La FIAT di Firenze di cui parla questa intervista corrisponde all’attuale GKN, dopo che nel 1994 lo stabilimento è stato venduto alla multinazionale inglese e nel 1996 spostato dal quartiere popolare di Novoli a Campi Bisenzio, dove si trova ora. E Marcello Cipriani è uno degli operai, formatisi alla scuola del Consiglio di Fabbrica della FIAT, che ha poi fatto da maestro alla nuova leva di operai combattivi, quelli che hanno dato vita al Collettivo di Fabbrica della GKN, promotore dal 9 luglio 2021 della lotta contro la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio decisa dal fondo speculativo Melrose (da cui nel 2018 la GKN è stata acquisita) e di una mobilitazione più generale contro le delocalizzazioni e lo smantellamento dell’apparato produttivo del nostro paese.
La vendita alla GKN dello stabilimento fiorentino nel 1994 è stata un tassello del progetto che gli Agnelli-Elkann stanno perseguendo da tempo, e dal 2000 in modo sistematico, di abbandonare la produzione di veicoli in Italia (per trasferirla in altri paesi dove possono sfruttare più liberamente i lavoratori e l’ambiente) e di spostare il centro della loro attività nella speculazione finanziaria mondiale (che ai fini della valorizzazione dei loro capitali è più redditizia e meno impegnativa della produzione di autoveicoli). Le tappe principali di questo progetto sono state:

– la dispersione in vari stabilimenti dell’industria automobilistica prima concentrata a Torino e la dissociazione dei vari stabilimenti uno dall’altro, inquadrandoli in società diverse (Sevel, Iveco, CNHI, Magneti Marelli, Maserati, Ferrari, ecc.), instradandoli in produzioni diverse, inserendo ognuno di essi in un contesto internazionale diverso, legando ognuno a un mercato diverso per poterli liquidare uno a uno, senza dover affrontare la resistenza collettiva degli operai del gruppo,

– la vendita a General Motors del 20% delle quote di Fiat Auto,

– l’operazione Fabbrica Italia (il cui obiettivo era rendere più facile la liquidazione delle fabbriche FIAT ed eliminare i diritti dei lavoratori e i sindacati non asserviti in quelle che restavano aperte) con acquisizione di Chrysler, fondazione di FCA, uscita da Confindustria e dal CCNL dei metalmeccanici e adozione di un contratto separato (denominato Contratto Collettivo Specifico di Lavoro) per gli operai del gruppo,

– la “fusione” con PSA nella società Stellantis.

A corollario ci sono gli stabilimenti chiusi e venduti a gruppi industriali o a fondi finanziari stranieri, il funzionamento a singhiozzo di quelli ancora aperti, il peggioramento delle condizioni di lavoro degli operai (il “regime da caserma”) e lo stillicidio di posti di lavoro.
Il risultato è la progressiva liquidazione dell’industria italiana di autoveicoli e componenti, che colpisce direttamente circa 58.000 operai di Stellantis, Sevel, Iveco, CNHI, Ferrari, Maserati e circa 164.000 operai delle aziende produttrici di componenti per auto. Si tratta di più di 200mila operai che, se organizzati e mobilitati, hanno la forza di impedire lo smantellamento della produzione di autoveicoli e componenti. L’esempio e l’azione diretta del Collettivo di Fabbrica della GKN può fare molto a questo fine. A loro volta il Collettivo di Fabbrica e gli operai della GKN hanno tutto l’interesse a che monti l’organizzazione e la mobilitazione degli operai del gruppo Agnelli-Elkann, per i rapporti di forza che si verrebbero a creare e perché il futuro della GKN è legato a doppio filo al mantenimento della produzione di autoveicoli e componenti del nostro paese. Per impedire la chiusura della GKN bisogna mandare a gambe all’aria il progetto degli Agnelli-Elkann di smantellare la produzione di autoveicoli nel nostro paese!

Marcello, ti chiedo di presentarti e poi parliamo di quando sei entrato in fabbrica, della tua esperienza nel CdF della FIAT di Firenze e di altri aspetti particolari, come i lunghi anni di cassa integrazione di cui ci hai parlato e la marcia dei 40.000, ben diversa da quella “buona” che abbiamo visto a Firenze lo scorso 18 settembre, giusto?
Infatti, c’è stata una bella differenza!
Allora, io sono entrato in fabbrica il 2 novembre del 1972. Entrammo in 600, nel giro di pochissimo tempo e tutti giovani. In 600! A quei tempi si facevano dodici giorni di prova e poi, se non rubavi, diventavi fisso. Mi ricordo che c’erano degli scioperi, ma io in quei dodici giorni non potevo scioperare. Stavo alla macchina, gli operai passavano – durante gli scioperi si facevano i cortei interni (le cosiddette “spazzolate”) – e mi guardavano male. Allora misi il cartello con scritto “sono in prova”, altrimenti mi tiravano i cinquini [le monetine da cinque lire ndr].

