Potete presentarvi brevemente e dirci quando avete iniziato la vostra militanza?
Io sono Roberto Cogrossi e sono stato delegato della Lagostina e vicesegretario della CGIL del Verbano-Cusio-Ossola (VCO) fino al 1986. Poi dal 1986 al 1996 ho fatto parte della FIOM, sempre in VCO. Sono entrato in FIOM quando si ricominciarono a fare le scelte confederali: una storia questa che varrebbe la pena di trattare perché se parli con la gente e chiedi il perché di quelle scelte il 90% non lo sa. Io al riguardo ho la mia opinione: bisognava fare fuori “i soviet” in Italia, perché i Consigli di Fabbrica non erano altro che questo. E per farli fuori bisognava tornare a che la CISL contasse per la CISL, la FIOM CGIL contasse per la CGIL, la UIL per la UIL, ecc.

Io, invece, sono Franco Tettamanti. Ho fatto il delegato della Lagostina in FIOM e in seguito ho fatto il delegato per i tessili, i cartai, i chimici, i postelegrafonici, il commercio. Alla fine sono tornato alla FIOM e sono stato circa sei mesi nella segreteria della Camera del Lavoro. Adesso che sono in pensione, sto nel sindacato pensionati.

Io sono Giovanni Rondinelli e ho fatto il delegato sindacale nel “soviet”, come dice Roberto, della Girmi, una delle prime aziende italiane produttrici di piccoli elettrodomestici. Nel 1975 sono stato chiamato per conto della FIOM nella Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) a fare il funzionario a Omegna. Un’esperienza molto bella, durata due anni. Penso che quella sia stata la fase in cui i lavoratori sono riusciti ad ottenere i maggiori risultati lottando in maniera unitaria: l’unità rendeva gli operai più forti. Successivamente sono stato segretario provinciale della FIOM di Avellino, un’altra esperienza molto positiva durata tre anni, e al termine di questo periodo sono rientrato a Novara. Qui, dal 1980 al 1985, sono stato nella segreteria della FIOM e poi sono rientrato in fabbrica. Dopo 10 anni di esperienza sindacale sono rientrato alla Girmi, ho fatto ancora un po’ il militante e poi ho scelto di diventare dirigente in azienda.

Il dramma vero è che in questa zona, parliamo della Girmi ma il discorso vale anche per la Bialetti, c’è stata una miopia politica drammatica rispetto alla salvaguardia delle industrie. Gli imprenditori non hanno avuto la capacità di fare il salto di qualità e di fatto hanno abbandonato, svenduto le aziende a multinazionali e a gruppi che poi o le hanno chiuse o si sono portate via il marchio. In quella fase il limite è stato in parte anche del sindacato che si è concentrato solo sulla difesa dell’operaio senza guardare a cosa vuol dire nel complesso tutelare i posti di lavoro.

Anche la politica non ha fatto molto per difendere le aziende perché le caffettiere, ad esempio, si fanno ancora, non è un prodotto che è scomparso dal mercato.

L’ultimo tentativo, ma ormai era tardi, l’ha fatto non tanto il sindacato, ma una parte del sindacato e alcuni partiti, con l’assenza però della politica nel suo insieme e, quindi, abbiamo perso un sacco di industrie che erano nate qui e che erano di riferimento a livello nazionale. L’Alessi è rimasta, la Lagostina è rimasta, ma in maniera marginale all’interno di un gruppo multinazionale; la Bialetti e la Girmi invece non ci sono più.

AllaLagostina erano molti gli iscritti al sindacato? Qual era il sindacato maggioritario?
R. Cogrossi.Alla Lagostina il 60% degli impiegati era iscritto al sindacato. E quando si era iscritti al sindacato, questo inizialmente voleva dire che si stava nella FLM. Poi, in seguito, quando la FLM si dissolse, la maggioranza entrò nella FIOM.

