Bonuccelli: “No alla resilienza, sì alla resistenza”

Rilanciamo a seguire, il discorso fatto dal compagno Pablo Bonuccelli per conto della Direzione Nazionale del Partito dei CARC al Congresso della Federazione Lombardia che si è svolto domenica 12 marzo.

***

Resilienza è la capacità di adattarsi a situazioni avverse in modo da trarne beneficio o, quanto meno, limitare i danni. Da alcuni anni, in particolare dalla pandemia, la classe dominante fa una grande propaganda della resilienza: adattatevi, plasmatevi, siate duttili!

Di fronte al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli ultimi 40 anni, le masse popolari oppongono resistenza, non adottano la resilienza!

La resistenza agli effetti della crisi generale del capitalismo – per quanto spontanea (cioè non legata al movimento comunista cosciente e organizzato), per quanto disordinata e contraddittoria – è il tratto distintivo del movimento delle masse popolari. Pertanto gli appelli e le reclame alla resilienza sono un messaggio prettamente politico volto ad alimentare arrendevolezza. Ad essere resiliente è la classe dominante stessa. Fa “buon viso a cattivo gioco”: di fronte a una causa di forza maggiore che mina la stabilità economica, politica o sociale si adatta; tenta di trarne profitto o quanto meno di limitare i danni.

Gli esempi sono molti, dalle catastrofi naturali ai crack di borsa, qui prendo l’esempio della pandemia. La pandemia è stata la causa di forza maggiore che ha sconvolto il mondo e in effetti la classe dominante ha fatto cose che fino a una settimana prima sembravano impossibili, cioè APPARIVANO impossibili. Alcuni esempi. La Ue ha sospeso il Patto di stabilità, cioè l’insieme dei criteri che ogni paese doveva rispettare per non incorrere in sanzioni sempre più gravi, fino al “salvataggio” dei conti pubblici, come è accaduto in Grecia nel 2015. Così, di punto in bianco, per causa di forza maggiore, uno dei principali istituti attraverso cui la Ue ha imposto il suo dominio in campo economico è stato sospeso a data da destinarsi. Originariamente la data da destinarsi era il 2023, ma un’altra causa di forza maggiore lo mette ancora a rischio: la guerra della Nato contro la Federazione Russa, in cui la Ue è invischiata fino al collo e di cui paga le più pesanti conseguenze in termini economici e finanziari. In ossequio alla resilienza, in Italia, durante la pandemia, è stato momentaneamente sospeso il pagamento dei mutui. Ma anche delle tasse. Sono stato bloccati gli sfratti e i licenziamenti. E un certo numero di famiglie ha ricevuto a casa una carta prepagata per fare la spesa.

In ogni sua azione, la classe dominante è stata guidata dall’idea di ingoiare momentaneamente il rospo per tornare quanto prima alla sua “normalità”. Certo, se le sue azioni hanno scontentato una parte dei capitalisti, a un’altra parte hanno permesso di fare affari d’oro e speculazioni. E certo, “tutto tornerà come prima” era solo propaganda: finché la società resta in mano alla borghesia imperialista tutto tornerà peggio di prima. Tuttavia, ciò che voglio mettere in evidenza è il modo con cui la classe dominante si adatta: la resilienza appunto.

Con questa premessa arrivo a trattare il punto principale del mio intervento, un aspetto che è molto dibattuto. Il P.CARC lotta per imporre alla classe dominante un governo di emergenza popolare, il Governo di Blocco Popolare lo chiamiamo, ma molti che dovrebbero essere protagonisti di questa lotta sono scettici: “come è possibile imporlo? Non ce lo lasceranno fare”. Ecco, se dovessi usare una formula, direi che per imporre il Governo di Blocco Popolare bisogna creare una causa di forza maggiore che mette in moto la resilienza della classe dominante. Una situazione di fronte alla quale la classe dominante fa un passo indietro – pensando di ottenere benefici o di limitare i danni – anche se lo fa con la convinzione di tornare alla carica, tornare alla sua normalità quanto prima. Qual è la causa di forza maggiore di cui c’è bisogno? Dobbiamo rendere ingovernabile il paese!

