Ti chiedo innanzitutto di presentarti e di raccontarci quando hai cominciato a lavorare in fabbrica.
Mi chiamo Giuseppe De Pasquale e sono originario della Sicilia dove ho vissuto fino a vent’anni e ho cominciato a fare sindacato nella Federazione Lavoratori Agro Industria (FLAI). Come tanti ragazzi di allora, dopo il servizio militare ho preso la via del Nord. Inizialmente volevo andare oltre confine, poi ho saputo da mio cugino che in FIAT assumevano e quindi ho fatto la domanda e dopo qualche mese, alla fine del 1968, mi hanno chiamato per passare la visita a Torino.

Andai, ma non stavo bene. A quel tempo le visite erano serie, l’otorino si accorse che avevo un ascesso in gola e mi mandò via. Mi disse, però, che mi avrebbe scritto una lettera per una nuova visita e così fece.

Entrai a lavorare il 21 febbraio 1969, nel reparto Meccanica. Andai a finire in una squadra di privilegiati, al Collaudo. L’assunzione per me fu una cosa positiva, ma al contempo anche un trauma. Entrare in una fabbrica di 60 mila dipendenti, che poi sono diventati 70 mila, per me fu un trauma.

Quando arrivai ci convocarono tutti nella palazzina centrale – quella mattina eravamo, penso, tra i 300 e i 400 – e ci fecero salire su dei pullman per portarci nei diversi reparti. La prima tappa fu alla Carrozzeria: un tizio chiamava i nomi e gli operai scendevano. Un’altra fermata fu alle Presse e l’ultima, la mia, alla Meccanica. Arrivò un caporeparto che chiese chi conosceva il disegno meccanico, io alzai la mano e finii così al Collaudo. Allora si diceva fosse una squadra di raccomandati, ma io ci capitai per caso.

    Il Sessantotto a Torino non te lo posso raccontare perché non c’ero. Io sono arrivato nel febbraio 1969, ma non c’era ancora fermento. Le lotte sono iniziate verso maggio-giugno; arrivavano notizie di scioperi in Carrozzeria, ma alcuni reparti erano distanti chilometri e non è che ci si poteva spostare così facilmente. Io entravo alla porta n. 20 in corso Settembrini, che era la porta riservata a un paio di officine, neanche a tutta la Meccanica. Lo stabilimento era enorme.

    C’era, però, “radio scarpa”, un passaparola attraverso cui giravano le notizie e così abbiamo saputo che in Carrozzeria c’era stato uno sciopero e che il reparto si era fermato. Un reparto cominciò ad avanzare rivendicazioni sulla salute, contro le nocività, il rumore e il carico di lavoro, ma quelli erano i miei primi mesi in fabbrica e io me ne stavo “tranquillo”. Gli scioperi maggiori iniziarono dopo le ferie di agosto. Quando si arrivava ai cancelli c’erano i capannelli e chiaramente la gente, ad esempio chi aspettava il pullman, si fermava.

    Ancora non si parlava di Consigli di Fabbrica, allora c’erano i delegati di officina. Il CdF venne dopo, si eleggeva uno che rappresentava la squadra e lo si mandava al CdF. Le comunicazioni venivano fatte in mensa con un megafono, in piedi su un tavolino. C’erano più mense e ogni officina aveva la sua. A dire il vero, quando sono arrivato io la mensa ancora non c’era; ci portavamo i baracchini (contenitori di metallo dove si metteva il cibo – ndr) e li mettevamo a scaldare in una specie di vasche riempite di acqua calda. La mensa vera è arrivata dopo, nel 1980.

    Avevamo un delegato di squadra e poi c’era il Consiglio dell’officina. Eravamo una trentina e tutti i delegati creavano un Consiglio, quello che poi, a Firenze, diventerà il CdF. C’erano il Consiglio della Meccanica, delle Presse, della Carrozzeria, ecc. A Torino c’era la riunione del Consiglio di Fabbrica “generale” che si riuniva nel palazzetto dello sport, dove arrivavamo ad essere anche in mille.

    Ci si ritrovava in modo irregolare e, se si trattava di un periodo di lotta, ci si riuniva più spesso. Per facilitare i lavori era stato costituito l’esecutivo del CdF. A Firenze le riunioni erano più facili perché eravamo una trentina; a Torino, invece, il CdF si riuniva 2-3 volte l’anno, mentre il Consiglio interno si riuniva più spesso.

      Allora i collegamenti con le altre aziende li teneva il sindacato, anche se a volte andavamo anche noi, ad esempio a Rivalta e al Lingotto. Ci invitavano a partecipare al CdF delle altre aziende e allora una nostra delegazione andava, ma i rapporti li teneva il sindacato.

      Io ero un operaio fuori sede e quindi non avevo molto tempo per partecipare alle altre lotte. Il mio tempo era in gran parte occupato dal CdF perché allora le riunioni venivano fatte fuori dall’orario di lavoro e duravano ore.