G. Rondinelli.Io, a differenza sua, che era alla Lagostina – la fabbrica più sindacalizzata, più politicizzata – entrai alla Girmi. Allora ero bollato come comunista e mi ricordo sempre che il reclutatore, che era un fascista, si rifiutava di assumermi e solo grazie all’intervento del sindaco, Pasquale Maulini(1), fui preso nella fabbrica. La Girmi aveva il più basso numero di iscritti al sindacato e si scioperava poco o niente. Era un’azienda in espansione dove quasi tutti erano amici del padrone, perché assumevano gli amici degli amici. La fortuna fu che, avendo bisogno di manodopera, presero anche me. Fra l’altro, scoprii dopo due anni che, finito il periodo di prova, la direzione mi voleva lasciare a casa e a questo si oppose il mio capo magazziniere, che era di sinistra.

Sindacalizzare l’azienda è stata dura, ma la cosa fu facilitata dall’ingresso di un sacco di giovani. Ho assistito a scene incredibili: i giovani venivano all’assemblea e i genitori, incazzati, venivano in sala a riprenderseli. All’inizio accadeva anche questo! I giovani sono stati fondamentali per la lotta, e diciamo che, nel giro di un paio d’anni, non ci siamo portati al livello della Lagostina, però il 70-80 %, dei lavoratori erano iscritti al sindacato, quasi tutti alla FIOM. Si costituì pure il circolo della FGCI interno alla fabbrica. Quasi tutti i delegati erano iscritti alla FGCI. Facevamo anche un volantino periodico.

Per quanto avessimo un po’ di autonomia, il legame col Partito c’era, c’era il rapporto con la politica. E i Consigli di Fabbrica, in quella fase, hanno avuto un ruolo importante anche nella politica, perché comunque tutti noi eravamo, in un modo o nell’altro, militanti del PCI.

Come nascono i Consigli di Fabbrica?
F. Tettamanti. In Lagostina, dove io ho fatto parte del Consiglio di Fabbrica, nel 1984-1985 lavoravano 690 persone e il padrone a un certo punto ci ha detto: “Abbiamo un esubero di 180 unità e dobbiamo licenziare”. Allora c’era, si diceva, la Corea come alternativa per la produzione delle pentole a pressione in Italia. La scelta che facemmo come CdF fu quella di dire: “No, non licenziamo i 180 lavoratori, non li mettiamo in Cassa integrazione, ma riduciamo l’orario di lavoro”. Quindi, si passò dalle otto ore quotidiane alle sei ore, con l’introduzione dei contratti di solidarietà, recuperando circa il 50% del salario perso. Questa esperienza andò avanti per due anni .

Altri Consigli di Fabbrica cercarono di fare lo stesso, e tra questi quello dell’Italtel a Milano, di cui era amministratrice delegata Marisa Bellisario. Secondo me, anche con un po’ di coraggio e andando contro quelle che erano le indicazioni di Confindustria, la proprietà fece la scelta di dire: “Va beh, proviamo a ridurre l’orario”.

Va detto che la scelta della riduzione dell’orario fu in qualche modo obbligata perché alla Lagostina c’era un movimento sindacale molto forte, c’era un partito comunista molto organizzato e quindi l’azienda in parte la subì e in parte l’accettò.

Altri Consigli di Fabbrica fecero questo tentativo, ma senza ottenere risultati a lungo termine; dove ci furono le esperienze più durature – mi riferisco ancora all’Italtel – fu perché intervenne lo Stato a finanziare l’operazione.

Noi andammo avanti per due anni, poi, proprio perché la nostra era un’esperienza unica, non replicata altrove, non portò a quello che era nella nostra testa e in quella del sindacato: arrivare a una riduzione di orario generalizzata, attraverso una contrattazione aziendale che recuperasse gradualmente la riduzione dei salari.

Quella della Lagostina è stata, secondo me, un’esperienza unica in Italia. Tanto è vero che in fabbrica vennero anche i pezzi da novanta del sindacato per vedere cosa stavamo combinando: ricordo che vennero anche Del Turco e Trentin.

Che ruolo avevano i CdF in fabbrica e fuori? Partecipavano alle lotte del territorio?
R. Cogrossi. Ci sono delle cose che sono avvenute nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, che costituiscono dei capisaldi per l’impostazione politica della società. Nei luoghi di lavoro sono state fatte un po’ di sperimentazioni. Io sono uno di quelli che per tantissimi anni non ha creduto alla questione ambientale, l’ho sempre considerata marginale. Oggi, a 65 anni, mi rendo conto di aver sbagliato. E anche il buon Carletto, Carlo Marx, non aveva considerato il fatto che questo pianeta probabilmente potrebbe finire non per effetto del capitalismo, del fascismo o del nazismo, ma perché lo abbiamo devastato dal punto di vista ambientale. È un problema enorme, che varrebbe la pena di approfondire.

