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Fermare la fiera delle speculazioni, degli affari e delle lacrime di coccodrillo. Imporre le soluzioni

Teresa Noce by Teresa Noce
Giugno 3, 2023
in Primo piano, Resistenza n. 6/2023
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I fiumi che esondano, le strade che sprofondano, i ponti che crollano, l’acqua che invade tutto, 15 morti e 40 mila sfollati.

È la fotografia dell’Emilia Romagna, una delle regioni più sviluppate, organizzate e urbanizzate. Ed è anche, perciò, la fotografia del paese intero.

L’alluvione in Emilia Romagna ha fatto notizia per le distruzioni e le gravissime conseguenze, ma solo nel mese di maggio, come del resto succede da anni e sempre più frequentemente, è bastata un’ora di pioggia – di quelle torrenziali che si combinano con lunghi periodi di siccità – per inondare tutto, in varie zone del paese.

Questa è la realtà che la classe dominante cerca di nascondere: da una parte chiamando in causa “la fatalità” e dall’altra alimentando la diversione con teorie e cospirazioni di varia natura: dall’opera delle nutrie alle scie chimiche fino alla volontaria apertura della diga di Ridracoli, vicino a Forlì.

Eppure no, con il disastro annunciato in Emilia Romagna non c’entrano né il destino né le manovre di oscure potenze. La firma della “tragica fatalità” è chiara e leggibile a chiunque: è quella di Bonaccini, della Schlein (che dal 2020 al 2022 è stata vice Presidente della Regione), del sistema Pd, è la ‘ndrangheta con cui hanno fatto e fanno affari, sono il movimento terra, il disboscamento e la cementificazione, sono le speculazioni; sono i soldi non spesi per le opere di salvaguardia e cura del territorio, i soldi rubati, quelli dirottati su “altri progetti”, quelli spesi per opere inutili e dannose e per le armi.

E questa firma è anch’essa una fotografia: quella della classe dominante, delle sue autorità e delle sue istituzioni.

Altro che fatalità e oscure cospirazioni! “Bonaccini e Schlein boia” è la scritta che dovrebbe campeggiare sui muri di Ravenna, Faenza, Forlì, Bologna, Reggio Emilia e fino a Piacenza, così come la scritta “Fontana assassino” campeggiò sui muri di Milano per denunciare a tutti la firma che il presidente della Regione Lombardia mise sulle decine di migliaia di morti dell’emergenza Covid del 2020.

Bonaccini (Pd) e Fontana (Lega) non hanno particolari differenze: sono entrambi esponenti delle Larghe Intese e fanno entrambi, a ogni costo, gli interessi della classe che comanda.

E in tutto questo, Giorgia Meloni?

Fioccano disposizioni governative, spesso secretate, per continuare e anzi ampliare il sostegno militare dell’Italia all’Ucraina e compiacere la Nato. Centinaia di milioni di euro che sono necessari per la manutenzione del territorio. Mentre la Protezione Civile e l’Esercito erano immobili di fronte a un disastro annunciato e l’Emilia Romagna veniva sommersa, Giorgia Meloni era a stringere le mani a Zelensky e Biden.

A proposito di fotografie, c’è anche quella dei volontari che spalano il fango, organizzano i soccorsi, sostengono la popolazione, fanno quello che lo Stato non vuole e non riesce a organizzare in grande, nonostante abbia i mezzi, gli strumenti e le risorse per farlo.

Li chiamano “angeli del fango”. Angeli perché la classe dominante non perde occasione per dare una spruzzata di moralismo cattolico e concezione metafisica del mondo ogni volta che ne ha la possibilità, ma non sono angeli. Sono giovani, attivisti, militanti oppure semplici persone che sentono il dovere e il bisogno di non lasciare sole le popolazioni colpite. Del fango perché in queste settimane sono a spalare, svuotare case, liberare strade, ma si tratta degli stessi giovani che imbrattano di vernice lavabile i monumenti e le facciate dei palazzi del potere per denunciare l’immobilismo e la complicità delle istituzioni con “gli affari” che alimentano la crisi climatica; sono gli stessi che si trovano nei cortei, nelle occupazioni, nei picchetti contro gli sfratti, nelle mobilitazioni dei lavoratori e delle masse popolari. Solo che in quel caso, non sono più “angeli”, ma delinquenti, estremisti, nullafacenti.

