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“Fare di tutto per i miei figli” – Essere madri significa avere cento motivi in più per lottare e fare la rivoluzione

Compagno P by Compagno P
Luglio 2, 2016
in Resistenza n. 2/2014
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Nel movimento popolare contro gli effetti della crisi, le donne hanno un ruolo determinante: dove si organizzano diventano spesso il centro della mobilitazione, un punto di riferimento organizzativo, comunicativo, aggregativo. Sono protagoniste di tante lotte operaie, ambientali, sociali e culturali: dalla difesa dei posti di lavoro come le operaie della Jabil di Cassina de’ Pecchi (MI), le lavoratrici del San Raffaele di Milano, della Ginori di Sesto Fiorentino, della Sodexo di Pisa, della OMSA di Faenza, alla difesa della scuola pubblica e dei servizi per l’educazione nella prima infanzia, per il diritto alla casa, contro la violenza di genere e i continui attacchi del Vaticano e dei suoi burattini al diritto ad una maternità in sicurezza e consapevole e più in generale alla salute.

Non solo. Conosciamo bene la rabbia e la fermezza delle mamme che lottano per la tutela del proprio territorio, contro la devastazione ambientale: le mamme della Terra dei Fuochi, in Val di Susa, le mamme NO MUOS in Sicilia. O ancora la dignità e la forza delle mamme, delle sorelle o delle figlie dei “morti di stato”: Haidi Giuliani, Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti, Rosa Piro e Stefania Zuccari, che con coraggio e determinazione combattono dentro e fuori dai tribunali contro l’apparato repressivo dello Stato e le prove di fascismo.

E abbiamo inciso nel cuore e nella mente il ricordo delle nostre partigiane, che hanno lasciato famiglie e figli per combattere contro il nazi-fascismo, nella clandestinità, sulle montagne o nei GAP e nelle SAP in città. O le donne sovietiche e cinesi che diedero un contributo fondamentale alla costruzione delle prime società socialiste e aprirono la strada alle conquiste dei diritti delle masse popolari di tutto il mondo.

Sono tutti, tanti e diversi, esempi del fatto che le donne, quando si mobilitano, si trasformano in quella parte più determinata a dare battaglia e vincerla.

Donne e madri. Ognuno degli esempi che abbiamo fatto riguardano donne delle masse popolari, lavoratrici o casalinghe, persone per cui mobilitarsi, partecipare a una lotta, dirigere una lotta non è né semplice né scontato. Hanno dovuto fare fronte prima di tutto alla contraddizione fra il senso comune e la spinta al nuovo, alla lotta, all’emancipazione. Tante volte e in tante occasioni per ogni donna delle masse popolari il primo approccio all’attività politica e sociale è di diffidenza: “ho i figli e la famiglia a cui badare”, “non ho tempo”, ecc. Perché “la famiglia, i figli vengono prima di tutto”. E’ questo il primo e più diffuso ostacolo che ancora oggi limita la partecipazione delle donne, da protagoniste come possono essere e saranno alla lotta per costruire una società nuova.

In questo articolo trattiamo nello specifico della relazione che corre tra essere madri e assumere un ruolo attivo nella lotta politica. Sia perché è una questione importante a livello generale, sia perché tante compagne con cui abbiamo a che fare, lavoratrici, casalinghe e soprattutto madri, cercano una strada per contribuire alla causa del socialismo e abbiamo, da comunisti, la responsabilità di indicare un percorso. Non c’è emancipazione delle donne senza socialismo e non c’è socialismo senza emancipazione delle donne non sono due frasi fatte da buttare lì in qualche volantino.

La maternità è il più particolare dei rapporti affettivi, perché non è solo un rapporto affettivo. La maternità cambia la vita di una donna. Essere madri prima di tutto è un’esperienza concreta e materiale, fisica e psichica. E’ un’esperienza unica, di profondi cambiamenti, è una condizione anche emotiva che sviluppa determinate caratteristiche e sentimenti. Il “prestare” il proprio corpo affinché possa iniziare una nuova esistenza; sentire nel proprio corpo che un nuovo essere vivente si sta formando, cresce e si muove; vivere in simbiosi, sia durante la gestazione che durante l’allattamento, in un rapporto di intimità, per nutrire il proprio figlio, per farlo sopravvivere e crescere. E’ un rapporto viscerale che sviluppa e consolida abnegazione e dedizione, per proteggerlo; entusiasmo e slancio, per crescerlo ed educarlo. Protezione e crescita sono due aspetti opposti di una contraddizione che vive durante tutta la maternità, dal concepimento in avanti. Nei primissimi anni di vita prevale il primo, poi via via si deve sviluppare il secondo per crescere un individuo autonomo, indipendente dai genitori che non ha più bisogno di protezione. La crescita prevale al punto da negare la protezione, quindi anche il rapporto madre-figlio si evolve.

Nel cambiamento della relazione fra protezione e crescita ci sta da affrontare una questione morale (noi la chiamiamo di nuova morale): davvero il modo migliore per essere madre è chiudersi nei vincoli che il senso comune ha consolidato in centinaia, migliaia di anni? Si tratta di porre la cosa su due piani distinti e legati fra loro: il primo è dare seguito e traduzione a quel sentimento che spinge ogni madre a dire “per mio figlio farei qualunque cosa”. Il secondo è ragionare su quale sia il modo più avanzato (ma diciamo pure migliore) per educare i propri figli a partire da come si fa loro vivere il rapporto madre-figlio.

