Dopo le elezioni

Serve un bilancio, ma un bilancio serio

Chi ha letto i comunicati di bilancio delle elezioni prodotti dai gruppi dirigenti dei partiti e delle liste anti sistema ha notato, inevitabilmente, che sono più numerosi i punti che li accomunano, anziché quelli che li distinguono.

Questa è, in positivo, un’ulteriore dimostrazione che oggettivamente il loro ruolo politico è simile: nonostante mille tentativi di differenziarsi e mettersi in concorrenza gli uni con altri, condividono l’appartenenza al campo dell’opposizione alle Larghe Intese, hanno gli stessi problemi e la strada per farvi fronte è, al netto di certe particolarità, comune.

Ma, in negativo, ciò dimostra pure che non vogliono o non sanno andare a fondo nell’individuazione dei limiti che hanno caratterizzato la loro campagna elettorale, quelli che hanno ostacolato la valorizzazione dell’unica cosa che attribuiva loro un ruolo positivo: l’appartenenza al campo dell’opposizione alle Larghe Intese.

Chi ha letto i comunicati di PCI, PRC, PaP, ISP (e anche Italexit, benché a Paragone sia andata di traverso la batosta elettorale e ora rincorre a destra Fratelli d’Italia e la Lega) ha necessariamente notato che tutti si concentrano sulla combinazione di quattro aspetti:

– il sistema non è democratico e ciò ha penalizzato le loro liste;

– le loro liste non hanno avuto la visibilità mediatica concessa ai partiti delle Larghe Intese;

– hanno avuto poco tempo a disposizione per raccogliere le firme e fare campagna elettorale;

– l’alta astensione li ha penalizzati.

Chiunque capisce che l’elenco delle NORMALI condizioni imposte dal sistema politico della classe dominante a una qualunque lista minore, figuriamoci se di opposizione, non coincide affatto con l’elaborazione di un bilancio serio!

Non solo. In tutti i comunicati emerge anche la convinzione che la loro lista era l’unica vera lista alternativa e antagonista alle Larghe Intese presente alle elezioni.

Ecco, se le elezioni del 25 settembre non sono state occasione e strumento per conquistare posizioni, ma al contrario sono fonte di delusione e sfiducia, è anche perché, a conclusione di una campagna elettorale impostata e condotta male, la ciliegina sulla torta sono documenti di bilancio che attribuiscono la responsabilità degli scarsi risultati alla sorte.

Ma poiché la sorte non esiste, se ne deve concludere che la responsabilità degli scarsi risultati è delle masse popolari che non li hanno seguiti, che non hanno votato, che non capiscono. Una simile conclusione è del tutto sballata!

Bisogna ribaltare i termini della questione: quale prospettiva abbiamo indicato noi? Cosa abbiamo seminato? Cosa pensavamo di raccogliere e cosa abbiamo raccolto effettivamente? Quanto e come aver condotto una campagna elettorale fatta solo, o principalmente, di comizi e comparsate in tv ha influito sui risultati? Quanto ha influito aver alimentato la contrapposizione e la concorrenza con le altre liste anti Larghe Intese?

Sono argomenti elusi, sono temi “chiusi nei cassetti” e la preoccupazione che escano alla luce del sole, che diventino gli argomenti principali del bilancio, è evidenziata anche dal fatto che, a oltre un mese di distanza, nessuna lista, nessuna organizzazione e nessun partito ha organizzato una discussione pubblica, aperta alla base, ai militanti e ai sostenitori.

I risultati delle elezioni del 25 settembre non sono un argomento chiuso, superato “perché il governo è stato fatto”.

La questione politica principale è ancora tutta aperta per la cricca Mattarella/Draghi. Il loro colpo di mano è stato un mezzo flop (vedi l’articolo dedicato su Resistenza n. 10/2022), le elezioni non hanno portato risultati in termini di maggiore governabilità del paese, ma anzi hanno mostrato l’enorme sfiducia verso i partiti borghesi e il sistema politico della classe dominante. Sfiducia che, per la maggior parte, il 25 settembre è stata incanalata nell’astensionismo. Ma le liste anti sistema hanno raccolto – divise e in concorrenza – ben più del 3% necessario a entrare in parlamento, una percentuale che sarebbe cresciuta, anche se non si può dire di quanto, se avessero messo da parte la contrapposizione ponendosi come polo credibile, promotore della lotta e della mobilitazione.

Pertanto, i risultati delle elezioni del 25 settembre non sono affatto un argomento chiuso, in particolare proprio per i dirigenti delle liste anti sistema.

Le liste e i partiti che si confermano indisponibili alla discussione politica – o peggio, la rifuggono nella speranza di convincere qualcuno di “non aver commesso errori” o di “aver fatto tutto il possibile” – sono destinati a essere travolti dagli esiti della disfatta elettorale.

Scissioni, rese dei conti, quadri e militanti che si ritirano a vita privata sono il contenuto concreto che sta dietro alle dichiarazioni altisonanti che promettono “opposizione intransigente”.

Compagni, fare opposizione è giusto e “farla bene” è una condizione essenziale, ma la posta in gioco non è più – da tempo – il gioco delle parti fra governo e opposizioni: la posta in gioco è che i promotori dell’opposizione operaia e popolare si facciano promotori della conquista di un governo di emergenza delle masse popolari organizzate.

Ecco il bilancio delle elezioni di cui c’è bisogno.

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