Negli anni Settanta noi abbiamo lottato nei CdF per chiedere, ad esempio, agli imprenditori di tirare fuori i soldi per gli asili nido in modo da prolungare l’orario di apertura. Sulla salute abbiamo fatto delle grandissime lotte, sia in fabbrica che sul territorio, lavorando con le USL. Insieme alle strutture sanitarie di base, facevamo un sacco di iniziative per l’ambiente. Oltre a tutelare gli interessi dei lavoratori, negli anni Settanta, il sindacato interveniva anche sul sociale, sullo sviluppo economico, ecc.

G. Rondinelli. Io per un po’ di anni, dal 1970 al 1981, ho lavorato alla Cobianchi, un’industria siderurgica. Ricordo che dopo i quindici giorni di prova mi hanno detto: “Tu hai la faccia di uno che può fare il delegato…” e io, che avevo appena finito il militare, non sapevo neppure cosa fosse un delegato. Poi, però, me lo hanno spiegato e col passare del tempo sono arrivato ad avere un ruolo di primo piano nel CdF, nel “soviet”, come dice Roberto.

L’esperienza che ho avuto là è stata una buona esperienza. All’interno della fabbrica inizialmente non c’era divisione, non c’erano steccati tra delegati CGIL, CISL, UIL. Dopo invece sì ed è stata una storia dura da digerire.

Noi qualche lotta l’abbiamo fatta, ma non è stato sufficiente perché infortuni e malattie professionali, alla Cobianchi, erano all’ordine del giorno. Abbiamo fatto fare degli investimenti per l’abbattimento dei fumi, perché quando la fabbrica era in funzione era tutto un fumo. L’abbattimento fu un buon risultato, non solo per noi ma per tutta la popolazione del territorio. A quei tempi lottavi, perché gli operai ti seguivano, ottenevi qualche risultato, oggi non so. Oggi, mi spiegano alcune ragazze che conosco, in certe fabbriche si lavora come gli schiavi, più o meno siamo a quel livello.

Tu che mansione avevi in fabbrica?
G. Rondinelli. Io ho girato tre posti. Per i primi sei mesi andavo alla stazione ferroviaria a prendere i vagoni con dentro i rottami da colare, ho fatto quel lavoro lì. Poi sono andato dove colavano il metallo e, successivamente, sono finito al laminatoio. Ho girato un po’ dappertutto. Comunque l’unico reparto appena appena più decente, più moderno, era il laminatoio.

Sembra una stupidaggine, ma certi lavori, se non buttavi giù un bicchiere di vino non riuscivi a farli… e poi ci chiamano ubriaconi… Se avevi quindici, sedici anni non vedevi il pericolo, ma se cominciavi ad avere oltre i vent’anni…

F. Tettamanti. Io ho lavorato per due o tre anni a San Maurizio, facevo il meccanico. Era una fabbrichetta di 8-10 persone, ma lì non siamo mai riusciti a fare nulla, nonostante le condizioni di lavoro fossero molto, ma molto peggiori di altre.

