Vi proponiamo una lettera scritta a una giovane studentessa che sta diventando comunista. Il motivo della scelta di pubblicarla risiede principalmente nella giusta trattazione delle difficoltà che la singola compagna vive e il legame tra questi problemi e quelli che vivono i giovani delle masse popolari del nostro Paese. Oggi la borghesia imperialista per mantenere il suo dominio investe molte delle energie nell’intossicazione dei cuori e delle menti delle masse popolari: qualsiasi mezzo è buono pur di allontanarli dalla lotta di classe.

Ma i fatti hanno la testa dura! La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale avanza e con essa si sgretola ogni istituzione e/o riferimento culturale che la borghesia impone.

La rinascita del movimento comunista dipende quindi dalla capacità dei comunisti di trovare la strada giusta per far scorrere l’acqua di un fiume che deve scendere, non può rimanere bloccata a lungo…

Cara compagna,

ti scrivo (…) per parlarti della “cesura” tra mondo reale e mondo virtuale, della tendenza a sostituire il secondo con il primo, una tendenza che non riguarda solo te ma la maggior parte delle masse popolari, in particolare i giovani.

Come saprai (da quanto hai studiato durate il corso sul Manifesto Programma) il regime di controrivoluzione preventiva è quello che si è affermato nei paesi imperialisti a partire dalla seconda guerra mondiale ed è stato messo in campo dalla borghesia per prevenire la rivoluzione, per prevenire, cioè, che le masse popolari si occupino d’altro, per deviare la loro esperienza quotidiana (nella quale sperimentano lo sfruttamento, la precarietà, il sentirsi esuberi in una società in cui, effettivamente, non servono) da uno sbocco che sarebbe naturale, spontaneo e cioè dalla lotta di classe.

Ognuno di noi percepisce la realtà con i sensi ma un proletario (come mio padre, tuo padre, il tuo compagno, come te) non ha nella sua mente la realtà della natura (intesa come società, come interazione con altri uomini) ma contenuti e stimoli decisi da altri, da appositi istituti della borghesia imperialista.

La mente di noi proletari è costantemente occupata da una mistificazione del mondo reale anziché da una riproduzione del mondo reale (…), una mistificazione che urta, ad ogni passo, con l’esperienza pratica con cui noi ci confrontiamo.

Questo scollamento è alla base del malessere delle masse popolari dei paesi imperialisti (nei paesi oppressi la situazione è ben differente: lì lo scontro con la realtà è duro e quotidiano) è quello che le rende fragili e disorganizzate.

Questo ragionamento attiene a quanto mi hai detto quando ci siamo viste, cioè alla tua difficoltà ad accettare quello che il Partito ti ha mostrato.

Ma in verità il Partito ti ha solo dato le lenti che ti servivano a vedere più nitidamente una realtà che esisteva ancora prima che tu ne prendessi coscienza (il mondo non gira intorno a noi, non aspetta certo che noi ci accorgiamo di lui, semmai è il contrario!) e, il fatto che tu non ne fossi cosciente non significa che essa non esisteva.

Basta che ti guardi intorno, che allarghi il raggio del tuo sguardo al di là di te stessa e lo proietti sulle persone che ami per comprendere la realtà dello sfruttamento e dell’oppressione.

Pensa al lavoro che fa il tuo compagno, a quello che fa tuo padre, costretto a stare lontano dalla famiglia…questo non è normale, compagna, né tanto meno giusto: non è vero che le cose ce le dobbiamo guadagnare, che dobbiamo sempre e costantemente sputare sangue: oggi le condizioni non sono come 50 anni fa, oggi è intollerabile che un uomo lavori dalle 8 alle 10 ore chissà dove, e torni a casa due giorni a settimana, oggi le condizioni di sviluppo delle forze produttive (in particolare l’apparato scientifico, tecnologico e meccanico) ci permettono di lavorare 4 ore ore al giorno, di darci un’organizzazione lavorativa che non preveda le privazioni a cui, ad esempio, la tua famiglia è costretta.

Quello che ti dico non è un’opinione, non sono le “belle ma irrealizzabili idee di una compagna del P-CARC” è prospettiva contenuta nelle strette maglie delle relazioni correnti, ancora pervertite dalla proprietà privata.

Sono sicura che se tu chiedessi e facessi ragionare tuo padre su com’è possibile organizzare la sua attività lavorativa nell’ottica di ridurre il tempo di lavoro saprebbe certamente darti una risposta (magari ci metterebbe un po’, magari sulle prime ti direbbe che non è possibile ma alla fine, facendolo ragionare sulla sua pratica, sulle sue necessità – stare con la famiglia riposarsi- un passo lo farebbe certamente nel ragionamento).

L’altra volta mi hai detto che una della tue difficoltà, sta nel concepire una società differente da questa: la mancanza di prospettiva è, effettivamente, un problema, nel senso che è un ingrediente che alimenta la rassegnazione e la tendenza all’accettazione passiva del corso delle cose, così come alimenta il desiderio di fuggire, di costruirsi improbabili nicchie.