Quando sei andato in pensione?
Sono andato in pensione nel 2005, a 54 anni e dopo otto mesi di mobilità. La GKN aveva chiesto 80 licenziamenti, ma alla fine ci accordammo per 40 esuberi tutti agganciati al pensionamento: un ricambio generazionale, diciamo così… Fu una cosa indolore, come dovrebbe essere sempre.

Parlaci della cassa integrazione…
L’azienda mi ha messo in cassa integrazione – allora ci si andava prendendo il 90% dello stipendio – per cinque anni, dal 1980 al 1985. Mi mise in cassa integrazione perché ero un operaio attivo, avevo queste tessere qui in tasca [il compagno mostra diverse tessere della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), l’organizzazione che riuniva tutti i sindacati dei metalmeccanici (Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil), sorta all’inizio degli anni ’70 su spinta delle lotte operaie iniziate con l’Autunno Caldo del 1969 ndr] e stavo dietro al Consiglio di Fabbrica, seguivo gli scioperi, tutte le manifestazioni… È per quello che mi misero in cassa integrazione, fu una cosa politica. Poco tempo prima la FIAT a Torino aveva licenziato 61 operai con l’accusa di essere terroristi [Il 9 ottobre 1979 la FIAT mandò a 61 operai una lettera di licenziamento per comportamento non diligente e non consono alla convivenza civile sul posto di lavoro. Dopo che, a seguito del ricorso, il giudice ne ordinò il reintegro, la FIAT mandò agli stessi operai una seconda lettera di licenziamento, questa volta per contiguità con le Brigate Rosse. Per approfondimenti, vedasi le interviste ad Anna Musini e a Ines Arciuolo sul CdF della FIAT Mirafiori (TO) in “I Consigli di Fabbrica degli anni Settanta La parola ai protagonisti”, Edizioni Rapporti Sociali, dicembre 2020 – ndr]. Fu la prova generale. Dopo infatti partirono con 23.000 – ben 23.000! – licenziamenti. Licenziamenti che in seguito furono trasformati in cassa integrazione, ma alla fine ne licenziarono ancora di più. Vennero licenziati tanti di quegli operai…
Io (insieme a De Pasquale) fui tra gli ultimi a rientrare dalla cassa integrazione. Il primo giorno che rientrai gli operai mi portarono in mensa in spalla… fu proprio un gran bel giorno! È stata una lunga battaglia, con i colleghi che scioperavano dentro e noi che ci ritrovavamo alla Casa della Cultura del Ponte di Mezzo [un circolo ARCI ndr] per organizzarci, anche se poi ci siamo un po’ persi di vista perché cinque anni sono lunghi e tenere i contatti è difficile…
Le provocazioni erano continue. Ci chiamavano all’improvviso in fabbrica a colloquio e ci dicevano che potevamo scordarci di rientrare, che dovevamo sottoscrivere la buonuscita sennò perdevamo anche quei soldi, che i colleghi ci avevano dimenticati. C’era uno, lo chiamarono da Torino, che mi diceva che non sarei più rientrato… non dico il nome perché lavora ancora in FIAT. Comunque ho avuto la soddisfazione di tirargli le uova in via Valfonda, dove c’è la sede degli industriali, a una manifestazione con la GKN (lo vidi alla finestra e paf… che soddisfazione!).
Ci mandavano dietro degli investigatori privati per vedere se mentre eravamo in CIG facevamo altri lavori… Uno l’ho riconosciuto e l’ho portato in giro per tutta Firenze, fino al piazzale Michelangelo e poi l’ho affrontato – era un vecchio sorvegliante della FIAT in pensione, lo conoscevo. Gli ho detto: “Lei viene giù sotto casa alle 7.00, fissiamo alle 9.00 e così usciamo insieme!”. Dopo di che non è più venuto. Un operaio fu trovato a vendere i semi per gli uccellini, un altro… insomma, c’era chi faceva qualche lavoretto per campare. Alla fine però ne hanno licenziati tanti.

