Alessandro, puoi presentarti? Quando hai iniziato a lavorare e dove?
Sono Alessandro Perrone, ho 57 anni e dal 1989 al 2012 sono stato operaio alla Eaton di Monfalcone, fabbrica che produceva valvole per i motori a scoppio. Dal 1996 al 2006 sono stato coordinatore del Consiglio di Fabbrica che poi è diventato RSU. A quel tempo eravamo 480 dipendenti, la maggior parte dei quali iscritti alla FIOM. Quando ho capito che ero l’unico del tempo pieno a non voler ruotare nei turni ho deciso, nel 2012, di uscire dalla fabbrica e cercare altre soluzioni di vita. Ho fatto anche il cuoco.

Poi nel 2015 sono entrato all’Ansaldo di Monfalcone, azienda storica collegata alla Fincantieri: un tempo era parte della Fincantieri e produceva motori elettrici. È stata una bella esperienza però lì non ho fatto il delegato pur restando vicino all’attività sindacale.

Ho fatto sempre una vita da militante perché già da ragazzo, a quattordici anni, sono entrato nella FGCI. Sono stato segretario provinciale nel circolo di Monfalcone, sono entrato nel PCI e poi sono stato anche consigliere comunale e assessore con varie nomine (in ultimo ai lavori pubblici). Vengo da una famiglia antifascista e comunista, quindi, per me questo percorso è stato naturale.

Mi sono staccato dalla FIOM a seguito dei continui cedimenti sulla linea sindacale: ho deciso di uscirne e di entrare in USB.

Parliamo del CdF della Eaton: com’era organizzato? Quanti eravate?
Eravamo organizzati per reparto, alle elezioni non c’erano liste come avviene ora per le RSU. La democrazia era reale: i lavoratori esprimevano la loro preferenza e il lavoratore più votato era eletto rappresentante del reparto.

Quindi i delegati erano operai attivi e conosciuti?
Erano quelli che avevano avuto un ruolo di avanguardia nelle lotte degli anni Settanta: erano già anziani ma ancora attivi, molti venivano dall’esperienza della FLM, avevano una capacità dialettica, era gente abituata a confrontarsi, a parlare in pubblico, a ragionare. E nella nostra situazione hanno fatto scuola. Noi non abbiamo inventato nulla. Ragionando, parlando fra di noi abbiamo capito che una delle cose più importanti era avere in mano l’organizzazione del lavoro e allora abbiamo cominciato a gestire le vertenze sulla base di come pensavamo si dovesse lavorare. Mettevamo in discussione l’organizzazione del lavoro dell’azienda e dicevamo che produrre in quel modo era sbagliato. Eravamo una sorta di gruppo di tutela nella struttura aziendale. Le questioni su cui ci focalizzavamo erano se il lavoro funzionava, se la produzione funzionava, la produzione in linea, ecc. Dovevamo capire, anche meglio dell’azienda, come funzionava la produzione. Così abbiamo cominciato a raccogliere molto consenso.

Abbiamo cercato di creare delle aree di specializzazione in modo che gli operai prima bloccati per tutta la vita al 4° livello, potessero passare al 5° livello e avere una retribuzione più elevata. Così tanti operai hanno visto migliorare la loro situazione economica.

Negli anni Novanta abbiamo dovuto accettare il salario per obiettivi, però anche lì abbiamo messo mille “paletti” sui quali andavamo a contrattare con l’azienda. Contrastammo il concetto che i disguidi nella produzione fossero determinati soltanto dai lavoratori, perché in realtà c’erano problemi di approvvigionamento e di organizzazione.

Abbiamo cominciato a ragionare su cosa volesse dire soggettività operaia arrivando a capire che significava non rinchiudersi nella nostra azienda, ma portare la nostra forza nella società, nel territorio. Così abbiamo fatto solidarietà con la fabbrica autogestita della Zanon in Argentina, organizzando una mostra sulla loro attività in sala mensa. Allora c’erano giunte comunali di centro-sinistra che non ci contrastavano perché nessuno andava a cercare rogne con gente come noi, che aveva una grande capacità di mobilitazione. Riempivamo le assemblee sul territorio e se decidevamo di uscire dall’azienda veniva fuori tutta la fabbrica, 480 lavoratori, in maggioranza operai. Un dirigente della FIM venne da noi un giorno, fece il suo intervento e quando vide che le mani si alzavano per intervenire disse che sembrava di essere tornati al Sessantotto.

