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Dopo le alluvioni. Dalle Marche alla Romagna, nessuna soluzione dai governi dei padroni

Teresa Noce by Teresa Noce
Ottobre 3, 2023
in Resistenza n. 10/2023
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Marche, 15 settembre 2022. Nelle province di Pesaro Urbino e Ancona esondano diversi fiumi (in particolare il Misa e i suoi affluenti) dopo un forte temporale. Il bilancio è di 13 morti, decine di feriti, oltre 300 sfollati e più di 2 miliardi di euro di danni.

Marche, 11 settembre 2023. Il Presidente della Regione Francesco Acquaroli e i commissari per i danni dell’alluvione organizzano una conferenza dove sciorinano una serie di numeri che perlopiù sono mera propaganda: 437 milioni di fondi per la ricostruzione e la messa in sicurezza. Di questi, 1,8 milioni sono stati usati ad agosto per i “lavori straordinari di somma urgenza sul fiume Misa”: somma urgenza a un anno dall’alluvione?!

Basta farsi un giro per le zone colpite per vedere che le promesse di amministrazioni locali, governo e Ue erano tutte balle.

Dopo un anno la situazione non è cambiata poi molto. I lavori sui fiumi non sono stati fatti (o sono stati fatti male sprecando soldi pubblici, come dicono gli stessi abitanti), ponti e strade crollati sono ancora lì, i ristori a famiglie e imprese sono stati liquidati in minima parte.

Romagna, maggio 2023. Nelle province di Bologna, Forlì, Cesena e Ravenna piove a dirotto per diversi giorni. Come nelle Marche, a causa dell’incuria del territorio e della cementificazione senza criterio degli ultimi decenni esondano 23 fiumi e si verificano migliaia di frane. Il bilancio è di 16 morti, più di 36 mila sfollati, danni stimati per circa 9 miliardi di euro.

Romagna, settembre 2023. A sei mesi dai giri in elicottero sulle zone colpite di Meloni e Ursula von der Leyen che promettevano aiuti di portata smisurata, ben poco è stato fatto. E, purtroppo, non c’è da stupirsene.

Se non fosse stato per le migliaia di volontari accorsi da tutta Italia per dare una mano e riparare ai colpevoli ritardi della Protezione Civile intervenuta dopo una settimana, la situazione sarebbe stata ben peggiore. E mentre gli “esperti” cercavano di dare la colpa delle esondazioni alle dighe dei castori (sic!), i volontari venivano mandati a casa e i lavori affidati a ditte private, per far ripartire da subito la giostra delle speculazioni.

Dei 2,1 miliardi stanziati inizialmente dal governo solo 300 milioni sono stati confermati; per gli altri si vedrà… Niente di strano, se pensiamo che a oggi non sono nemmeno stati prodotti i moduli che i cittadini dovrebbero usare per ottenere una stima dei danni e gli aiuti economici…

Alluvione in Romagna, alluvione nelle Marche, terremoto di Amatrice, terremoto de L’Aquila, e potremmo andare avanti. Una storia di abbandono delle popolazioni e dei comuni colpiti che si ripete regolarmente, con le masse popolari costrette a pagare le conseguenze di disastri dovuti non a tragiche fatalità, ma alla speculazione e incuria dei territori che va avanti da decenni. Tra palazzi picchettati, ponti crollati, gente che ancora vive nei container e ricostruzioni propagandistiche, oggi l’Italia sembra un paese in guerra. E, in effetti, lo è.

Lo è perché i vertici della Repubblica Pontificia conducono una guerra di sterminio non dichiarata contro le masse popolari. Per la nostra classe ogni giorno è una guerra. Andare a lavoro senza sapere se si tornerà a casa, guardare il fiume con preoccupazione ogni volta che inizia a piovere, sperare di non ammalarsi perché poi non si è certi di essere curati, decidere se pagare le bollette oppure l’affitto perché i soldi non bastano: questa è la quotidianità della stragrande maggioranza della popolazione del nostro paese. Abbiamo i mezzi per ordinare qualsiasi cosa dall’altra parte del mondo su internet e farcela recapitare a casa in due giorni, ma siamo ancora in balia di problemi che nel 2023 non sono certamente più accettabili o giustificabili.

Un governo – espressione delle Larghe Intese – che non è nemmeno in grado di rispondere alle situazioni emergenziali, che investe i nostri soldi in armamenti invece che in servizi pubblici, che illude e affama le masse popolari mentre si prostra davanti ai voleri di Ue, Nato e Vaticano è un governo che va cacciato!

Quindi, rimbocchiamoci le maniche, nelle Marche come in Romagna e nel resto dei territori, non per mettere delle pezze dove il governo e le sue istituzioni colpevolmente non intervengono, ma per fare della ricostruzione e rimessa in sesto dei territori un ambito attraverso il quale prendere in mano la gestione del paese, imparare a farlo sempre meglio e rilanciare, fino a cacciare la Meloni e le Larghe Intese e a imporre il nostro governo di emergenza popolare!

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