Lavoravo in questa fabbrichetta, c’era la trancia… a un certo punto il dito di un’operaia rimane dentro al meccanismo. Gridava e allora io che ero l’unico meccanico arrivo per cercare di tirarla fuori. L’unico sistema per farlo era far girare indietro la vite della trancia… solo che era a fine corsa e la manovra non era più possibile. A quel punto mi son detto: “E adesso che cazzo faccio?”. L’operaia aveva su il guanto e io non vedevo com’era il dito. “Come faccio a tirarla fuori questa qua?”. L’unica cosa che riuscivo a pensare in quel momento era: “Il padrone se ne è scappato via per la paura”. C’era il motore, la corrente era a 380 e, per chi non lo sa, a 380 se tu inverti i fili, il motore gira al contrario, teoricamente… Allora, con in mano il cacciavite e questa qua che gridava, cercai di svitare i fili, di invertirli. E quando l’ho fatto mi son detto: “Cazzo, l’avrò fatto giusto o sbagliato? E quella gridava… le davano la coramina per tenere su il cuore, perché era una persona anche anziana, oltretutto. A un certo punto le faccio: “Signora, adesso la tiro fuori”. Ho messo il piede sul pedale, e ho pensato: “Se gira all’indietro la tiro fuori, se no le tiro via il braccio”. Non c’erano alternative! In quel caso non hai alternative… Ho chiuso gli occhi, ho girato la chiave e ho schiacciato il pedale. Per culo avevo girato le cose giuste, anche se poi il dito glielo hanno tranciato lo stesso quando l’hanno portata all’ospedale, perché oramai era già andato. Posso garantirvi che, finito tutto, mi son seduto e l’ho bevuto io il grappino. Sono cose che succedono molte volte nei luoghi di lavoro…

G. Rondinelli. Sì come Luana a Prato, che è stata tirata dentro nella macchina(2). È successo anche a un mio collega: lavoravamo insieme, lui è caduto… È ancora vivo, però gli manca un pezzo di piede e di gamba.

R. Cogrossi. Nel 1976 tra le persone che lavoravano sulle trance, in tutte le fabbriche di Omegna, non ce n’era una che non avesse perso un dito. Le lotte che sono state fatte nelle aziende medio-grandi per lavorare in sicurezza riuscivano a tirarsi dietro anche le piccole fabbriche, anche loro hanno portato a casa dei risultati.

Le lotte dei lavoratori, per quel che ricavo dalla mia esperienza, hanno prodotto sul territorio grandissimi cambiamenti. Il fatto che la Cassa integrazione venisse anticipata nelle piccole aziende, talvolta anche nell’artigianato, avveniva perché nelle grosse aziende i padroni erano già stati obbligati a farlo.

E tu Roberto come sei diventato delegato del CdF?
R. Cogrossi. Io sono stato il primo impiegato che ha fatto sciopero alla Lagostina. Sono entrato in Lagostina nell’aprile del 1963, ero un ragazzo di 17 anni, e a giugno c’è stato il problema della Cobianchi in seguito al quale si dichiarò sciopero. In ufficio con me non c’era nessuno, sono uscito anch’io e ho fatto lo sciopero. Arrivato a casa con la mia biciclettina mio padre mi fa, parlando in dialetto: “Tu sei impiegato e non hai da fare sciopero”.

Mi hai chiesto perché sono diventato delegato… la frase di mio padre, probabilmente, mi ha dato una spinta. Io da allora ho partecipato a tutti gli scioperi, per moltissimo tempo unico impiegato tra gli operai.

Tra i delegati, c’erano anche “gli scemi del villaggio”. Dobbiamo sapere anche queste cose perché fanno parte della nostra storia. C’erano dei reparti, dove magari se avevi idee di trasformazione non ti volevano, e dato che allora si votava su scheda bianca, senza che fosse necessario essere iscritto al sindacato, votavano “lo scemo del villaggio”. Magari mi hanno fatto delegato perché pensavano che, tra gli operai, fossi io lo scemo del villaggio. Poi però questo scemo, in qualche maniera, si è portato dietro altri impiegati e siamo riusciti a fare, in Lagostina, quello che abbiamo fatto sui contratti di solidarietà di cui raccontava Tettamanti.

Perché? Questa zona penso che abbia influito molto sulla nascita dei CdF. Il fatto di essere nati in un luogo simbolo della Resistenza, dove esisteva un grosso nucleo partigiano, di cui faceva parte Pasquale Maulini, ha trasmesso nei giovani una convinzione: stare insieme, essere organizzati, è fondamentale.

Nel CdF non c’era una persona che fosse seconda all’altra. Avevamo la sensazione di contare tutti. Questo era importante. Ognuno rappresentava il suo reparto, veniva nel CdF ed esigeva che il suo reparto contasse.

In quella fase ciascuno di noi ci metteva del suo e la collocazione politica era quella che contava.

