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Intervista a Carenza 503

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 28, 2026
in Festa della Riscossa Popolare 2026
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Dopo l’intervista a Frenk il Malfattore e Scarto, ancora una chiacchierata che anticipa la serata dell’1 agosto, questa volta con Carenza 503. anche in questo caso l’obiettivo è conoscere l’autore prima del concerto, “guardare” dietro le tracce, “scoprirne il mondo”. E anche dare qualche coordinata per ascoltare (alcuni) pezzi in anteprima.

Come leggerete, Carenza 503 si ascolta soprattutto dal vivo. Ma, fortunatamente, anche su SoundCloud (e qui il profilo IG)

***

Di dove sei? Quando hai iniziato a scrivere testi e a metterli su basi?

Sono nat* e cresciut* a Torino e attualmente continuo a viverci. Vivo a Lucento, un quartiere periferico di Torino nord in cui la principale attrazione turistica è lo stadio della Juventus. Scrivo da tutta la vita, ma ho cominciato a sperimentare con il rap nel 2021, durante la pandemia.

L’impressione (ma correggi se sbaglio!) è che incontrare CARENZA 503 sia il frutto di una ricerca: usi poco i canali tradizionali. Da dove nasce questa scelta e che motivazioni ha?

L’impressione è corretta e racchiuderei le motivazioni in due categorie: la fatica e il posizionamento politico. Detto in parole povere e oneste, riguarda il fatto che non ho né la concentrazione né il tempo necessario per riuscire a dedicarmi alla promozione dei miei contenuti. Sono una persona neurodivergente incapace di stare dietro ai miei impegni personali e con la tendenza a perdere di vista ciò che sto facendo, e vivo circondat* da persone altrettanto neurodivergenti che vivono vite complesse. Dedico molto tempo al mutuo aiuto e alle mie relazioni affettive. Stare dietro alla promozione, fare video, curare i propri canali, è un lavoro faticoso che prevede dei ritmi serrati e di stare dietro alle tempistiche frenetiche dei social network. Chi fa musica (ma chi fa arte, in generale) non dev’essere più solo artista ma imprenditore, content creator, videomaker, la qualunque. E se non lo è da sol*, ha bisogno di altre persone che lo fanno per l*i e questo richiede risorse che non ho e che non voglio impiegare per questo. A questo si aggiunge il desiderio di boicottaggio nei confronti delle grandi piattaforme musicali guerrafondaie e sfruttatrici, come Spotify. Non sarà la mia sola scelta a cambiare la realtà, ma sappiamo benissimo quanto il boicottaggio sia in grado di portare risultati. Non nego il desiderio di essere conosciut* e riconosciut*: molte mie canzoni affrontano questa contraddizione. Preferisco però sapere di poter essere un punto di riferimento per la mia piccola comunità di persone queer e trans piuttosto che puntare a grandi numeri attraverso le piattaforme. Soundcloud è per me un buon compromesso e mi basta. Ho cominciato facendo rap nelle piazze, alle manifestazioni. Il mio motto è “dalle piazze per le piazze, per le frocie e per le pazze” e penso sia esplicativo.

Dov’è più semplice trovarti live e in quali occasioni?

Prendo ciò che arriva e cerco poco: credo nel potere del passaparola. Da qualche parte comunque mi si trova: ho un profilo instagram molto caotico e un canale telegram in cui posto qualche estratto, qualche barra e gli eventi in cui mi si può trovare. Generalmente vengo invitat* in contesti queer e trans e in spazi occupati ma spesso e volentieri improvviso al parco con le mie ame.

Parliamo di generi musicali. Accennammo in uno scambio “rap senza genere”, giusto?
E parliamo del contenuto delle tue canzoni. Parto con il dire che, da ascoltatore, ho trovato una combinazione esplosiva di temi, argomenti e argomentazioni che combinano la sfera individuale e personale alle questioni più generali politiche, sociali.
L’incipit di questa domanda NON vuole affatto aprire a un ragionamento da “critica musicale”, ma vuole essere l’inizio di un ragionamento in cui ci guidi tu.

