, alla quale però non dà risposta completa e argomentata. A chi ha giovato l’iniziativa di Pontida?

Mobilitare le masse popolari a una manifestazione come quella di Pontida ha significato esprimere contenuti di lotta al razzismo, alla xenofobia, alla speculazione dell’uomo sull’uomo (commercio di corpi e vite nel mediterraneo), portare in chiaro la contraddizione nord-sud sviluppandola in senso nazionale e non di becero localismo, portando anche le masse popolari che portano idee simil-meridionaliste o secessioniste (perchè normalmente presenti nel senso comune) a ragionare sotto un’altra prospettiva. Questo giova al paese, alla mobilitazione rivoluzionaria e al movimento di resistenza alla crisi delle masse popolari italiane, innanzitutto. Che poi qualche gruppo promotore, ne ricavi in termini elettorali è del tutto secondario, anzi se sono questi i temi e i contenuti che portano alle masse popolari tra i banchi istituzionali, che ben venga!

Il principio da promuovere tra le masse popolari, semmai, è la rottura della delega, smettere di rivendicare allo Stato questo o quel diritto e mettersi in campo collettivamente per prendere in mano quello che le autorità ufficiali lasciano cadere o distruggono. Le masse popolari potranno sviluppare il proprio protagonismo se organizzandosi e coordinandosi riusciranno a prendere parti del governo dei territori in mano, dal basso, applicando le parti progressiste della Costituzione, fino alla costituzione di un governo d’emergenza popolare da far ingoiare alla borghesia imperialista. In questo processo anche De Magistris insieme agli amministratori di rottura, a esponenti del mondo sindacale e anche ai personaggi del mondo della cultura e della società civile, devono avere un ruolo nel sostenere, dare gambe, forza e norma di legge a quello che il protagonismo delle masse popolari saprà esprimere.

Altrettanto interessante è il passaggio sulla “copertura delle reali contraddizioni locali a livello nazionale”. L’autore del pezzo, se è seriamente e sinceramente interessato agli interessi delle masse popolari e vuole fornire loro strumenti, ragionamenti e indicazioni concrete, farebbe bene a dire quali sono queste contraddizioni, chi cerca di nasconderle ed entrarvi nel merito. Affermare che c’è qualcuno che nasconde un’informazione o una questione alle masse popolari deve essere la premessa per affermare queste contraddizioni, portarle alla luce, diversamente si accusa un altro di nascondere qualcosa che a propria volta si decide di tacere. È, questo, un atteggiamento da preti, da Repubblica Pontificia, che va combattuto perchè rappresenta una concezione dannosa per le masse popolari, per l’avanzamento della lotta di classe e la costruzione del futuro del nostro paese.

Chi non fa questo o è in malafede o è vittima di una concorrenza ottusa con chi ha promosso la mobilitazione e la concorrenza non è altro che lo scimmiottamento del rapporto da bottegai: da un lato si fanno la guerra, dall’altro stringono patti e accordi in segreto. Non è questa l’unità che serve per cambiare lo stato di cose presente. Il modo giusto di dibattere è parlare di politica, delle condizioni e delle forme della lotta di classe in corso, di quali indicazioni e direzioni dare al movimento delle masse popolari e quali sono le mosse utili a trasformare radicalmente questo sistema politico ed economico (strategia e tattica); da qui discendono le azioni pratiche da svolgere in comune. Diversamente si fa opinionismo o guerra tra bande.

Invitiamo alla lettura del comunicato di adesione alla giornata di Pontida diffuso dalla Segreteria Federale Campania del Partito dei Carc, in cui sono contenuti sia gli aspetti di vicinanza, quelli di divergenza e quelli di proposta sul che fare qui ed ora per uscire dal marasma della crisi. Auspichiamo, quindi, che la redazione di Napoli Monitor si sforzi di offrire contributi al dibattito ideologico e sul “che fare”. Quest’ultimo è un dovere verso la storia e verso le masse popolari del nostro paese. Chi si sottrae non fa altro che rafforzare il campo nemico e seminare disfattismo.

Sarebbe quindi utile chiedere a Napoli Monitor: a chi giova questo articolo su Pontida? Quali sono le contraddizioni locali tenute nascoste? Chi le nasconde? E soprattutto quali sono le soluzioni che proponete? Qual è l’alternativa politica, economica e sociale che proponete al di là di quelle enunciate come “nuove rotte del pendolarismo interno alle frontiere del lavoro, le guerre tra gli ultimi, le minacce al patrimonio collettivo”?

