Il governo che serve al paese

Nonostante enormi sforzi per portare l’opinione pubblica su questioni secondarie – cronaca nera, sport, gossip, ecc. – neppure i media di regime riescono più a nascondere gli effetti dell’attuazione dell’agenda Draghi.

Il governo Meloni cede quanto resta della sovranità nazionale, continua nello smantellamento dei diritti conquistati dalle masse popolari, a partire dalla Resistenza fino agli anni Settanta, elimina le timide misure in controtendenza messe in atto dal governo Conte 1, come il Reddito di Cittadinanza.

Non solo. Per limitare, circoscrivere e depotenziare proteste e mobilitazioni, che ci sono, il governo Meloni alimenta ad arte polemiche e ordisce provocazioni su argomenti che consentono al Pd e ai suoi cespugli di fare un’opposizione di facciata e chiacchierona che non tocca mai le questioni decisive e che non alimenta, ma anzi ostacola, la mobilitazione delle masse popolari.

Gli esempi si sprecano e sono tutti accomunati dalla denuncia del “pericolo del fascismo” che il polo Pd delle Larghe Intese lancia ormai quotidianamente, mentre tace sulla sottomissione alla Nato, sull’invio di armi all’Ucraina, sulle conseguenze disastrose dell’economia di guerra, sull’aumento esponenziale degli omicidi sul lavoro, della precarietà e della povertà.

I “democratici guerrafondai” alzano i toni in difesa dei diritti civili, ma cantano in coro lo stesso ritornello dei fratelli della Nato e del loro governo sui diritti sociali.

Dopo quasi un anno di governo Meloni, è evidente che a questo nostro paese serve un governo che dia un taglio netto a ogni tipo di discriminazione e a tutte le caricature di “lotta per i diritti” che per i capitalisti sono solo il paravento dietro cui fare affari e speculazioni.

È altrettanto evidente che a questo nostro paese serve un governo che metta mano alle emergenze create dagli effetti della crisi generale, affermando sistematicamente gli interessi delle masse popolari.

Diritti civili e diritti sociali non sono affatto in contrapposizione, anzi sono strettamente legati fra loro e questo legame va fatto valere. Ad esempio, è sulla base delle misure che assicurano a ogni adulto un lavoro utile e dignitoso che vanno trattate le discriminazioni su base sessuale, religiosa o etnica. Come sempre partendo dal dare a ogni adulto un posto di lavoro è possibile promuovere la lotta al degrado e all’emarginazione che dilagano nelle città italiane.

Chi pretende (o promette) di risolvere la questione del degrado nei quartieri senza affrontare la questione del lavoro e, legata ad essa, la lotta contro la precarietà e la povertà è un illuso o un bugiardo.

Nell’Editoriale abbiamo scritto che le mobilitazioni delle masse popolari possono svilupparsi ed estendersi oltre un livello elementare solo a condizione che trovino uno sbocco politico: la costituzione di un governo di emergenza popolare è, in questo senso, la prospettiva unitaria e positiva entro cui le principali rivendicazioni delle masse popolari possono essere soddisfatte, dando al paese un orientamento e un ruolo positivo anche a livello internazionale.

Stiamo dicendo che solo lo sbocco politico consente di fare fronte alla situazione determinata dagli effetti della crisi generale combinati con le misure che i governi borghesi spacciano per soluzioni.

Al nostro paese serve un governo che sospenda subito e unilateralmente “gli impegni con la Nato” rispetto alla guerra in Ucraina. Questo vuol dire non solo lo stop all’invio di armi e di altre forniture in campo militare ed economico, ma anche lo stop all’addestramento di militari ucraini, il divieto di usare il territorio italiano per le esercitazioni militari, il blocco dell’utilizzo delle basi militari sul suolo italiano per le operazioni belliche. E vuol dire anche liberarsi dai vincoli delle sanzioni economiche contro la Federazione Russa, perché quelle sanzioni le pagano solo le masse popolari italiane (crisi energetica, bollette, costruzione e installazione di rigassificatori, ecc.).