Se mettiamo in fila le fotografie e le osserviamo “dall’alto” emerge la dinamica di un movimento: la classe dominante sta portando il paese alla rovina, le masse popolari organizzate sono l’unico argine alla catastrofe che incombe.

Per individuare lo sviluppo positivo di questa dinamica, per fare fronte efficacemente alla catastrofe che incombe, bisogna però andare in profondità, dal movimento generale scendere nel particolare: dal paese alle regioni, ai comuni, fino ai singoli territori. Ovunque si pone la questione del potere: chi lo detiene e per cosa lo esercita, per affermare e tutelare gli interessi di chi.

***

Il P.CARC promuove e conduce la lotta per imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare. Solo dall’alto è possibile scardinare il sistema di potere delle Larghe Intese, è solo dall’alto – dal governo del paese – che è possibile attuare (usare celermente uomini, mezzi e risorse) tutte le misure necessarie e urgenti per fare fronte alla catastrofe che incombe, usando tutti i mezzi e le risorse di cui il governo dispone, sottraendoli alla speculazione finanziaria, alla guerra della Nato e alle opere inutili e dannose.

Solo un governo di emergenza popolare può farlo, mobilitando su ampia scala le masse popolari e valorizzando la loro forza per far andare le cose in modo coerente con i loro interessi.

Tuttavia, il movimento pratico e concreto attraverso cui le masse popolari organizzate arrivano a imporre un loro governo di emergenza è un movimento che nasce e si sviluppa dal basso e deve essere capillare: azienda per azienda, scuola per scuola, territorio per territorio, risalendo dai Comuni alle Provincie e fino alle Regioni.

Ogni “pezzetto di società” che le masse popolari organizzate strappano al controllo della classe dominante e pongono sotto la loro direzione è un contributo alla lotta per la conquista del governo del paese.

In questo senso, la lotta per costituire amministrazioni locali di emergenza (che rompono le regole imposte dal governo centrale e regionale per conto di padroni e speculatori) è una via attraverso cui si sviluppa la lotta per imporre un governo di emergenza popolare.

Il discorso è ben più pratico di quanto sembri.

Quando diciamo che la firma sul disastro in Emilia Romagna è di Bonaccini e Schlein non intendiamo affatto assolvere i governi delle Larghe Intese dalle loro responsabilità. Intendiamo soprattutto dire che la legittima mobilitazione contro il governo centrale deve essere affiancata da un’efficace mobilitazione per costruire a livello locale organismi operai e popolari (assemblee, comitati, coordinamenti, reti, consigli) che non solo contestano le politiche criminali dell’amministrazione locale, ma si pongono nella condizione di imporre le loro soluzioni, facendo leva sulla partecipazione, sulla mobilitazione e sul protagonismo delle masse.

L’alluvione ha distrutto molto, ma più di tutto ha distrutto le velleità degli amministratori locali di poter continuare a fare gli interessi loro e dei loro comitati d’affari senza rendere conto del loro operato alla comunità. E ha distrutto le speranze di quella parte di masse popolari – sempre più limitata, per la verità – che accorda loro fiducia.

Su quella distruzione, su quel fango, su quelle macerie deve nascere un nuovo modo di governare i territori. Le popolazioni colpite sono di fronte a un bivio: affidarsi a chi è causa del disastro oppure insorgere e organizzarsi per prendere in mano il governo del territorio, per decidere cosa va fatto e cosa non va fatto, come vanno spesi i soldi. Parliamo dell’Emilia Romagna, ma il discorso vale per ogni comunità territoriale, perché – eccetto alcune situazione particolari e circoscritte – le amministrazioni locali sono concepite e usate ovunque alla stregua di gendarmi o esattori per conto del governo centrale e dei comitati d’affari locali e nazionali.

Dopo ogni tragedia annunciata, un mese di lacrime di coccodrillo, visite di Mattarella e conferenze stampa in giacca e cravatta o tailleur e inizia di nuovo la fiera degli affari. Una fiera che non si è mai fermata e mai si fermerà, se non saranno le masse popolari a farlo.

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