Partiamo da quest’ultimo: un figlio educato e cresciuto da una madre che aspira ad essere un’irreprensibile angelo del focolare, che dedica il grosso della sua intelligenza, capacità, tempo alla cura della famiglia in modo totalizzante, che pure magari ha sensi di colpa se non ossequia la concezione comune, consapevolmente o meno, nonostante tutto l’amore per il proprio figlio, nonostante i nobili sentimenti che può nutrire, è essa stessa un ingranaggio di un sistema vecchio, ingiusto, arretrato… feudale. In verità sempre meno donne aspirano a tramandare la cappa di oppressione, discriminazione, pregiudizio in cui sono vissute esse stesse (l’influenza della prima ondata della rivoluzione proletaria e la capacità di organizzazione del vecchio movimento comunista dentro e fuori il vecchio PCI e nelle organizzazioni di massa ha sedimentato in una certa misura aspirazioni e aspettative e ha consentito alle donne di fare le esperienze pratiche, storicamente determinanti, per maturare una concezione più avanzata!), ma l’influenza del senso comune e il fatto che la rinascita del movimento comunista è agli inizi, determinano quelle resistenze di cui parlavamo sopra.

Ma per completare il ragionamento dobbiamo trattare anche l’altro aspetto: cosa significa concretamente “farei tutto per mio foglio”? Lavorare di più per guadagnare più soldi (quindi anche poter dedicare meno tempo alla sua educazione)? Tirare la cinghia per non fargli mancare niente (quindi anche impostare un’esistenza individuale e famigliare da “economia di guerra”, senza però ammettere che la guerra c’è e si è deciso di non combatterla)? Cos’altro? L’atto d’amore incondizionato, in questo caso, è quello che combina il sentimento e la razionalità: possiamo lasciare ai nostri figli una bella casa, pulita e ordinata, in un quartiere, in una città, in un paese, in un mondo marcio, in decadenza e in rovina? Possiamo lasciare ai nostri figli la possibilità di frequentare la piscina o il corso di pianoforte, sapendo che vivono in una terra avvelenata che semina tumori e altre malattie? Possiamo permettere ai nostri figli che frequentano le scuole medie di comprare lo zaino firmato, non curando il fatto che la scuola che frequentano cade a pezzi, letteralmente? Fare di tutto per i propri figli è quello che già oggi spinge le donne e le madri in prima fila nelle battaglie per il lavoro, per la salute, per il diritto a vivere in una ambiente dignitoso, per la casa. Loro sono le apripista, coraggiose ed esemplari, di quello che le donne delle masse popolari possono e devono fare: mirare in alto per davvero, fare davvero il possibile, contare, poter decidere, poter governare. Devono voler governare il paese.

E’ ovvio e giusto che adesso qualcuno obietti “tutto bellissimo, ma i figli ci sono e chi se ne occupa intanto che io sono impegnata al presidio, alle riunioni, ecc.?”.

La risposta a questa obiezione rafforza il concetto e dimostra che l’emancipazione delle donne è un ambito specifico della lotta per il socialismo: si tratta di costruire le condizioni concrete affinché le donne e le madri possano partecipare da protagoniste, è una questione che non riguarda solo loro, ma il collettivo a cui appartengono, il partito, il comitato, l’associazione, il movimento… cioè riguarda tutti e a cui tutti devono contribuire per trovare soluzioni concrete.

Innanzitutto portare i propri figli con sé (dove e quando è possibile) è il modo migliore per sottrarli dalle grinfie di oratori, preti e suore e far vivere loro “quello che si fa” (vedi RE 11/12 – Lettera di un padre al figlio appena diventato padre). Poi concretamente ci sono altre strade che non escludono la prima, ma si combinano ad essa.

E’ una questione di mobilitazione e di organizzazione (che prevede anche una formazione e un lavoro di sensibilizzazione): coinvolgere familiari (a partire dai propri compagni di vita), amici, vicini, ecc. spiegando il perché abbiamo bisogno del loro aiuto, così da valorizzarli e trasformarli in sostenitori delle nostre lotte.

Promuovere uno specifico ambito di mobilitazione per contrastare tagli ai servizi e smantellamento di strutture (asili, ludoteche, centri ricreativi, ecc.) che sono stati la traduzione pratica delle conquiste delle masse popolari nei decenni passati. Oggi amministrazioni locali e governo stanno facendo tabula rasa (o li smantellano o li trasformano in merce).

Promuovere l’autorganizzazione di e con altri genitori (e associazioni che già operano in questo ambito) per costruire strutture e organismi popolari che si occupino dell’educazione dei nostri figli rendendoli partecipi e protagonisti della stessa costruzione (asili popolari, doposcuola, spazi di aggregazione, ecc.), contendendo anche così al Vaticano la direzione e la forte influenza che ha nel nostro paese sulle strutture che si occupano di istruzione.

Tutto questo è possibile e necessario. La rinascita del movimento comunista passa anche dalla capacità di aprire alla partecipazione, all’adesione, all’attivismo e alla formazione di quante oggi sono escluse, che il senso comune vuole escluse e che esse stesse si precludono se non valorizzano il percorso che tante donne stanno aprendo: dalle fabbriche alle periferie devastate e avvelenate.

La maternità è un’esperienza che spinge a non occuparsi solo di sé, crea dedizione e abnegazione ma anche forza e combattività per proteggere ma anche crescere i nostri figli. E’ una base importante da cui partire per elevarla e trasferirla verso l’intera collettività: non è possibile oggi trovare né soluzioni individuali né ritagliarsi la propria isola felice. L’esperienza pratica delle masse popolari spinge già in questa direzione, sta a noi comunisti raccoglierla, trasformarla e incanalarla nel fiume della rivoluzione.

carc

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