Se il governo di un paese come l’Italia – tutt’altro che ininfluente se fa valere il suo peso – si “mette di traverso” rispetto alle manovre dei guerrafondai, degli imperialisti Usa e Ue, allora tutto l’impianto dei guerrafondai crolla come un castello di sabbia.

Eccoci di nuovo allo sbocco politico: mobilitarsi contro la guerra e l’economia di guerra per le masse popolari italiane significa soprattutto mobilitarsi per imporre un governo che tagli i fili con cui l’apparato Nato/Usa manovra il nostro paese come un burattino.

Al nostro paese serve un governo che sospenda subito e unilateralmente gli impegni con la Ue e in particolare rispedisca al mittente la polpetta avvelenata del Pnrr. Questo perché – ormai è evidente e nessuno tenta più di negarlo – i soldi del Pnrr sono in parte soldi prestati a strozzo, in parte soldi dati a fondo perduto per fare alcune precise e specifiche cose: quelli che i capitalisti chiamano “investimenti nelle infrastrutture”, sono solo un altro modo per demolire diritti, peggiorare le condizioni di vita delle masse popolari e ingrassare speculatori e affaristi.

L’esempio della sanità vale per tutti: al netto del fatto che si parla dello stanziamento di spiccioli rispetto ad altre voci, quei soldi vengono spesi per demolire quanto resta del Sistema Sanitario Nazionale, lasciando le masse popolari alla mercé dei grandi centri della speculazione finanziaria in ambito medico e farmaceutico. Non vorrete mica rifiutare i soldi da investire nella sanità?

Eccolo servito, il “colpo gobbo”.

Sì, vogliamo rifiutarli. Perché sono un cappio, non un’opportunità. Perché sono una trappola contro le masse popolari. Quei soldi prestati a strozzo servono al governo della borghesia.

Un governo che fa gli interessi delle masse popolari usa le risorse già esistenti per potenziare e sviluppare tutte le strutture e le misure per la sanità universale, pubblica e gratuita. A questo servono i soldi che il governo Meloni e i suoi “complici arcobaleno” spendono per armare l’esercito ucraino.

Ecco lo sbocco politico: mobilitarsi per difendere il Sistema Sanitario Nazionale significa mobilitarsi per imporre un governo che smetta di ingoiare i diktat della Ue. Per davvero però, non come i parolai di Fratelli d’Italia e della Lega.

Al nostro paese serve un governo che stronchi sul nascere ogni tentativo di padroni e faccendieri di speculare sulla distruzione dell’apparato produttivo e che sostenga con misure straordinarie la difesa dei posti di lavoro già esistenti, la creazione di nuovi e la tutela delle aziende che i capitalisti vogliono chiudere e delocalizzare. Questo perché al nostro paese serve urgentemente un piano nazionale per il lavoro che combini tra loro la produzione e la distribuzione di beni e servizi necessari alle masse popolari, il diritto al lavoro per tutte le persone abili a svolgerlo (basta precarietà e disoccupazione) e la tutela dell’ambiente.

Al nostro paese servono molte altre cose che hanno il carattere dell’urgenza: c’è una miriade di piccole e grandi opere necessarie e virtuose per la manutenzione dei territori; ci sono da mettere in sicurezza le scuole e le università, che devono essere salvate dalle grinfie della privatizzazione; c’è bisogno di contrastare la povertà dei pensionati, di riorganizzare per intero il sistema di cura e assistenza degli anziani e integrarlo pienamente nella sanità pubblica e gratuita.

Per inquadrare la situazione di oggi e del prossimo periodo, la questione che bisogna porsi è la seguente.

Il governo che serve non sarà formato da nessuno dei partiti delle Larghe Intese e non sarà guidato da nessuno dei vari “salvatori della Patria” che le Larghe Intese ciclicamente tirano fuori dal cilindro, cercando di far dimenticare i danni fatti dai loro predecessori (da Renzi a Monti a Draghi).