Ciò avveniva perché gli operai erano abituati al confronto. Certo emergevano anche critiche e voleva dire anche reggerle perché l’operaio non te le manda mica a dire, però noi discutevamo. “Ricordiamoci che abbiamo un nemico” si diceva e arrivavamo a sintesi. La consultazione dei lavoratori era prassi e il delegato faceva il delegato tutti i giorni, non una volta al mese. Doveva sentire anche il gruppo che era vicino a lui, consultarlo sulle varie cose, su tutto quello che poteva succedere, anche sui piccoli screzi. Noi avevamo alcuni capi che erano stati abituati a fare i prepotenti e furono stroncati subito: da noi i capi chiedevano, non ordinavano mai.

Quindi avevate una certa autorevolezza…
Certo, avevano capito anche loro che le cose con noi funzionavano meglio anche per la produzione: se avevamo l’obiettivo di arrivare a 3 milioni di valvole andavamo anche oltre. Ciò era dovuto al fatto che avevamo un buon livello di professionalità e puntavamo molto sulla formazione; l’azienda faceva costantemente corsi di formazione, di aggiornamento.

A proposito dell’uscire dalla fabbrica, a livello nazionale con chi avevate stabilito relazioni? Esisteva un coordinamento?
C’era il coordinamento dei lavoratori della Eaton che, però, non ha mai funzionato molto bene. Funzionava soprattutto con Rivarolo Canavese (TO), perché là c’era la casa madre della Eaton, e poi con il gruppo di Massa, che era molto attivo. Nella “riorganizzazione”, però, hanno chiuso lo stabilimento massese. Con loro avevamo un feeling speciale, si sentivano molto vicini a noi.

L’azienda non riconosceva il coordinamento e in Piemonte non erano così forti da imporlo. A Bosconero (TO) l’azienda aveva cercato di assumere persone di sua fiducia, così come era successo anche a Monfalcone. All’inizio a fare le selezioni per le assunzioni c’erano dei carabinieri, oppure il prete della parrocchia, ma per motivi storici hanno dovuto far entrare anche i comunisti, altrimenti le cose non avrebbero funzionato. Negli anni Settanta, all’inizio della Eaton, si è subito costituito il Consiglio di Fabbrica perché c’erano operai che venivano da esperienze di lotta degli anni d’oro. Questa era una caratteristica del nostro territorio, un lascito della Resistenza antifascista che aveva avuto qui i suoi perseguitati politici, come in Toscana e in Emilia. C’erano due quotidiani socialisti, eravamo sempre pronti alla solidarietà, si era proprio creata un’unità ideologica. Ricordo con piacere un episodio. Un gruppo di nostri operai avevano trovato lavoro in un’azienda di San Giorgio (TO) che produce vetro e qui avevano subito costituito i delegati sindacali senza rompere con quelli della CGIL. In una manifestazione il loro coordinatore si complimentò con me dicendo: “A quelli della Eaton non serve spiegare niente, sanno già tutto”. Non erano operai che da noi avevano ricoperto il ruolo di delegati, ma nonostante questo si erano abituati al ragionamento sindacale.

Le riunioni di fabbrica avevano un ruolo importante nell’impostazione e conduzione delle mobilitazioni…
Quando nel 2005 aprimmo una vertenza per il pre-contratto, durata parecchi mesi e per cui vennero fatte 105 ore di scioperi di una o due ore per volta (talvolta anche divise in mezze ore), facevamo assemblee continue per verificare di avere il mandato e per chiedere agli operai chi avrebbe scioperato e chi avrebbe collaborato all’organizzazione degli scioperi. La gente doveva sapere come funzionava lo sciopero “a gatto selvaggio”. Tenevamo Consigli di Fabbrica praticamente aperti: il Consiglio di Fabbrica era diventato un’assemblea permanente.