Come funzionava il Consiglio di Fabbrica?
Anche se non ero nel Consiglio, mi ricordo che alle h. 14.00, al cambio turno, tutti i delegati della mattina stavano alla porta ad aspettare i delegati che entravano per passare le consegne: “È successo questo, è successo quello”. Ti sentivi protetto. Ne ero veramente fiero. Pensa, una volta un operaio fu licenziato. Il Brunetti, il delegato, disse alla direzione: “Finché non lo riprendete a lavorare, nessuno rientra!”. Per tre turni, tutti gli operai rimasero fuori. Alla fine la FIAT lo chiamò e disse: “Fatelo rientrare!”. Ed era un operaio che non se lo sarebbe nemmeno meritato tanto… Però ti dimostrava la forza del CdF. A volte si vedeva un’intera squadra di operai ferma. La direzione chiedeva ai delegati: “Ma che è successo? Perché non lavorano quelli?”. Alla risposta: “Eh, il caposquadra ha avuto da ridire con un operaio e allora tutti quanti si sono fermati”, la direzione se la prendeva col caposquadra rimproverandolo: “Ma che fai? Qui bisogna lavorare!”. C’era un’unità, una coesione enorme, ti sentivi proprio fiero, forte… non avevi la paura che si ha oggi, ma piuttosto la coscienza di poter contare qualcosa.

Quindi possiamo dire che questo CdF era una sorta di contropotere in fabbrica?
Sì, era una forza, un operaio si sentiva veramente protetto. Io lavoravo contento, sapevo che alle spalle avevo gente che era con me. Per me è stato il momento forse più bello, un momento davvero bellissimo!

E fuori dalla fabbrica, che ruolo aveva il CdF? Per esempio, portava solidarietà ad altri, interveniva nelle lotte antifasciste, contro gli sfratti, il carovita, ecc.?
Sì, faceva tutte queste cose. Noi abbiamo scioperato addirittura per i bancari! Scioperavamo per tutto. Una volta, dopo uno sciopero generale dei metalmeccanici, non mi ricordo quale, cascò il governo… non mi ricordo che governo era [si tratta del governo Andreotti III, che ottenne la fiducia in Parlamento il 30 luglio 1976 grazie all’astensione del PCI di Berlinguer: fu il primo dei “governi di solidarietà nazionale” (1976-1982), sostenuti dal PCI, che ebbero principalmente il compito di liquidare il tentativo di ricostruzione del partito comunista messo in campo dalle Brigate Rosse e di imporre ai lavoratori i primi sacrifici. Nel dicembre del 1977, contro il parere di CGIL, CISL e UIL e del PCI, la FLM organizzò un’enorme manifestazione a Roma che mise in crisi il governo Andreotti III e portò alla sua caduta nel marzo 1978 ndr]. Uno sciopero solo di metalmeccanici… eravamo una forza!
Quando uscivamo dalla fabbrica, andavamo a far la spesa da noi e si pagava tutto meno…

Ah, tipo autoriduzione…
Sì, si comprava la pasta a metà prezzo, si comprava tutto a meno… Erano tutte cose che allora si facevano.

Com’era il rapporto con il sindacato e con il PCI? Dalle interviste che abbiamo fatto ad altri operai è emerso che era conflittuale, perché il CdF a volte aveva una spinta anche più avanzata…
Mah, per come l’ho vissuta io – allora avevo venti, venticinque anni – la CGIL, la CGIL di prima, era espressione del PCI. Era il PCI! Proprio come ora, invece, è espressione del PD.

Secondo te come mai l’esperienza dei CdF si è esaurita?
Perché, via via, il sindacato cominciò ad accettare tutti i vari contratti e accordi al ribasso, e fu l’inizio del declino. Si cominciò con gli interinali, che io già allora contestai. Dissi: “No, questi ragazzi vanno assunti subito!”. Dopo tanto tempo vennero assunti, ma io volevo che venissero assunti subito, non due o tre anni dopo, capito?
E poi di lì, sempre contratti peggiori, sempre a dividere i lavoratori… questo qui non fa parte più dell’azienda, ma fa parte dell’appalto. Non avere più forza sindacale significa che non hai più forza all’interno della fabbrica. Se l’operaio non si sente protetto, comincia ad avere paura e allora chi sciopera? Mentre prima si scioperava praticamente al 100%… e se uno non scioperava e andava a nascondersi in gabinetto, noi quando lo vedevamo andavamo lì e giù secchiate d’acqua, diobono! Si scioperava tutti!