Il governo che serve deve essere imposto con la mobilitazione degli organismi operai e popolari. Tutte le mobilitazioni delle masse popolari – che per svilupparsi positivamente devono avere uno sbocco politico – devono confluire nel movimento pratico per imporre un governo di emergenza popolare. Questo è lo specifico compito dei comunisti in questa fase: non solo organizzare e alimentare le proteste e le rivendicazioni, non solo rafforzare la denuncia del cattivo presente e le responsabilità della classe dominante e dei suoi politicanti, non solo indicare l’obiettivo – giusto e generale – del socialismo, ma orientare, spingere, guidare gli organismi operai e popolari a lottare, ora, per imporre un loro governo alla guida del paese.

Nel mare in tempesta del capitalismo
La fase acuta della crisi generale del capitalismo (iniziata dal 2008) è come una tempesta di cui è impossibile vedere la fine. La classe dominante una soluzione non ce l’ha. Con un’emergenza dietro l’altra, gli effetti della crisi si abbattono sulle masse popolari e ogni onda, sempre più grande e distruttiva, colpisce un pezzo di apparato produttivo, demolisce diritti e tutele, devasta quello che resta dello stato sociale, rende sempre più precaria l’esistenza delle masse popolari, devasta l’ambiente.
In questo “mare in tempesta”, nelle scorse settimane i media hanno riportato quasi in sordina due “notizie” che hanno tutte le caratteristiche dell’onda anomala che si avvista al largo. Probabilmente nessuno vuole parlarne finché l’impatto con la costa non sarà imminente…
1. La produzione industriale italiana è calata del 7,2% dall’aprile 2022 all’aprile 2023 e tutti i settori sono coinvolti (tranne quello farmaceutico). L’Italia è solo la punta dell’iceberg del calo della produzione in tutta Europa e soprattutto in Germania (dati Il Sole 24 Ore – 9 giugno 2023).
2. Il parlamento europeo ha formalmente avanzato la richiesta di escludere i rimborsi degli interessi sui titoli emessi dalla Commissione Ue per finanziare il Recovery Plan perché sono una “bomba a orologeria” nel bilancio Ue (fonte Il Fatto Quotidiano – 8 giugno 2023).
Oltre alla portata e alle implicazioni dei singoli aspetti presi ognuno per sé, le due cose sono legate. Benché molto superficialmente, spiegano il movimento dell’economia capitalista. A fronte delle crescenti difficoltà di fare profitti nella produzione di merci, i capitalisti hanno spostato il nucleo principale del profitto nella finanza e nella speculazione, hanno dopato la finanza fino a farne un colosso che non riescono (e non possono) più governare, hanno riposto l’andamento dell’economia e dell’intera società nelle fluttuazioni dei mercati finanziari.
Gli interessi sul debito sono un mostro – di dimensioni incalcolabili – che vive sotto la superficie del mare in tempesta della crisi del capitalismo e che si nutre “dell’economia reale” (sia d’esempio il caso della Gkn – un fondo finanziario chiude la fabbrica).
Se qualcuno pensa che nella stretta cerchia di chi ha potere decisionale a livello nazionale e internazionale non ci sia consapevolezza di questo è completamente fuori strada. La classe dominante ne ha piena coscienza, ma continua a ballare sul Titanic. Non può operare negli interessi delle masse popolari, opera e deve operare per alimentare la finanza e la speculazione, perché la finanza e la speculazione sono i principali strumenti di profitto per i capitalisti.
Se qualcuno pensa che si possa addomesticare il mostro e “tornare a un capitalismo che rilancia l’economia reale” è ugualmente fuori strada (oppure è un imbroglione!). Per i capitalisti vale solo la legge del profitto ed è lecito tutto quello che va in quella direzione.
Se invece qualcuno pensa che non ci sia alcuna soluzione nell’ambito del sistema capitalista, ebbene ha perfettamente ragione: è necessario sostituire il sistema capitalista con un sistema più evoluto, con il socialismo. Bisogna fare la rivoluzione socialista.
E qui torniamo al ragionamento sul governo che serve ORA a questo nostro paese. Un governo che faccia fronte agli effetti più gravi della crisi, che predisponga le misure per limitare i danni della tempesta e, nello stesso tempo, sia strumento, alimento e spinta per la lotta di classe fino all’instaurazione del socialismo.

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