Quando abbiamo capito che l’azienda cercava di fregarci abbiamo aperto una sottoscrizione straordinaria, abbiamo raccolto in un giorno mille euro e comprato una pagina del giornale locale di Gorizia per parlare della nostra vertenza. Questa cosa prese in contropiede la proprietà. Nella vertenza abbiamo usato tutto quello che potevamo usare a livello aziendale, ma la cosa non si sbloccava, quindi, abbiamo pensato di fare “lo sciopero provinciale con dimostrazione davanti all’azienda”, dato che avevamo ancora con noi la massa entusiasta dei lavoratori. Qualcuno propose “l’occupazione”,ognuno diceva la sua, soprattutto gli esterni, i sindacalisti del territorio. Dopo le ferie collettive non era facile rimettere in moto la mobilitazione, la gente se ne tornava a casa e io proposi una ritirata strategica; proposi di fermare la lotta per stare a guardare cosa succedeva, mantenendo sempre aperta la vertenza. La Eaton stessa venne da noi perché i motori erano passati da otto a sedici valvole, si erano aperti nuovi mercati e le richieste erano in aumento. Proponemmo, allora, la chiusura della vertenza con l’accettazione delle nostre richieste: solo dopo avremmo potuto discutere della produzione.

Poi andammo alle elezioni delle RSU. Io mi ero candidato alla provincia e tutti temevano che sarebbe stata una sconfitta clamorosa e invece ottenemmo il 90% dei consensi. A quel tempo l’azienda aveva cominciato a investire nell’Est dell’Europa per poi decidere di delocalizzare. Lì a mio avviso ci fu un errore di impostazione strategica da parte delle segreterie provinciali FIOM. I lavoratori avevano organizzato un blocco fuori dai cancelli – all’epoca io mi ero già licenziato – e la segreteria li abbandonò facendo richiesta di una nuova Cassa integrazione (il governo era disponibile a prolungarla fino a 6 mesi). Ma la risposta della Eaton fu negativa e a quel punto gli operai si ritrovarono con l’azienda chiusa. Nei mesi successivi le segreterie sindacali hanno indetto poche manifestazioni, ma anche quando andavamo in pochi a protestare sotto il Comune eravamo, comunque, sempre 40-50. È stata un’operazione di progressiva smobilitazione, una “morte lenta”.

Con la nuova sindaca, eletta nel 2016, fu siglato nel 2018 un accordo, un “patto per il lavoro”. La sindaca disse che sarebbero stati attivati 400 nuovi posti di lavoro, ma in realtà non se ne vide mezzo e tutti gli operai finirono al Centro per l’Impiego o in quelle agenzie private, abbandonati a se stessi. L’altro giorno hanno rifirmato un altro patto, senza nemmeno fare un bilancio del precedente, con una sindaca che praticamente è a fine mandato: è un accordo più utile alla sindaca per essere rieletta che agli operai. Qualcuno in FIOM dice: “Siccome abbiamo la base operaia, soprattutto quella dei cantieri, che è localista e della Lega, non andiamo al conflitto ideologico”. Certo un sindacato non svolge il ruolo di un partito, ma visto che non è successo niente nei sei anni seguiti al patto precedente allora perché si firma un nuovo patto?

Poi c’è da dire che la Fincantieri ha pure scaricato tutti i problemi sul territorio. Monfalcone, una cittadina del Nord, compete con le zone più depresse dell’Italia per la questione abitativa; siamo la città più anziana del Nord-Est e quella col più basso reddito pro capite di tutta la Regione. Ci sarà un motivo per questi dati, indicano che c’è un problema sociale aperto, che c’è un problema serio che riguarda la casa, i servizi, il salario.

Com’erano i rapporti col sindacato?
Noi eravamo comunque dentro la struttura sindacale, però sempre con la nostra autonomia, anche perché la faccia poi ce la mettevamo noi nei reparti. Mi ricordo perfettamente le assemblee sulla scala mobile in cui i dirigenti sindacali davano a quella la responsabilità dell’aumento dell’inflazione e dicevano che dovevamo tenere presente che eravamo in Europa… Noi, però, abbiamo votato contro la sua abrogazione. Ma non abbiamo avuto la forza di costruire una mobilitazione: c’era molta omologazione, c’erano molte fabbriche che dicevano Sì e solo noi che dicevamo No e rischiavamo di esser tagliati fuori.