In Lagostina nel 1972 -1973, quando sono nati i CdF (io sono uscito dalla Lagostina nel 1976), Marchionni era segretario della FIM. Lui veniva dalla CISL, rappresentava il sindacato, ma era comunque secondo: prima veniva il CdF e poi Marchionni. Non so se vi ho raccontato di Montefibre. Chiunque entrava in Montefibre era sempre secondo: prima c’era il CdF della Montefibre e poi c’era chi veniva a parlare in fabbrica. Quando il segretario nazionale dei chimici, non mi ricordo più chi era, venne alla Montefibre per tenere l’assemblea, fu presentato così: “E adesso c’è qui un nazionale, se volete lasciarlo parlare …”. Non riuscì a parlare. Io, invece, andai e mi fecero intervenire davanti a 1.000 persone… non sapevo neanche come muovermi, perché non è facile parlare davanti a 1.000 persone. Questo per dire che mentre io sono riuscito a parlare, quello là, il Segretario Nazionale, non ci riuscì. Questo per dire quanto contasse il CdF.

Chi veniva dal sindacato e seguiva la fabbrica aveva la responsabilità di seguire quella fabbrica, perché la responsabilità più grossa è chiaro che ce l’aveva il sindacato, non ce l’aveva il CdF, però il CdF era quello che esercitava il potere in fabbrica. E chi faceva parte del CdF, dal mio punto di vista, si sentiva molto presente all’interno della fabbrica.

Questa era una cosa che faceva molta paura e con il beneplacito di molti venne, come si può dire, fatta fuori. Non so se mi sono spiegato…

F. Tettamanti.Io alla Girmi sono entrato per la prima volta il 22 novembre del 1963. Ricordo perfettamente la data perché era il giorno in cui hanno sparato a John Kennedy, a Dallas. Il proprietario della Girmi aveva bisogno di costruire la nuova fabbrica, andò da mio padre che era un bravo elettricista e gli disse: “Vieni a farmi l’impianto elettrico e poi diventerai il capo degli elettricisti”. Io andai ad aiutare mio padre a tirare i fili, ero un bambino di otto anni. Il custode, che stava in una casetta attaccata alla fabbrica, venne dentro a dire: “Hanno sparato a Kennedy”.

Di fatto, ho costruito un pezzo di quella fabbrica, ma disgraziatamente sono pure quello che l’ha chiusa. Ho messo io la firma finale per la chiusura della Girmi. E sono di quelli che ha contribuito a chiudere l’FLM. Sono stato uno dei primi a dire che secondo me l’FLM non aveva più senso in quel momento. Perché la CISL allora aveva fatto delle scelte… la discussione sarebbe lunga.

Quello che però volevo dire è che i CdF hanno significato tanto e, secondo me, oggi non c’è più niente del genere, non c’è più classe dirigente. Molti dirigenti venivano fuori dal CdF, la maggior parte erano comunisti, come me. A noi delegati dei CdF ci portavano a fare formazione, non tutti ma una parte sì e ai più vispi facevano fare anche i corsi sindacali, e allora crescevi. Oggi il livello politico è ai minimi termini.

G. Rondinelli. Allora avevamo la mensa, eravamo l’unica fabbrica ad averla e abbiamo lottato per essa. Ma abbiamo fatto anche altro. Nel laminatoio, ad esempio, una volta dovevi prendere il ferro che usciva velocemente, bisognava prenderlo con le tenaglie e se sbagliavi… poi con le lotte il sistema è stato automatizzato.

Avete subito attacchi repressivi?
R. Cogrossi.Nel Cusio non ci sono stati episodi gravi di repressione. Voglio dire di repressione evidente, importante. Ma talvolta anche la repressione che trae spunto da fatti insignificanti è emblematica. Ti porto l’esempio del processo a Maulini per la luce alla tenda, una cosa di una piccolezza senza fine. Non c’era ancora il CdF. Il Comune aveva fornito la corrente elettrica a una lampadina della tenda allestita in piazza in solidarietà con la Vistarini, una delle prime lotte di Omegna. Il sindaco, che fece attaccare alla luce del Comune la lampadina per la tenda, fu denunciato per peculato. Non so dirti come andò a finire, ma di cose così ce ne sono state diverse.