Quindi, secondo te, quell’esperienza si è esaurita man mano che il movimento sindacale e comunista ha cominciato a perdere colpi?
E infatti non ha più quella forza, non ha più quella credibilità, perché ha lasciato tutto in mano al padrone. Ci hanno tolto tutto quello che avevamo conquistato. Noi avevamo conquistato anche il punto unico di scala mobile e le 150 ore… Io ho fatto la quinta elementare e la terza media l’ho presa con le 150 ore, uscivo dalla fabbrica per andare a prendere la terza media. Tutto quello che avevamo conquistato, lo abbiamo perso! Tutto! Come fa un lavoratore a crederci come ci credevo io? Io avrei fatto a cazzotti per il sindacato, per il Partito! Adesso invece…

I tuoi colleghi della GKN – i “ragazzi” – ci dicono che hanno imparato da voi, vecchi operai, come si fa lavoro sindacale. Oggi, di fronte alla lotta di rilevanza nazionale che sono riusciti a mettere in moto, non pensi che tocchi a loro insegnare ad altri, ad altri lavoratori, ma anche agli studenti, ai precari, ai disoccupati accorsi in massa al corteo del 18 settembre? Come li vedi, come formatori di nuove avanguardie di lotta?
Guarda, quando andammo via noi anziani, nessuno di questi ragazzi parlava al microfono all’assemblea. Sicché io dicevo: “Madonna, qui è finito proprio tutto!”. Non parlavano, non intervenivano anche se gli si diceva: “Ragazzi, dite la vostra”. Il Moretti [RSU FIOM ed esponente del Collettivo di Fabrica della GKN ndr] allora aveva la Fiorentina. Poi dopo sono diventati meglio di noi. Non lo dico così, sono meglio di noi. Meglio di me, perché io ero proprio ignorante… invece c’è quel ragazzo, Dario Salvetti [RSU FIOM ed esponente del Collettivo di Fabrica della GKN ndr], bravo, si vede che ha studiato. Sono meglio di noi, lo ammetto, li ammiro per quello che hanno fatto. Non credevo proprio, quando andammo via noi anziani io dicevo: “Qui è finita”. E invece no. Gli faccio sempre i complimenti e li appoggio totalmente. Gli dico sempre: “Ragazzi, state attenti, non bisogna cadere nelle provocazioni, state attenti a queste cose così, io ci sono passato e lo so”. Però, quello che fanno… li ammiro e li appoggio in tutto.

Quindi possono avere un ruolo nel formare altri…
Certo! Anzi, era un po’ nata l’idea di andare nelle scuole e portare le esperienze di fabbrica. Io gli dissi: “Sono disponibile anche a venire a parlare, io parlo degli anni di allora, voi di oggi e insieme facciamo vedere come si lotta”. Ad esempio, è inutile cambiare le parole… altro che imprenditore, il padrone è sempre il padrone! Capito? È inutile chiamarlo in un altro modo! Per me, che sono all’antica, è sempre il padrone e basta. Bisogna insegnare ai giovani a dire no. Non va bene che si licenzi in questo modo, non va bene proprio per niente. Bisogna spiegargli come era prima. Bisogna tornare al fatto che il lavoratore deve avere dignità nel lavoro… altrimenti è uno schiavo, un servo della gleba. Non va bene!

Vuoi aggiungere qualche riflessione?
Quando vedo quei ragazzi, tutti giovani, 40-45 anni, mi piange il cuore. Io ho una figliola di 45 anni anche lei, lavora ai “Gigli [un enorme centro commerciale che è proprio davanti alla GKN ndr]. Anche lì c’è una situazione grigia, cassa integrazione, ecc. Sicché per me sono tutti come figlioli e a vederli in queste condizioni mi piange il cuore.

Però questi operai stanno dando una grande battaglia, che può vincere!
È difficile, la vedo dura. La GKN credo che abbia già messo una croce sopra, quindi bisognerebbe che lo Stato intervenisse, d’accordo con la FIAT dato che l’80% del lavoro che si fa a Campi Bisenzio è per la FIAT per assegnargli ancora commesse e lavorazioni. Io vedo solo questa soluzione. Non ne vedo altre. Che la compri qualcun altro e continui a lavorare mi sembra difficile. Sono stato lì in fabbrica, ci sono i robottini nuovi, i macchinari nuovi… È una vergogna, è una cosa incredibile. Se questo è il capitalismo, meglio la “dittatura” del comunismo!

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