Intervista all’avvocato Mario Marcuz del Foro di Bologna

Qual è l’oggetto del contendere dello scontro politico sulla giustizia?
Lo scontro politico sulla giustizia è uno scontro annoso in Italia perché attiene al rapporto tra i vari poteri dello stato: esecutivo, legislativo e giudiziario. Questa fase referendaria fa parte di questa annosa schermaglia in cui ciascuno di questi poteri cerca di ritagliarsi i propri confini più ampi possibili nella gestione delle cose. I referendum sono stati promossi da differenti sponde politiche, quello che se ne trae ad una prima lettura è lo scollegamento tra i quesiti referendari – e lo scopo che chi ha proposto i referendum si pone – e la massa dei cittadini e dei lavoratori italiani.
Sono quesiti inintelligibili, ci vuole almeno una laurea per poterli capire e ore di lettura per poter coordinare tutti i riferimenti. Quindi, si capisce che quello che viene offerto al cittadino-elettore che si presenta al referendum è un prodotto, per la comprensione dei quesiti, estremamente ridotto rispetto alla complessità dell’articolazione degli stessi. Anche a livello mediatico vengono fatti dei riassunti del riassunto per poter orientare l’opinione pubblica. Trovo i referendum veramente di difficile comprensione per la stragrande maggioranza di cittadini italiani, e questo è il punto critico di tutta questa vicenda. È probabile quindi che l’elettorato non si recherà in massa alla votazione.

Quali sono gli obiettivi politici che i promotori del referendum si propongono? E come si inseriscono nella lotta politica tra i due poli (polo PD e gregari e polo Berlusconi-Lega) che hanno governato il paese negli ultimi trent’anni?
Sono scopi abbastanza eterogenei e anche “incrociati”, perché alcuni referendum sono sostenuti da Berlusconi e dalla Lega, però c’è anche Renzi in mezzo. Sono anche interessi molto personali, per le note vicende che lo riguardano, quindi interessi di bottega più che interessi che hanno a che fare con quelli dei cittadini italiani.
Sono schermaglie di una classe politica che vuole difendere sé stessa: ad esempio la cancellazione della legge Severino riguarda l’interesse di un solo soggetto, che ne è stato maggiormente colpito, ma anche di molti suoi compari di partito e di altri partiti.
Anche il quesito che riguarda il CSM credo che sia di un interesse minimo per i cittadini. È chiaro che tra questi referendum e la situazione pregressa c’è la riforma Cartabia, che in qualche modo già tratta quello che può essere il tema di maggiore interesse per i cittadini, quello della separazione delle carriere.
Anni fa le Commissioni Parlamentari avevano dato un preciso segnale sulla separazione delle carriere – e qui mi riferisco alla Commissione Pisapia che si è occupata del tema -, questione che doveva essere già affrontato dal Parlamento anni fa, ma questo ha declinato di affrontarlo. Quindi, chi ha ritenuto di andare davanti all’elettorato proponendo questo referendum pensa di poter riuscire ad ottenere questo risultato appoggiandosi al popolo. Anche questo che dovrebbe essere un tema importante, soprattutto per gli operatori del diritto, per la maggior parte dei cittadini e lavoratori italiani credo non abbia suscitato un così grande interesse, probabilmente anche per la manipolazione dei media che si occupano di tutt’altro e che hanno dato ben poche informazioni e spiegazioni sull’importanza di perché ci dovrebbe essere una separazione delle carriere.
Allo stesso modo l’altro quesito referendario, sulla reiterazione del reato come uno dei presupposti delle misure cautelari, è chiaro che proporrebbe, come dice qualcuno, un vulnus legislativo in materia e quindi un allarme sociale dal vuoto che rimarrebbe se venisse abolito, ma io penso che di fronte a questo dettaglio della normazione cautelare la cosa importante sarebbe riformare il senso delle misure cautelari, andare alla radice del problema e non fermarsi su un presupposto normativo, che pur esiste e viene largamente applicato, con risultati di carcerazione elevatissima e molto spesso anche di errori od orrori giudiziari.
Credo che questi referendum, per chi si pone in modo critico rispetto alla legislazione esistente, dovrebbero essere il punto di partenza per una riflessione su come riformare dal profondo il sistema, al di là dell’esito o cosa uno pensi di questi referendum.
La sfida radicale è quella di ripensare il sistema penalistico e le sue strutture coercitive, le sue strutture di libertà e di eguaglianza.