Io ho 32 denunce e una condanna, ma non è questa la questione. Per Montefibre, di denunce ne ho accumulate 16-17 e per una di queste sono stato condannato a 4 mesi e 6 giorni; poi c’è stato Pertini, che fece l’amnistia, e me le cancellarono tutte.

A Verbania ci fu una grandissima repressione, perché lì c’era un movimento grandissimo, rispetto a Montefibre. Molte iniziative erano legate a occupazioni di solidarietà. C’era la Cobianchi a rischio chiusura ed è chiaro che qualche comportamento fuori della norma si verificasse… come quando hanno saldato la locomotiva. Ci sono delle cose che sai di dover fare. Se fai un blocco, sai che puoi essere denunciato…

Come si è arrivati all’esaurimento dell’esperienza dei CdF? Cosa lo ha determinato?
R. Cogrossi.Una cosa che non è stata compresa, sto parlando della società, anche della società che in qualche maniera ci ha aiutato a crescere, è che non si poteva agire nelle fabbriche senza una reale democrazia. Questa democrazia, che i CdF cominciavano a determinare come potere, metteva in discussione la democrazia esterna, e noi in qualche maniera, parlo della mia esperienza di delegato della Lagostina, ne eravamo consapevoli. Tenevamo iniziative molto partecipate pro o contro il Comune dove dicevamo “il Comune ha fatto bene a fare questo” oppure “il Comune ha fatto male a fare questo”; eravamo partecipi di quanto accadeva all’esterno, mettevano in discussione il tipo di democrazia rappresentativa che c’era all’esterno. Noi in qualche maniera in Lagostina cominciavamo a discutere di questa cosa, ma poi commisero un grande errore. Sono convinto, anche se non ho la certezza, che il fatto di cominciare a essere utilizzati, noi delegati, all’esterno delle fabbriche fu un grosso errore. La maggioranza dei gruppi dirigenti presenti nelle fabbriche in quel periodo vennero utilizzati al di fuori di esse. Nelle amministrazioni comunali, ecc. Questo distrusse il nucleo di coloro che in qualche maniera avevano costruito i CdF. Hanno fatto fuori i CdF prima attraverso scelte confederali ben precise e poi attraverso l’utilizzo di moltissimi di noi al di fuori delle aziende. Questo ha contribuito a indebolire le rappresentanze della democrazia aziendale.

Faccio un esempio. Dalla Lagostina hanno tirato fuori me e altri, nel giro di un anno e mezzo; c’è chi è andato a fare il consigliere comunale o a ricoprire altre cariche. Su trenta delegati che eravamo, almeno 13 o 14 furono mandati fuori delle fabbriche. Questa roba qui svuotò completamente il potere dei CdF.

Chiediti perché oggi si lotta solo in difesa. I CdF lottavano in attacco, oggi noi lottiamo solo in difesa ed è chiaro che quando lotti in difesa sei destinato a perdere.

F. Tettamanti.Secondo me c’è un motivo per cui i CdF si sono esauriti, sono anni che lo dico e ne sono convinto: a un certo punto abbiamo smesso di seminare perché eravamo convinti di essere dalla parte del giusto e che questo era sufficiente per vincere. Il problema è che noi per un certo periodo, visto che stiamo analizzando gli anni Settanta, abbiamo avuto la convinzione che il mondo giusto era quello che avevamo in testa noi, che volevamo noi. A un certo punto, però, abbiamo smesso di spiegare a quelli che entravano in fabbrica cosa dovevano fare nei luoghi di lavoro. Parlo di me e di altri. Io sul mio posto di lavoro per anni ho fatto le Feste dell’Unità la sera, era pesante; a un certo punto ho smesso di convincere quello che lavorava davanti a me del fatto che era giusto venire a montare la Festa dell’Unità, avevo quasi vergogna a chiedergli di fare questa cosa. Mi ricordo che, quando andavamo a fare gli incontri in Provincia per alcune aziende, il buon Montani – il leghista di turno – finita la trattativa, andava dal nostro delegato a chiedergli: “Domani c’è la festa della Lega, perché non vieni a fare …”. Noi questo abbiamo smesso di farlo. Ed era solamente la parte finale della cosa. Abbiamo smesso di seminare. Dovremmo ricominciare, sapendo che i frutti non li raccoglieremo noi, ma i nostri figli e i figli dei nostri figli.