Attorno a noi la situazione degenerava. Non c’era anno che non succedesse qualcosa. Rispetto all’accordo interconfederale del 1992 e a quello successivo del 1993 noi votammo contro, ma eravamo una mosca bianca. Mi ricordo che al corteo di uno sciopero per il contratto ci costrinsero a posizionarci in coda e quando arrivammo a fine percorso ci lasciarono fuori dalla piazza… proprio a noi che eravamo i più combattivi! Siamo stati costretti a fargli capire chi eravamo e che volevamo entrare.

Alle discussioni sui documenti nazionali i dirigenti sindacali facevano ordini del giorno appellandosi all’unità sindacale, impedendo poi di fatto la discussione delle mozioni: ti mettevano davanti ‘sta roba dell’unità… Alcuni di noi, che erano cremaschiani della prima ora, erano già informati, ma altri no e venivamo presi in contropiede. Siamo stati un po’ ingenui.

Tu sei stato nellaFGCI e poi nelPCI e in fabbrica sei entrato in relazione con i vecchi delegati: che ruolo ha avuto la tua militanza politica nello stabilire relazioni con i colleghi di lavoro?
Ha avuto sicuramente un peso. Quando sono entrato in Eaton mi hanno fatto fare il giro dei reparti. Salutavo tutti e mi dicevano “Ma tu hai già lavorato qua” e io “No, ma conosco già tutta la fabbrica”. C’erano un sacco di compagni lì dentro. Si sentiva la presenza del Partito alla Eaton perché c’era una cellula del PCI. Il PCI qui aveva almeno la metà delle tessere delle fabbriche, fino a metà degli anni Ottanta. Poi le cose sono mutate. Quando c’è stato lo scioglimento del PCI, c’era un gruppo che ha aderito al PRC, ma la combattività, la volontà di trasformazione che c’era prima non erano più le stesse: non potevamo più pretendere a Monfalcone di cambiare le cose. Parlo di tutto quel gruppo che insieme a me aveva fatto politica e poi aveva detto “rimaniamo in mezzo al guado”

Io ho fatto un periodo senza tessera e successivamente sono stato assessore con il PdCI. Dopodiché le cose sono andate come sono andate. Ho risposto all’appello Comunisti Uniti 2.0. Ho sostenuto la posizione di Comunisti Sinistra Popolare. Quando Rizzo ha deciso di costituire il PC al primo giro ho detto di no, perché non c’era alcun riferimento a Gramsci. Ho aderito invece al secondo congresso: mi piaceva molto la proposta del Fronte Unitario dei Lavoratori, mi ero ripromesso anche di sostenerlo, poi la cosa non è andata avanti perché hanno deciso di appoggiare quel blocco di sindacalisti che erano usciti da USB e avevano fondato SGB. Quando è nato Potere al Popolo (PaP) ho aderito con tutti gli altri. All’inizio eravamo tutti insieme, però è finita male dal punto di vista elettorale. Ora non seguo più, non riusciamo più a reggere sul territorio. Insomma, ho vissuto la diaspora comunista come tanti.

Una domanda riguardo alla tua esperienza nel CdF: come avete fatto fronte alla repressione, aziendale e poliziesca?
Ogni volta che c’era tensione o che poteva succedere qualcosa noi eravamo sempre a protestare: facevamo scioperi di solidarietà e quindi le manovre repressive non passavano e non era necessario neppure fare dei comunicati. Durante i turni si facevano assemblee per informare tutti, perché la lotta contro la repressione era molto sentita. Il modello dell’azienda era quello autoritario e quando è arrivata la logica del just in time l’abbiamo stroncata, noi come quelli che sono rimasti dopo di me. Poi, quando hanno chiuso la fabbrica, quelli che si erano maggiormente esposti nel corso degli anni hanno avuto difficoltà a trovare lavoro.

Siete mai stati oggetto di intimidazioni?
Quando c’è stata la prima riforma Berlusconi delle pensioni ci siamo autoconvocati in assemblea e abbiamo promosso una manifestazione in città senza neanche chiedere l’autorizzazione. Io mi sono beccato una denuncia, ovviamente, ma poi sono stato assolto perché è emersa che la decisione di uscire dall’azienda per manifestare era stata collettiva. In quell’occasione un tizio che, spazientito, ha cercato di forzare il corteo con l’auto è stato calmato dalla polizia e lo stesso è successo in occasione del blocco di un incrocio stradale con un automobilista che provocava gli operai. Come detto, per questa manifestazione non autorizzata mi è arrivata una denuncia in qualità di organizzatore. Ma la linea difensiva è stata che il sindacalista non può essere accusato di essere un organizzatore, perché il suo ruolo consiste proprio nell’organizzare e controllare i lavoratori. C’è stata una grande solidarietà quella volta. Il sindacato mi ha assistito con l’avvocato per l’unica udienza che c’è stata, mentre il resto l’abbiamo gestito da soli.