Di fronte a “rendere il paese ingovernabile” viene automaticamente da pensare a grandi manifestazioni, scontri con la polizia, assalto ai palazzi del potere… ma in effetti tutte queste cose, benché comprese, sono solo un aspetto accessorio del discorso. Rendere il paese ingovernabile vuol dire creare una rete di organismi operai e popolari che agiscono come nuove autorità pubbliche, cioè forniscono alle larghe masse un orientamento, le organizzano e le mobilitano, indicano loro i passi da compiere, indicano e praticano una strada coerente con i loro interessi. Le vecchie autorità borghesi fanno la stessa cosa, ma indicano alle masse popolari una strada coerente con gli interessi della classe dominante.

Ecco, dobbiamo costruire una rete di organismi che con la loro azione conquistano la fiducia delle ampie masse, insegnano a lottare, fanno bilancio dell’esperienza, affrontano uno per uno gli effetti più gravi della crisi: dalla disoccupazione al problema abitativo, dalla devastazione ambientale allo smantellamento della sanità pubblica, alla distruzione della scuola. Man mano che la loro azione si sviluppa, le larghe masse si rivolgeranno a loro anziché al Comune, al Prefetto, ai Carabinieri, alla ‘ndrina o alla Curia. Perché in loro trovano risposte che le vecchie autorità borghesi non vogliono e non possono dare. L’azione coordinata degli organismi operai e popolari è l’aspetto principale dell’ingovernabilità di cui abbiamo bisogno affinché diventi una causa di forza maggiore che spinge la classe dominante a fare un passo di lato e accettare il Governo di Blocco Popolare.

Da qui, ci sono altre due questioni fondamentali. Bisogna superare la convinzione – che deriva dalla forza dell’abitudine – che il movimento delle masse popolari abbia bisogno di un condottiero carismatico che unisce tutti, spende il suo carisma sul piano elettorale, vince le elezioni e forma il governo di cui c’è bisogno. Questa strada è illusoria. È falsa. Non basta vincere le elezioni!

L’esempio più eclatante ce l’ha dato il M5S. Nel 2018 aveva vinto le elezioni, ha formato un governo che in qualche modo andava di traverso alla classe dominante – il Conte 1 – ma non ha avuto la forza di resistere alle lusinghe e ai colpi bassi della classe dominante: si è fatto inglobare nel sistema politico della Repubblica Pontificia. Questo perché, appunto, era mosso dalla convinzione campata per aria che possa esistere un governo che attua un programma di rottura con il sistema politico della classe dominante SENZA mobilitare le masse popolari ad attuarlo, difenderlo, estenderne i risultati.

Anche il primo governo Tsipras, nel 2015 in Grecia, impartisce la stessa lezione. Ci sono, anche nel nostro paese, decine di esempi di governi che sono stati imposti, senza passare dalle elezioni, in ragione di rapporti di forza fra le fazioni della classe dominante. Il governo Draghi è uno di questi, solo l’ultimo. Ecco, si tratta di imporre un governo, indipendentemente che passi dalle elezioni o meno, che poggia su rapporti di forza favorevoli fra masse popolari e classe dominante.

La seconda questione fondamentale riguarda il fatto che la lotta per il Governo di Blocco Popolare non si quantifica in termini di tempo. Quanto manca? A che punto siamo?
Per misurare lo stato di sviluppo della lotta per il Governo di Blocco Popolare i criteri sono diversi e i principali sono due:
1. quante sono le organizzazioni operaie e popolari esistenti che hanno le caratteristiche da agire da nuove autorità pubbliche e già vanno in quella direzione?
2. quanti sono gli embrioni di organismi operai e popolari che, su spinta della mobilitazione spontanea – la resistenza agli effetti della crisi, o su spinta del movimento comunista cosciente e organizzato, possono diventare organismi operai e popolari che agiscono da nuove autorità pubbliche?