Però parliamo di un periodo che non c’è più. Allora ad Omegna c’erano 10.000 metalmeccanici, oggi non ce ne sono neppure 1.000. Voglio dire che dove i lavoratori erano concentrati, era più facile. Inoltre, oggi chi ha i maggiori disagi sono i lavoratori marginali, gli autotrasportatori, i giovani, ma il sindacato non ha capito che la situazione è cambiata, che è cambiata la gente da tutelare.

Pensate che oggi ci sia bisogno di nuovi Consigli di Fabbrica nei posti de lavoro? Cosa suggerireste agli operai che vogliono organizzarsi?
R. Cogrossi.Ricostruire delle organizzazioni in tutti i luoghi di lavoro è fondamentale; costruirle deve essere un obiettivo da perseguire consci che nessuno ci regala niente. Ma ci deve essere la disponibilità a spendersi personalmente…

Io pur essendo uno che ha sempre battuto i tacchi rispetto a quello che decideva l’organizzazione a cui aderivo, mi sono sempre sentito una persona molto libera. Perché quelle decisioni erano comunque decisioni di cui mi sentivo parte. Una volta durante una votazione sono stato messo in minoranza, ero uno contro tutti, e c’è stato chi mi ha detto: “Io so che porterai avanti questa decisione”. È una delle cose che mi hanno fatto più piacere nella vita! “Sei stato battuto, ma so che porterai avanti con coerenza la decisione presa”. L’avrei portata avanti da uomo libero, nessuno mi obbligava! Da libero! E questo è importante: la libertà non è scegliere il canale che vuoi, come alla televisione dove puoi scegliere tra 37 canali. Se la libertà è quella…

F. Tettamanti.C’è un bellissimo libro di Loris Campetti intitolato Ma come fanno gli operai. È un giornalista, non so se scrive ancora adesso, ma ha fatto quello che fate voi ora: ha girato l’Italia, una decina di anni fa, è stato in molti luoghi di lavoro, nelle fabbriche principali e ha intervistato gli operai, ha ascoltato delegati dei Consigli di Fabbrica, dirigenti sindacali e altri. È un libro veramente bello, vale la pena di capire cos’è successo in Italia in quegli anni e il suo è un punto di vista un po’ diverso.

R. Cogrossi.Noi allora eravamo tutti ignoranti, io avevo la terza media o meglio la terza industriale, perché le medie a quei tempi non c’erano ed è quando sono entrato in fabbrica che è nata in me la volontà di leggere, di conoscere.

Oggi, se guardo in giro, vedo che sei libero di scegliere tante cose, ma il sapere secondo me è una roba diversa. Qualche volta mi sono detto: “Roberto, sei uno scemo, un incapace, le prime 117 pagine de Il Capitale le hai lette almeno 27 volte” e poi “La mia ignoranza è così grande, che non mi permette di andare oltre le 117 pagine”. Ma ho anche pensato che la mia ignoranza è dovuta a un fatto: qualcuno mi ha impedito di andare a scuola, perché io a 14 anni ho cominciato a lavorare in fabbrica. A casa mia, se non c’era la paga di 1.300 lire al mese, si faceva la fame. E allora a 14 anni e 3 mesi sono andato a lavorare in regola. In verità, ho lavorato già da prima, ma a 14 anni ero in regola.

La mia è un po’ la storia di tutti.

Mia mamma ha fatto la guerra con mio papà perché entrambi sapevano che io non ero uno stupido, che mi piaceva leggere, ma le condizioni per continuare a studiare erano due: andare in Russia o in seminario. Mia mamma disse soltanto: “No!”. E allora sono andato a lavorare. Discorso chiuso.

Il fatto di non aver studiato mi pesa non poco. Per cui se potete studiare, fatelo! Ma applicatevi perché la conoscenza aiuta.