La paura è un sentimento umano e nessuno ti condanna per questo, ma è tanto più forte quanto più sei immersa nel mondo virtuale (se ci pensi la paura è frutto dell’ignoranza cioè dell’ignorare le leggi che governano il mondo e quelle attraverso cui possiamo cambiarlo) e tanto più il mondo virtuale prende il sopravvento tanto più subisci quello reale.

Oggi noi proletari, soprattutto i giovani, subiamo i modelli della borghesia da una parte, ovvero quelli di giovani spensierati e rampanti, “in carriera” (cioè votati alla causa del profitto, questo vuol dire); dall’altra il mito del “capitalismo dal volto umano” cioè la speranza del posto fisso, della vecchiaia tranquilla…questo alimenta il nostro mondo ideale che inevitabilmente cozza con quello reale, cioè con il fatto che attualmente per un proletario migliorare la propria condizione di vita, elevare la sua condizione di classe è impossibile poiché è proprio la continua e perpetua spoliazione dei diritti delle masse popolari e il loro peggioramento di vita ad essere una delle misure che la classe dominante mette in campo per tenere in piedi il suo dominio.

Spesso mi sono trovata a parlare con miei ex colleghi universitari che si lamentavano (giustamente) di non riuscire a realizzare i loro progetti (dottorato, master, ecc.) di non riuscire a dare uno sbocco ai propri studi se non altamente precario (contratti di ricerca da tre mesi in tre mesi, piuttosto che dottorati senza borsa e via dicendo) questo genera, comprensibilmente, sfiducia e frustrazione in loro stessi, senso di inadeguatezza con cui, in una società altamente competitiva e individualista come la nostra, è difficile fare i conti conservando un minimo di serenità.

Ma perché questo sentimento di incapacità e inadeguatezza? Perché l’obiettivo che si sono posti non è reale, non è il loro compito storico e a dirlo non è il P-CARC ma il 44% di disoccupazione giovanile, il precariato imperante tra i giovani under 30, l’abuso di alcool, droghe, psicofarmaci a cui sempre più giovani delle masse popolari “si rivolgono”.

Quindi? “Molliamo tutto e andiamo a fare la rivoluzione?!” no certamente, come ti ho già scritto il Partito non chiede questo, il Partito chiede solo la disponibilità, a chi intende farlo (senza costrizioni!) a mettersi alla sua scuola (che non esclude il frequentarne di altre) per imparare come la società funziona e come possiamo trasformarla; questa è la grande opportunità che hai tra le mani.

Nel movimento comunista il pensiero acquisisce un’importanza che non ha mai avuto nella storia dell’umanità: diventare comunisti, cara compagna, prima che fare scelte “tragiche” significa, innanzitutto, imparare a pensare e così emancipare se stessi dal giogo delle illusioni che alimentano i nostri mondi virtuali, che ci fanno vivere fintamente le nostre vite; illusioni con cui, prima o poi, faremo i conti perché la crisi non ci aspetta.

Quando l’altra volta mi hai detto che intendi decidere da sola, senza essere in qualche modo influenzata, ti ho risposo che ciò non è possibile, pensare di poter essere “liberi” di scegliere per noi proletari che non esercitiamo alcun potere sociale attiene al non aver compreso o condividere pienamente che la società è divisa in classi e che, nell’ambito di tale divisione non sono le idee dell’individuo a contare ma il suo “potere sociale”.

Alla base cioè, c’è lo scontro, inevitabile, tra due grandi concezioni: quella comunista del mondo, per cui bisogna combattere la battaglia e da ciò verrà il bene per tutti e quindi anche per sé e i propri cari (le masse popolari dei paesi imperialisti, tutt’oggi, “godono” ancora di diritti per cui altri hanno lottato, su questo terreno s’inserisce la possibilità per te di studiare come per altri di studiare. Certamente ci sono i sacrifici, contingenti, di tuo padre, ma senza le lotte del passato sarebbe stato anche solo impensabile per un operaio mandare i propri figli all’università perché le università erano precluse a determinate classi. Pensa solo che fino al 1969, ad esempio, esse erano precluse a chi non avesse fatto il classico e secondo te chi è che andava al classico negli anni ’60?… è stato solo grazie a una grossa battaglia, una battaglia campale, che venne fatta una riforma che aboliva tali sbarramenti) e la concezione borghese del mondo, in cui ciascuno deve prima di tutto pensare alle cose sue e del resto occuparsi se e quando gli rimane tempo.

Lo scontro tra questi campi di pensiero genera tempeste nei nostri cuori e nelle nostre menti: è uno scontro che va al di là del fatto che ne siamo coscienti o meno perché è contenuto nel corso delle cose e sempre più le masse popolari se lo troveranno davanti.

S.F.

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