Perché con un CdF che aveva questa forza la fabbrica è poi stata chiusa?
Sono state fatte le delocalizzazioni e noi eravamo indigesti per la Eaton, soprattutto per le mobilitazioni organizzate nel 2005. Poi c’è stato un grave incidente in Polonia, per cui hanno bloccato l’operazione per poi decidere comunque di delocalizzare. In quell’occasione abbiamo sentito molto la mancanza del Partito, ormai scomparso, come guida politica. Avremmo potuto bloccare la fabbrica, ma nel frattempo il sindacato ci aveva lasciati soli.

Durante i mesi dello sciopero facemmo sedici assemblee, continuando a discutere la posizione, a chiedere il mandato, perché le prime cose che fece la Eaton dopo aver mandato via i vecchi furono l’inserimento dei contratti di formazione e l’inasprimento della repressione interna. La FIM cavalcava la tigre addossando a noi la colpa e noi non sapevamo cosa fare. Ci ho ripensato tante volte. Potevamo riaprire la vertenza, erano tutte cose che si potevano ripensare, ma in mezzo al casino mi è mancata la chiarezza di idee. A Gorizia, quell’anno si teneva il festival del cinema a cui partecipava anche Ken Loach: io proposi di provare a incontrarlo,ma eravamo sfiduciati e non si fece.Avremmo potuto fare almeno uno striscione, provare a fare un’iniziativa di lotta, e lui sarebbe venuto! Purtroppo in alcuni momenti siamo stati deboli. Ci sembrava già tanto che la gente sostenesse gli scioperi e venisse al Consiglio di Fabbrica per discutere.

L’azienda ha imposto la presenza degli operai in fabbrica nonostante non si producesse nulla: due mesi a fare i turni al lavoro, ma senza toccare le macchine… per non farsi male, così dicevano. Sembrava che non dovessero dar seguito ai progetti di delocalizzazione. Gli operai entravano e stavano a guardare il soffitto. Hanno cominciato a vivere male quell’esperienza (era successo già a Pomigliano). Fu un’operazione psicologica: andavi a lavorare, ma non lavoravi.

Li hanno messi in salamoia e, quando poi hanno deciso di chiudere, gli operai erano sfiniti e demoralizzati. La Cassa integrazione non l’hanno mai data. Quando ci fu la campagna elettorale, nel 2018, la sindaca portò Salvini, che fece un comizione. C’erano i compagni che battevano le mani. “Siamo contro le delocalizzazioni e la quota 100”, diceva. Parole d’ordine che toccavano la sensibilità delle masse popolari. Noi, allora, invitammo Cremaschi, ma il segretario della CGIL mi chiamò e mi disse: “Cremaschi non deve venire”. “Ma come – dissi io – può venire Salvini e non Cremaschi?

Un’ultima cosa. Tu sei stato anche amministratore pubblico, che puoi dirci di questa esperienza?
Sono statoassessore alle politiche giovanili, allo sport, e, in ultimo, ai lavori pubblici. Bella esperienza, però dopo la Eaton ho maturato una visione molto più conflittuale. Fino a un certo punto mi sono mantenuto entro i limiti della visione “più istituzionale”, molto berlingueriana; poi ho maturato altre visioni. All’inizio del 2000 se mi chiedevi cosa ne pensavo dell’Europa ti dicevo che per me era una cosa positiva; poi ho capito qual era il nemico vero, ho cominciato a maturare un’idea più conflittuale rispetto all’Europa e alle vertenze che bisognava fare. Capivamo che questa città era in fase “di ristrutturazione”. Una volta il Partito organizzava tutto (dall’inizio alla fine) e così anche il Comune.

Poi c’è stata l’esperienza divisiva della sindaca e abbiamo visto che tutto si era decomposto, che non c’era più niente di quel tessuto lì e abbiamo capito che avevamo fatto un errore a puntare tutto sul percorso istituzionale, senza pensare all’organizzazione della società.

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