      A Torino non avevo rapporti con il PCI, dal momento che ero già iscritto al Partito di Unità Proletaria (PdUP), ma tra gli operai erano tanti quelli in contatto con il PCI.

      Io ero iscritto alla FIOM, venivo da un’esperienza sindacale fatta in Sicilia ed ero stato al Centro studi della CGIL; avevo fatto per qualche anno attività sindacale con i braccianti.

      I rapporti con loro erano buoni e si lavorava per l’unità sindacale, che si realizzò con la Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM).

      Io avevo comunque molte riserve, c’erano divergenze sulle forme di lotta. Un tempo si facevano, ad esempio, due ore di sciopero differenziate nelle diverse officine, poi iniziammo a fare gli scioperi di reparto e così si bloccava praticamente tutta la fabbrica.

      Tu sei stato per anni in Cassa integrazione dopo la famigerata “marcia dei quarantamila”(1), puoi parlarci di quella lotta, di come è finita e del bilancio che tiri?
      Nel 1969 fummo costretti a 220 ore di sciopero che, però, produssero dei risultati importanti: 20.000 lire di aumento salariale, circa il 20% dello stipendio, uguale per tutte le categorie; 40 ore di lavoro settimanali contro le 48 precedenti; il pagamento dei primi tre giorni di malattia. Fu un contratto che portò molti miglioramenti, che in parte andarono persi proprio nel 1980.

      Nel 1980 io mi trovavo a Firenze – ci stavo dal 1976 – ed ero uno di quei 24 mila che erano stati messi in Cassa integrazione a causa dei trenta giorni di lotta che avevano portato alla marcia dei 40 mila e che spaventarono tutti.

      Mi ricordo che la mattina che ci fu l’accordo dovevo andare a Grosseto per una riunione intercategoriale. Partimmo alle 4:00, io e un compagno. A Grosseto ci dissero che si era giunti ad un accordo con la FIAT e questo, chiaramente, voleva dire che ci si era calati le braghe… mi misi quasi a piangere.

      Non cominciarono a licenziare subito: i 20 mila esuberi annunciati diventarono 24 mila cassaintegrati. Per me la Cassa integrazione durò 5 anni, mentre altri rientrarono al lavoro prima. A Firenze dovevamo essere in 2 mila in fabbrica, ma alla fine diversi si licenziarono – tanti furono indotti a farlo – e rimanemmo in circa 800-1.000 operai. Lo stabilimento di Firenze fu ridimensionato come tutta la FIAT e, per come la penso io, quello fu il momento in cui Confindustria e il padronato riuscirono a imporsi sulla classe operaia: da allora non ci sono più state grandi lotte.

        La fine dei CdF è avvenuta proprio dopo questo periodo, man mano le funzioni del CdF sono diminuite a causa degli accordi sindacali nazionali.

        A un certo punto c’era timore di manifestare e, ovviamente, quando non riesci a mobilitare, gli accordi li fai al ribasso, quando riesci. Prima degli anni Ottanta andavamo su negli uffici in corteo e buttavamo fuori gli impiegati, ma dopo gli anni Ottanta i cortei interni non li abbiamo più fatti: erano cambiati i rapporti di forza. A Firenze qualcosa si continuava a fare, l’organizzazione era rimasta intatta; non si facevano i cortei, ma le assemblee e gli scioperi quelli sì, anche se non come prima.

        Io sono rientrato nel 1985 e nel 1986 ci fu un altro un passo indietro con l’abolizione della scala mobile.

        Forse prima ci eravamo illusi… era troppo bello quello che era successo nei primi anni Settanta a Torino, ci sembrava di essere vicini a un cambiamento sociale, ma è mancato qualcosa, non so dirti neppure io cosa.

        I tuoi colleghi della Gkn ci dicono spesso che hanno imparato da voi “vecchi” e oggi, con la lotta che conducono, sono loro a fare scuola ai lavoratori, agli studenti, ai precari e disoccupati, agli ambientalisti, alle masse popolari in generale. Rispetto a questo, c’è qualcosa che vorresti dire?
        Questi operai oggi sono delle mosche bianche. Mentre tutti gli altri si fermano ai cancelli della propria fabbrica e non riescono a coinvolgere il territorio, loro al contrario ci sono riusciti. Ma non in modo tale da cambiare davvero i rapporti di forza. Hanno ottenuto delle vittorie, ma non possono reggere con la concorrenza: ci sono paesi dove la forza lavoro costa molto poco, vedi l’India e la Cina, a causa della globalizzazione. La globalizzazione ha prodotto sì dei progressi, ma a scapito di noi operai. Io farei la rivoluzione se fosse possibile, ma non ce la lasciano fare.

        NOTE

        1. Vedasi l’articolo A 41 anni dalla marcia dei 40mila: insegnamenti e indicazioni per l’oggi

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