Entrambi i criteri, entrambe le domande, portano a una risposta: dipende da quello che fa o non fa ognuno di noi! Dipende da quanto il Governo di Blocco Popolare diventa un nostro obiettivo cosciente – dei comunisti, delle avanguardie della mobilitazione – e di quanto siamo disposti a porci di fronte ai molti problemi che la sua realizzazione comporta in ottica di risolverli, anziché cedere allo scetticismo. Non per atto di fede, ma come assunzione di ruolo e responsabilità.

Per essere un filo più concreti: Collettivo di Fabbrica della GKN, CALP di Genova, movimento NO TAV, Movimenti disoccupati di Napoli, Ultima Generazione, le Brigate volontarie per l’emergenza di Milano… mi soffermo su queste ultime.

Quando a marzo e aprile 2020 le masse popolari erano chiuse in casa, bombardate dalla propaganda terroristica e alla mercé di una classe di parassiti bastardi e criminali, in questa città centinaia di ragazzi e ragazze si sono organizzati, sono usciti, si sono presi cura delle masse popolari SOSTITUENDOSI alle autorità borghesi che invece le lasciava abbandonate a morire in casa, sole.

Allora bastano 10 oppure 20 organismi simili, come il collettivo di Fabbrica della GKN, il CALP di Genova, le Brigate volontarie per l’emergenza, che agiscono in quel modo, con continuità, con responsabilità e con ottica di prospettiva per mettere sotto scacco la classe dominante. Dobbiamo quindi individuarli, curarli, sostenerli, aiutarli ad assumere il ruolo di nuova autorità pubblica. Forse a qualcuno suona strano perché evoca scenari “di altri tempi”, invece è perfettamente coerente con la realtà, queste sono le forze rivoluzionarie di questa epoca.

Concludo. Non approfondisco il concetto, ma devo necessariamente toccare l’argomento per completezza e in un certo modo rispondo anche a chi – da sinistra – critica la linea del Governo di Blocco Popolare come riformista e socialdemocratica.

Non sarà affatto un processo né lineare, né pacifico. La lotta di classe non è già oggi lineare e pacifica, figuriamoci come lo sarà nel momento in cui la classe dominante sarà stata costretta a fare un passo di lato. Lo farà, il passo di lato, con l’idea di tornare alla sua normalità. Ma non starà a guardare. La parte più reazionaria tramerà, manovrerà, boicotterà, saboterà. E se tutto questo non sarà sufficiente, scatenerà la guerra civile. Il Governo di Blocco Popolare e la sua opera andranno difesi, il suo ruolo andrà esteso.

In questa lotta, in questa guerra, le masse popolari organizzate potranno contare sul combattere da una posizione favorevole, al governo del paese. E toccheranno con mano una cosa che vale più di mille discorsi: il processo iniziato va portato fino in fondo. Altro che via riformista! Il Governo di blocco Popolare è precisamente uno strumento per lo sviluppo della rivoluzione socialista perché anche la resilienza della classe dominante va spezzata. La classe dominante va abolita, estinta. La borghesia imperialista va estinta.

Ora, figuratevi questo scenario nel contesto in cui siamo oggi e nel percorso che la classe dominante sta imponendo al mondo. Guerra mondiale, crisi ambientale, sfruttamento, morti sul lavoro, inquinamento, pandemie, repressione, terrorismo mediatico, guerra fra poveri, degrado materiale e morale: la classe dominante sta già facendo la guerra contro le masse popolari, solo che non la chiama guerra, la chiama democrazia.

Ecco, questa guerra qua o si subisce o si combatte. La lotta per il Governo di Blocco Popolare è parte del combattimento, è un’arma, una strada, uno strumento. Dunque: No alla resilienza. Si alla resistenza. Più precisamente: incanaliamo la resistenza spontanea delle masse popolari nella mobilitazione rivoluzionaria.

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