Come e quanto questi referendum si inseriscono nello stravolgimento delle norme in materia di giustizia e diritti definite dalla Costituzione del 1948?
Come dicevo prima, questi referendum ci girano intorno, perché le questioni più importanti non vengono affrontate o vengono affrontate di striscio. Ci sarebbero decine di referendum da proporre in tema di giustizia sulle diseguaglianze, sulle condotte repressive dello stato nei confronti dei movimenti politici e dei lavoratori: abbiamo numerosi procedimenti aperti che riguardano ad esempio il picchettaggio dello sciopero come violenza privata nei confronti dei datori di lavoro. Questi sono i temi da affrontare, perché l’implementazione dei diritti costituzionali ha spesso e volentieri come cartina tornasole tutto l’armamentario del codice penale e del codice di procedura penale, che gli va spesso contro.

Puoi illustrare, brevemente, i quesiti referendari con una tua riflessione per ciascuno sui cambiamenti che apportano in caso di approvazione tramite il referendum?
Il primo quesito riguarda il sistema elettorale del CSM, per l’elezione dei membri. Il CSM ha una composizione eterogenea: una parte viene nominata dal presidente della repubblica, una parte dal parlamento e una parte viene eletta dagli stessi giudici. All’interno della normativa si prevede che, per quanto riguarda la candidatura dei magistrati, questi dovrebbero raccogliere 25 firme, presupposto per potersi presentare alle elezioni. L’abolizione di questo numero di firme, prevista dal referendum, potrebbe rappresentare una maggiore democrazia, maggiore possibilità che più persone possano candidarsi. Il problema del CSM, però, è ben altro e far sì che il CSM si spogli delle incrostature partitiche e delle influenze correntizie è un obiettivo che questo referendum non raggiungerà, ci vorrebbe una rivisitazione completa dell’assetto costituzionale.

Per quanto riguarda, invece, l’equa valutazione dei magistrati, forse è il quesito più complesso, perché è molto delicato. I magistrati, se passasse il referendum, dovrebbero essere giudicati da una platea più ampia, che comprenderebbe non solo magistrati ma anche avvocati e professori universitari. Però anche gli avvocati ed i professori universitari hanno un interesse in materia, quindi questo referendum non risolverà il problema: il problema a monte è che la valutazione dei magistrati venga fatta in modo equo, ma se pensiamo che questo referendum, se venisse accolto, modificherebbe la norma in senso equo, in un senso di interesse pubblico, siamo molto lontani.

Il quesito della separazione delle carriere dei magistrati è un tema che affronta anche la riforma Cartabia, prevedendo che il passaggio dalla fase inquirente e requirente alla fase giudicante possa essere fatto una sola volta nei primi anni della carriera, il che limiterebbe molto la promiscuità che c’è di questi tempi. Credo che questo possa essere il referendum di cui l’opinione pubblica possa cogliere maggiormente l’importanza.

Un altro quesito riguarda la questione della tutela cautelare. La ratio delle misure cautelari ci dice già che la carcerazione dovrebbe essere l’estrema ratio, ma di fatto la carcerazione viene molto spesso utilizzata per eliminare la “spazzatura sociale”, come migranti, oppositori politici, quindi l’eliminazione del nemico pubblico.
La reiterazione del reato è un aspetto specifico di questo tema, ma anche questa delle misure cautelari è una normativa che dovrebbe essere affrontata secondo altri criteri, criteri che non rispecchiano l’attuale sentire politico ma che andrebbero contro gli interessi delle forze politiche nell’eliminare il nemico politico e la spazzatura sociale, che non riesce ad integrarsi con la società. L’utilizzo a man bassa di questo istituto è una delle questioni fondamentali, ma che questo referendum non affronta alla radice, rimane su un aspetto settoriale della questione.

L’ultimo invece, prevede l’abolizione del decreto Severino. Qui l’interesse dei politici è ovvio, infatti, chi è stato colpito da condanne definitive, col decreto Severino non riesce a rimettersi in gioco facilmente. Tra tutti i vari referendum è quello che più interessa la classe politica, quella che vuole occupare le poltrone per gestire il potere. Questo tentativo di abolirlo risponde ad una logica di rimettere in gioco soggetti che la legge Severino aveva eliminato dalla scena politica e soprattutto da quella elettorale.

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