G. Rondinelli. Rispetto all’organizzazione, chiedevi di cosa c’è bisogno. Io penso che le organizzazioni che oggi ci sono, sia sindacali che politiche, non sono più in grado di rappresentare il mondo del lavoro nel suo insieme. Non sono più adeguate, dovrebbero ammettere le contraddizioni e le difficoltà nel trovare le soluzioni più appropriate. Adesso il problema vero è questo: i sindacati, così come sono, non rappresentano quasi più nessuno. Rappresentano forse noi pensionati, che siamo infatti più della metà degli iscritti ai sindacati confederali.

A livello politico poi è una tragedia, perché la sinistra, che dovrebbe teoricamente rappresentare chi lavora, dio cielo, oggi è veramente un dramma. Quindi, c’è la necessità, di capire come si strutturano le organizzazioni rispetto al mondo che è cambiato, rispetto ai bisogni della gente.

F. Tettamanti.Alla tua domanda sul che fare, io penso abbia già risposto, a suo tempo, Lenin. Al di là di questo, oggi credo che si debba fare una cosa semplice: il sindacato, visto che è di questo parliamo, deve smetterla di dare la “sua” soluzione ai problemi. Chiarisco: molte volte quando c’è una vertenza come organizzazione sindacale si indica la soluzione al problema che di volta in volta si presenta, dando per scontato che quella sia l’unica soluzione possibile.

Oggi la soluzione non è quasi mai ragionata con chi la situazione di crisi la vive, con i lavoratori.

Mi spiego. Con la vertenza dell’Alessi, l’ultima che abbiamo vissuto, hanno tagliato ottanta posti di lavoro senza colpo ferire: non ci sono stati scioperi, manifestazioni o altro. La vertenza della Bialetti si è conclusa con la chiusura della fabbrica, nonostante le manifestazioni, mentre la Lagostina è stata venduta nonostante gli scioperi. A prima vista si potrebbe pensare: all’Alessi tutto sommato è andata meglio che alla Lagostina e alla Bialetti, si è proposto un percorso e si è arrivati alla fine a mandare via “solo” ottanta persone, in modo per così dire “indolore”. Ma secondo me si commette un errore di fondo: quei lavoratori non hanno vissuto la loro vertenza, non sono stati artefici del loro destino, ma hanno subito le scelte che le organizzazioni sindacali e l’azienda avevano già preso e approvato. Questo non contribuisce a trasmettere agli operai l’idea del lavoro come valore, l’idea che sei tu, lavoratore, che contribuisci alla soluzione del problema.

Se da una parte dico che va bene fare una legge contro i licenziamenti, d’altra ritengo del tutto sbagliato portare i lavoratori a pensare che questa sia l’unica possibilità, che i licenziamenti si possono evitare solo trattando nelle stanze dei bottoni, perché in questo modo come sindacato non costruisci nulla, non contribuisci a ridare valore al lavoro, a portare i lavoratori ad essere partecipi del loro futuro. Posso anche sbagliarmi, ma penso che sia questo il problema.

NOTE

1. Pasquale Maulini (1925-1991), operaio al laminatoio della Cobianchi (la ferriera di Omegna), partigiano nelle Brigate Garibaldi e protagonista nell’immediato dopoguerra della costruzione dei Convitti Scuola della Rinascita (attivi tra il 1945 e i primi anni Cinquanta in una decina di città del Nord Italia, erano scuole per giovani dai 15 ai 28 anni nate per permettere l’accesso o la ripresa degli studi a giovani il cui percorso formativo o di apprendimento di un mestiere era stato interrotto dalla partecipazione alla lotta partigiana o da vicende comunque collegate alla guerra quali prigionia e deportazione; accoglievano, inoltre, gli orfani di partigiani. I Convitti miravano ad essere il modello ispiratore di una profonda riforma della scuola italiana); a 35 anni diventa insegnante elementare, è stato sindaco di Omegna dal 1951 al 1964 e poi dal 1970 al 1975, deputato del PCI dal 1963 al 1972, a lungo capogruppo del PCI in Consiglio provinciale a Novara.

2. Luana D’Orazio, operaia in una ditta tessile a Montemurlo (Prato) morta il 3 maggio 2021 a 22 anni, risucchiata dall’orditoio da cui, per farlo andare più veloce, erano stati rimossi i dispositivi per la sicurezza.

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