Rap senza genere può suonare contraddittorio ma per me ha senso. Innanzitutto, io sono senza genere. Sono una persona trans che vive una transness caotica e sempre in evoluzione: chi pretende di definirmi e incasellarmi non ha capito niente della realtà trans. La mia transness è plurale e io con lei. Tutte quelle robe sulla ricerca di un senso di identità stabile le lascio al sistema psico-psichiatrico. Mi piace esplorare le mie emozioni e giocarci, ma non punto a trovare il mio io, né a trovare chi sono davvero. Credo nella mutevolezza del tutto, nella trasformazione e nell’idea che esistano plurime realtà. La psichiatria non è d’accordo con me e infatti colleziono diagnosi e disturbi che suonano nelle casse. Questo è ciò che porto nella musica che faccio: caos, mutevolezza, contraddizione, incoerenza. Il rap è un filo conduttore per via delle sonorità e della critica politica e sociale che caratterizza questo tema ed è importante per me tenere fermo questo punto, soprattutto al fine di contrastare una scena dominante musicale violentemente misogina, commerciale e povera a livello di contenuti. Alcune persone, specialmente uomini cis, mi hanno detto che denaturo il genere. Non mi interessa, non è per loro ciò che faccio. Non è a loro che parlo. Non ho interesse a rappresentare ciò che è già sovrarappresentato.

Di cosa parli nelle tue canzoni, da dove prendi ispirazione e che motivazioni ti muovono

Nelle mie canzoni parlo di politica transfemminista e queer, di antipsichiatria, di odio nei confronti dei sistemi di potere e controllo e parlo anche molto di me e del mio rapporto con la pazzia e con la psichiatrizzazione. Prendo ispirazione dalla realtà intorno a me, dal mio vissuto e da quello delle persone che amo. A livello tecnico e musicale mi ispirano artist* di vario genere che a volte non hanno nulla a che fare l’uno con l’altr*. Se devo scegliere un artista su tutt*, sono molto affezionat* a Rancore. Rispeto a ciò che mi muove, sicuramente la rabbia, la frustrazione e il riscatto sono le mie forze motrici. Penso emergano molto nei miei testi. Mi muovono anche la gioia e il senso di unione e comunità che il rap sa portare, e mi muove anche il desiderio viscerale di poter prendermi lo spazio che merito e che la mia comunità merita.

Domanda forse atipica, ma… a chi ti rivolgi con la tua musica?
Potrebbe in qualche modo essere corretto affermare che Carenza 503 è parte di una scena musicale più ampia (musica, tematiche, attitudine…) che esiste e si pone in modo diametralmente opposto alla scena rap/trap mainstream?

Mi rivolgo alle persone che abitano il mio margine: quello queer, trans, neurodivergente/pazzo. Mi rivolgo a chi rifiuta la neuronorma in tutti i contesti e cerca modi di abitare il mondo incoerenti con ciò che il capitalismo vuole e prevede. Non lo so se ciò che faccio è diametralmente opposto: probabilmente lo è per le modalità con cui lo porto, di cui ho già parlato prima. È sicuramente fuori dalla neuronormatività e produttività musicale, questo sì. Non ho però una spocchia tale da pensare che tutto ciò che è mainstream sia da buttare nel cesso: nella trap ci vedo desiderio di riscatto, egocentrismo, flexing dei propri risultati, costruzione di personaggi esagerati che si rivendicano la fuoriuscita da situazioni di merda. Questa roba rappresenta anche me e non me ne voglio tirare fuori. Sono solamente altre tematiche. CARENZA 503 è talvolta un personaggio esagerato, borderline, istrionico, narcisista e se lo rivendica orgogliosamente. Ho subito violenza psichiatrica, istituzionale e sanista e questo è il modo con cui ne sto uscendo.

Tu nella vita, “di mestiere”, non fai l’artista: sei un lavoratore. Quanto attingi anche dalla tua esperienza di lavoratore per i tuoi pezzi? E quanto la tua militanza artistica è condizionata dal fatto di essere un lavoratore?

Partiamo dal presupposto che odio lavorare e odio il concetto stesso di lavoro con tutto me stesso. Ho avuto un sacco di problemi dal punto di vista lavorativo e non sono mai riuscit* a tenermi un lavoro stabile. Ho subito abusi sul lavoro e questo ha condizionato moltissimo il mio percorso. Ho provato a studiare e ho interrotto quattro volte. Gli ultimi cinque anni della mia vita sono stati orrendi e ho vagato nell’etere con il terrore di non poter mai arrivare a un cazzo di niente e di saper collezionare solo fallimenti su fallimenti. Attualmente mi piace definire la mia esperienza lavorativa come un accrocchio di quattro lavori per uno stipendio più l’invalidità civile: faccio il badante, faccio la Doula, faccio musica e scrivo. I miei piani in passato erano ben altri ma va bene così. Me l’accollo e cerco di ricavare spazio per ciò che mi piace. Son stat* tanto male e ora ho trovato una pseudo-quadra. Nei miei pezzi non parlo mai del mio lavoro in quanto tale: preferisco lasciarlo fuori. Parlo però di quanto mi fanno soffrire neuronormatività e capitalismo. In alcuni pezzi ho parlato di questa sensazione di fallimento costante.

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