Il Comunicato di adesione alla giornata del 22 a Pontida pubblicato dalla Segreteria Federale Campania del Partito dei Carc: https://www.facebook.com/notes/partito-dei-carc-federazione-campania/il-partito-dei-carc-aderisce-alla-giornata-dellorgoglio-antirazzista-migrante-e-/1384488768296728/

Di seguito l’articolo analizzato in alto, nella sua versione integrale

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Terroni a Pontida, chi ci guadagna?

Risultano piuttosto imbarazzanti le immagini di quella che è stata definita la Woodstock meridionalista, ovvero l’esodo a Pontida, roccaforte della Lega Nord, di circa quattromila tra napoletani, calabresi, pugliesi, siciliani, saliti al nord in risposta alla discesa a Napoli, qualche settimana fa, di Matteo Salvini.

L’idea di una giornata di “orgoglio sudista” nasce dalle polemiche che precedettero e seguirono il comizio del segretario della Lega, finite poi su tutti i quotidiani e i telegiornali nazionali, tra dichiarazioni di de Magistris, il tira e molla con la Mostra d’Oltremare (che sull’onda delle contestazioni aveva cercato di annullare l’evento), gli scontri in piazza con le forze dell’ordine.

Nella sua ideazione, esecuzione e promozione, la festa è sembrata una Pasquetta-bis fondata su parole d’ordine trasversali e genericamente buone per tutti, dall’“antirazzismo” alla “solidarietà”, oltre che sugli elementi chiave di un immaginario costruito attraverso l’utilizzo promozionale del termine “terrone” e della forza aggregativa di tamorre, vino rosso, nduja e casatielli, in un mix letale che sembra venire direttamente dalle ripetitive gag di Casa Surace o dai monologhi che non fanno ridere di Geppi Cucciari.

A volerla prendere un po’ più seriamente, emergono due dati, comunque già riscontrabili da tempo. Il primo è la possibilità di compattare gli animi e i voti attraverso l’individuazione di un “nemico numero uno”, che può cambiare di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche del momento: è stato Renzi, quando la questione calda era il commissariamento di Bagnoli; poi Salvini, ma domani potrebbe essere tanto Beppe Grillo quanto Massimo Boldi. Si tratta di una tattica sfruttata al meglio dal sindaco di Napoli (il coordinamento DeMa era tra gli organizzatori dell’evento, insieme al centro sociale Insurgencia e ai consiglieri comunali che fanno parte di entrambe le organizzazioni) e che in questi anni ha reso molto, sia in termini elettorali che di immagine nazionale, coprendo efficacemente le contraddizioni locali.

Il secondo è il consolidarsi di un’idea di meridionalismo estremamente povera di contenuti, che è piuttosto una macchina identitaria a buon mercato con motore già acceso, a disposizione di chiunque voglia utilizzarla, e che non a caso accomuna i gruppi e le personalità più diverse: dai magistrati ai centri sociali, dai neoborbonici ai comunisti, dal sindaco agli scrittori da bestseller, in uno spettro che va dal dannunziano Erri De Luca al giallista Maurizio De Giovanni, tutti pronti a cavalcare un mood fondato su un confuso orgoglio culturalista e un vittimismo che scarica su entità “altre” tutte le insufficienze e le incapacità. Una retorica elementare che propaganda città ribelli e accoglienti, a cui fanno da contraltare le indignazioni per i cartelli “Non si affitta ai napoletani” o per una qualsiasi sparata razzista della Lega o del governo di unità nazionale del dopo Berlusconi. Identità così semplicistiche da mortificare la profondità di analisi che richiederebbe oggi la questione meridionale, senza nemmeno andare a scomodare Fortunato, Gramsci o Cafiero.

Una miscellanea indigesta, che da un lato fa schiumare rabbia agli editorialisti dei grandi giornali, irritati più dal lessico pararivoluzionario che dalle evidenti contraddizioni interne, ma che dall’altro si tiene egualmente alla larga dalle questioni che dovrebbero occupare un movimento alternativo – dalle nuove rotte del pendolarismo interno alle frontiere del lavoro, dalle guerre tra gli ultimi alle minacce al patrimonio collettivo – tenendo pensiero e azione incollati alla realtà, piuttosto che al servizio delle scalate personali e delle schermaglie tra poteri.

(riccardo rosa)

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