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Ucraina e Palestina. Il sistema degli imperialisti cade a pezzi

Teresa Noce by Teresa Noce
Dicembre 30, 2023
in Resistenza n. 1/2024
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Il dominio degli imperialisti Usa, Ue e dei sionisti, con tutto il loro sistema di potere, sta andando in pezzi con il procedere della crisi generale del capitalismo. Tentano di tenerlo in piedi promuovendo guerre economiche e commerciali e, sempre più spesso e sempre più apertamente, anche conflitti militari. Trascinano il mondo verso la terza guerra mondiale.
Possiamo e dobbiamo fermarli. Sono spietati e sembrano forti, ma la loro forza è solo apparente.
Ogni loro manovra è un’arma a doppio taglio: gli sviluppi della guerra in Ucraina e quelli della resistenza palestinese lo confermano.

Il conflitto in Ucraina

Anche i media di regime, nazionali e internazionali, cominciano ad ammettere apertamente che la famosa controffensiva del regime Zelensky è fallita. E il Pentagono annuncia un repentino cambio di strategia per salvare il salvabile: trincerarsi per mantenere almeno i territori ancora in mano a Kiev.
Le riserve finanziarie e materiali per continuare la guerra si stanno esaurendo e i nuovi aiuti stentano ad arrivare.
A novembre, meno del 30% delle munizioni promesse dai paesi europei all’Ucraina è stato consegnato. I 50 miliardi di euro di aiuti europei a Kiev sono bloccati dal veto ungherese.

Inoltre anche gli imperialisti Usa, sempre più assorbiti dallo scontro tra fazioni che passa dalla campagna elettorale per le presidenziali del 2024, sembrano voler abbandonare Zelensky al suo destino. I fondi per nuovi aiuti economici e militari (più di 100 miliardi di dollari) sono bloccati al Congresso dal Partito repubblicano, che li vincola a un accordo sul varo di nuove misure contro l’immigrazione dal Messico. D’altra parte, pure Biden e i democratici sembrano ora più preoccupati di trovare una via di fuga da un conflitto, che non sanno più come vincere, che di continuare a sostenere Kiev “fino a quando sarà necessario”.

Risultato: neanche la nuova visita di Zelensky a Washington, il 12 dicembre, è servita a sbloccare gli ulteriori aiuti per l’Ucraina. Intanto sui giornali si moltiplicano le dichiarazioni preoccupate di fonti militari e di intelligence che presagiscono il crollo dell’esercito ucraino tra pochi mesi, in mancanza di nuovi aiuti.

La resistenza palestinese

Nonostante abbiano completamente devastato Gaza imponendo un altissimo prezzo di sangue alla popolazione civile, nonostante la ferocia dell’aggressione – con attacchi agli ospedali e alle ambulanze, alle scuole, con le umiliazioni ai civili catturati e fatti sfilare nudi e innumerevoli altre atrocità – i sionisti in tre mesi non hanno ottenuto successi significativi, ma hanno anzi subito significative perdite di mezzi e uomini.

Il protrarsi del conflitto sta inoltre alimentando la mobilitazione delle masse popolari in tutto il mondo e nello stesso Israele, facendo scoppiare le contraddizioni tra i gruppi imperialisti.

I governi dei paesi Ue e quello Usa sono stati costretti a invitare pubblicamente il governo sionista alla moderazione, a evitare vittime civili, a rivedere i propri obiettivi (ammettendo implicitamente la loro condotta criminale), fino a imporre a Israele una tregua, cominciata il 24 settembre. Nei giorni della tregua i sionisti hanno ceduto in parte alle richieste della resistenza palestinese, accettando uno scambio di prigionieri che ha portato alla liberazione di decine e decine di palestinesi, tra cui molte donne e minori, e l’ingresso a Gaza di convogli umanitari.

L’1 dicembre il governo sionista ha ripreso i bombardamenti, facendo saltare la tregua. Questo ha aperto nuove crepe nel fronte che sostiene Israele: la Ue e il governo Usa hanno cominciato a sanzionare i coloni israeliani e Biden ha chiesto esplicitamente a Netanyahu di fermare l’offensiva di terra.

A metà dicembre l’esercito israeliano ha cominciato ad allagare con acqua marina i tunnel della resistenza palestinese, provocando allarme sulla sorte dei prigionieri israeliani che potevano trovarsi proprio lì. Il 15 dicembre poi l’esercito israeliano ha ucciso per errore tre prigionieri israeliani disarmati che sventolavano una bandiera bianca, confermando come sia pratica comune per i sionisti sparare sui civili inermi. Migliaia di persone hanno sfilato nei giorni seguenti a Tel Aviv per chiedere una nuova tregua e trattative per la liberazione di tutti gli ostaggi.

Insomma, nonostante la forza militare di cui dispone e la sua ferocia, il governo di Israele è stato costretto a scendere a patti, mentre le stesse masse popolari israeliane lo assediano, chiedendo una nuova tregua, e la resistenza palestinese continua a godere del sostegno della propria popolazione e delle masse popolari a livello internazionale. A tutto ciò si sono aggiunti anche i ribelli yemeniti Houthi che hanno bloccato il Mar Rosso minacciando di attaccare ogni nave che transiti verso Israele e colpendo un bastimento battente bandiera norvegese il 12 dicembre.

I sindacati indiani con la Palestina che resiste
Lo scorso 7 novembre, in un servizio pubblicato on line da Voice of America, Haim Feiglin, delegato della Israel Builders Association, ha annunciato lo svolgimento di una trattativa con il governo indiano per l’invio di decine di migliaia di lavoratori indiani in Israele in sostituzione dei circa novantamila operai edili palestinesi a cui dal 7 ottobre è stato revocato il permesso di lavoro.
Dieci tra le principali organizzazioni sindacali indiane, compresa la Indian National Trade Union Congress (Intuc) che conta quaranta milioni di iscritti, hanno diffuso un comunicato contro il governo indiano: impediranno che i lavoratori indiani prendano parte a questa operazione contro i lavoratori e il popolo palestinese. Fonte: Il Manifesto

La solidarietà dei sindacati Usa
I primi ad aderire alla campagna per il cessate il fuoco su Gaza erano stati i sindacati United Electrical, Radio and Machine Workers of America, Chicago Teachers Union e Starbucks Workers United.
L’1 dicembre anche lo Union Auto Workers (Uaw) – il sindacato che ha recentemente vinto la battaglia contro le multinazionali dell’auto di cui abbiamo parlato sul numero 11-12/2023 di Resistenza – ha annunciato la sua adesione. Shawn Fain, il segretario generale, ha paragonato questa adesione ad alcune storiche prese di posizione dello stesso sindacato: l’opposizione al fascismo nella Seconda guerra mondiale, la mobilitazione contro l’apartheid in Sudafrica e la mobilitazione contro la guerra sostenuta e finanziata per decenni dal governo Usa contro le forze rivoluzionarie sandiniste in Nicaragua. Fonte: Pressenza

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