Autocritica sulla nostra campagna elettorale

Trattiamo alcuni aspetti che hanno influito più o meno direttamente sul mancato raggiungimento degli obiettivi che ci eravamo posti partecipando attivamente alla campagna elettorale, benché non avessimo nostri compagni candidati in alcuna lista.

Il ragionamento che apriamo qua sarà sviluppato e approfondito in tutti gli organi del Partito per trattare i limiti ideologici e le concezioni arretrate che ancora sono presenti nel nostro modo di pensare e quindi di agire.

Facciamo un ragionamento pubblico perché pensiamo possa essere di stimolo per altri compagni, anche esterni al P.CARC. E perché pensiamo sia un modo serio di sviluppare relazioni sane con altri partiti, organismi e aggregati, relazioni basate sul dibattito franco aperto, la critica e l’autocritica.

I punti su cui iniziare a riflettere sono 4: l’influenza dell’elettoralismo e dell’astensionismo di principio nelle nostre file; l’adesione formale alla linea e quindi l’attuazione parziale o timida di essa; la parziale comprensione dell’obiettivo di rendere ingestibile il parlamento come aspetto accessorio alla linea di rendere ingestibile il paese ai vertici della Repubblica Pontificia; i timori nella promozione della lotta politica e la tendenza a discutere di politica solo “con chi è d’accordo” con noi. Sono tutti argomenti impegnativi sui quali, con questo articolo, apriamo una finestra.

1. L’influenza dell’elettoralismo e dell’astensionismo di principio nelle nostre file.

Anche se la Carovana del (nuovo)PCI ha una ricca analisi ed elaborazione riguardo ai limiti del vecchio movimento comunista dei paesi imperialisti, scrollarsi di dosso le tare, il senso comune e il modo di pensare della sinistra borghese è un’opera impegnativa, che richiede tempo e dedizione.

Nel corso della passata campagna elettorale, nel corpo del Partito, a partire dal gruppo dirigente, le oscillazioni fra elettoralismo ed astensionismo di principio si sono manifestate

– come ricerca della lista (o dei candidati, o del programma) più “di rottura” da sostenere e per cui dare indicazione di voto;

– come rifiuto di tutte le liste che, vuoi per il programma, per i candidati, per le posizioni sfumate o per l’elusione di temi importanti, erano cosa ben diversa da “ciò che servirebbe”.

In entrambi i casi il peso dato alle elezioni e più in generale al teatrino della politica borghese è stato sovrastimato.

2. L’adesione formale alla linea e quindi attuazione parziale o timida di essa.

Quando non si sviluppa in seno al Partito un dibattito franco e aperto, ma alcune componenti mantengono riserve (anche solo per parziale comprensione della linea, non necessariamente per mancata adesione), inevitabilmente l’attuazione della linea ne risente. Nel contesto della lotta all’elettoralismo e all’astensionismo, uno dei principali limiti che abbiamo affrontato è stato il concepire la campagna elettorale come “ordinaria”. In verità di ordinario non c’era e non c’è niente: l’Italia è in guerra contro la Federazione Russa al carro della NATO e “la catastrofe incombe”. Non aver afferrato questo aspetto, ha portato alcuni compagni a non comprendere a fondo il contesto in cui abbiamo condotto la campagna elettorale, l’efficacia e il valore della linea che abbiamo promosso.

3. La parziale comprensione dell’obiettivo di rendere ingestibile il parlamento come aspetto accessorio alla linea di rendere ingestibile il paese.

Questo è un errore di dialettica che discende dalla combinazione dei limiti che abbiamo esposto.

Promuovere “una campagna elettorale fatta di azioni di rottura” non ha mai significato cercare di convincere i candidati (o i parlamentari in carica) a fare cose che non sono nella loro comprensione e nella loro natura. Il punto è – è sempre quello – fomentare l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari.

Rendere ingovernabile ANCHE il parlamento attraverso l’azione degli eletti è aspetto accessorio rispetto a rendere ingovernabile il paese alla classe dominante. Significa ragionare in ottica di guerra: portare la spinta della mobilitazione contro la crisi generale e i suoi effetti fin dentro i palazzi del potere. Non ad opera di qualche “buon eletto”, ma per mezzo dell’attivismo delle masse popolari organizzate.

4. I timori nella promozione della lotta politica e la tendenza a discutere di politica solo “con chi è d’accordo” con la nostra linea.

“Come faccio a dire ai compagni con cui lavoro sul territorio che diamo indicazione di voto per un’altra lista?” Questo è stato il limite più grossolano e grave, perché ha spinto alcuni compagni a non usare le indicazioni di voto, ma più in generale la campagna elettorale, come strumento per sviluppare rapporti politici.

Non bisogna MAI avere paura di discutere di politica e dare battaglia. Quando per qualche motivo si predilige la pace senza principi alla lotta ideologica, è un campanello di allarme: stiamo sbagliando qualcosa.

Quando si evitano le contraddizioni si evita di crescere e far crescere gli altri.

Questi limiti hanno inficiato il pieno sviluppo della nostra campagna elettorale, che tuttavia è stata ricca di esperienze e risultati da valorizzare e sviluppare.

Abbiamo di fronte l’occasione di fare il bilancio di questa esperienza e di rafforzarci, ma soprattutto di comprendere più a fondo, entrare nel merito e correggere quelle concezioni che ostacolano la lotta per il Governo di Blocco Popolare.

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