Bergoglio l’11 aprile ha voluto dire che il cristianesimo sulla questione della proprietà privata è più avanti del comunismo. Evidentemente tutto questo insistere sull’argomento significa che il comunismo non è morto, come si cantilena da decenni a questa parte. Il comunismo, anzi, è fiamma che brucia Bergoglio come, per usare un loro antiquato modo di dire, l’acqua santa brucia il diavolo. 

L’ostilità dei gesuiti verso il comunismo non è nuova e si esprime in vari modi: oggi con le esternazioni di sinistra di Bergoglio, nel passato attraverso la benedizione del fascismo, come quella del 1937 di padre Brucculeri, gesuita famoso a suo tempo pubblicata sul numero del 29 luglio de La Civiltà Cattolica, rivista oggi diretta da Antonio Spadaro,.[1]

Come abbiamo più volte ricordato, il potere del Vaticano sullo Stato italiano e sulle masse popolari del nostro paese è indiretto, fondato sulla strategia ideata dal gesuita Bellarmino (Montepulciano, 1542 – Roma, 1621) nel ‘500 e collaudata nei secoli. Consiste nel comandare senza darlo a vedere, mandando avanti altri, che quindi saranno considerati responsabili di ogni insuccesso. Consiste nel fingere che la terra non giri e minacciare di morte e tortura un Galilei che lo sostiene, pur sapendo bene che gira e quindi agire di conseguenza

È una forma di doppiezza, ipocrisia e corruzione che è parte strutturale dell’oppressione sulle masse popolari italiane oggi, e sulle popolazioni che hanno abitato la nostra penisola negli ultimi cinque secoli. È una strategia che non dura in eterno, e infatti oggi è al suo termine tanto che un gesuita è stato costretto a farsi papa, cosa mai accaduta nella storia della Chiesa. Nel corso dei secoli i gesuiti hanno sempre lavorato dietro le quinte, sia rispetto alla corte della Chiesa di Roma sia nelle varie corti dei paesi d’Europa. Sono stati uomini  “di sinistra” come il gesuita olandese che negli anni Sessanta dello scorso secolo denunciava il miserevole stato di oppressione della popolazione in Indonesia, e di destra come un altro gesuita olandese, Joop Beek, che fu consigliere del generale Suharto, responsabile del genocidio di due milioni e più di indonesiani, tra i 1966 e il 1967)..[2] Il genocidio era mirato ad eliminare il movimento comunista indonesiano, e Beek diede il suo contributo, addestrando studenti cristiani per farli capaci di uccidere.[3]

Torniamo a Brucculeri, che nell’articolo del 1937 confronta la Carta del lavoro del regime fascista (secondo lui “ricca di principi etici, sociali e politici, che formavano un suolo consistente per le più audaci costruzioni”) con il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels (“una palude infida, in cui si davano convegno le acque torbide dei più madornali errori di quello che fu detto ‘le stupide XIX siècle’. Dice:

“La Carta del lavoro ha spazzato via dalla nostra palestra economico-sociale i geni malefici, che portano i nomi ben noti: lotta di classe, leggi inflessibili della natura, serrata, sciopero, concorrenza sfrenata, individualismo utilitario, anarchia economica. Un ordine nuovo è ormai sorto, che lascia dietro a sé, e a ben lunga distanza, i programmi ventilati dal socialismo riformista. Anche là dove i profeti della palingenesi collettiva hanno potuto fare e strafare come in Russia, non troviamo nulla di costruttivo che il fascismo non abbia attuato con migliori risultati e senza l’enorme prezzo di costo, che tutti riconoscono nell’esperimento sovietico.

Mentre il sogno comunista si spegne nelle lagrime e nel sangue, il corporativismo italiano, senza pretese di infallibilità ideologiche, ma per via di graduali esperimenti e necessarie rettificazioni, procede sulle vie della rinnovazione sociale, e oggi può gloriarsi delle più vistose conclusioni.”

Anche Gramsci si occupa di cosa dice la Chiesa riguardo alla proprietà privata ed è proprio la prima cosa che fa appena il regime che lo ha incarcerato gli concede carta e penna, nel 1929, a tre anni dall’arresto. Nella Nota 1 del Quaderno 1 legge due libri che aveva con sé in carcere, il Sillabo, raccolta di 80 proposizioni pubblicata da Pio IX nel 1864 contro il socialismo, il comunismo e il liberalismo, e il Codice sociale (schema di una sintesi sociale cattolica) della Unione Internazionale di Studi Sociali, fondata a Malines sotto la presidenza del cardinale Mercier. I principi enunciati sono i seguenti:

1° La proprietà privata, specialmente quella “fondiaria”, è un “diritto naturale”, che non si può violare neanche con forti imposte (da questa affermazione sono derivati i programmi delle tendenze “democratiche cristiane”, per la distribuzione delle terre, con indennità, ai contadini poveri e le loro dottrine finanziarie); 2° I poveri devono contentarsi della loro sorte, poiché le distinzioni di classe e la distribuzione della ricchezza sono disposizioni di dio, e sarebbe empio cercare di eliminarle; 3° L’ elemosina è un dovere cristiano e implica l’esistenza della povertà; 4° La questione sociale è anzitutto morale e religiosa, non economica, e dev’essere risolta con la carità cristiana e con i dettami della moralità e il giudizio della religione.[4]

Un’altra annotazione di Gramsci è nella Nota 15 del Quaderno 8,[5] che cita la Civiltà cattolica del 2 gennaio 1932:

Si insidia e si sovverte lentamente l‘unità religiosa della patria; s‘insegna la ribellione alla Chiesa, rappresentandola quale semplice società umana, che si arrogherebbe diritti che non ha, e di rimbalzo si colpisce anche la società civile, e si preparano gli uomini all‘insofferenza di ogni giogo. Poiché, scosso il giogo di Dio e della Chiesa, quale altro se ne troverà che possa frenare l‘uomo, e costringerlo al dovere duro della vita quotidiana? “

Quanto a Bergoglio, Gramsci lo avrebbe sicuramente considerato “molto furbo”, ma “troppo furbo”.[6] Gramsci ci spiega infatti come l’ostentazione di forza della Chiesa è proporzionale alla sua debolezza reale, contro un fenomeno imponente e cioè “il superamento di massa della concezione religiosa del mondo”.[7] La Chiesa, dice “non è più una forza ideologica mondiale, ma solo una forza subalterna.”[8]

Ciò che Gramsci dice è vero, ma è vero anche che per andare oltre la concezione religiosa del mondo e anche oltre la concezione borghese del mondo va costruita una concezione superiore, e questa è la concezione comunista del mondo. Questo è ciò con cui è alle prese la carovana del (nuovo)Partito comunista italiano, ed è quell’aspetto del “comunismo” che dà fastidio a Bergoglio e soci, per cui si affanna a rincorrerci. Il suo tentativo però è senza speranza. La concezione comunista del mondo è teoria rivoluzionaria, e una teoria è rivoluzionaria “in quanto è un vertice inaccessibile al campo avversario”.[9]

Alla costruzione di questa concezione hanno dato contributo grandi uomini come Marx, Lenin, Mao Tse tung. In Italia abbiamo il contributo di Gramsci, che però è in parte oscurato, sia per la censura che imponeva a sé stesso in carcere sia per l’opera svolta a isterilire il suo pensiero dalla caduta del fascismo a oggi. Non è un caso che i furbi alla Bergoglio sono ancora all’opera, e ancora in Italia ci tocca sentirlo dire che bisogna stare dalla parte dei lavoratori quando i suoi vescovi sostengono il Jobs Act di Renzi, che bisogna contrastare il potere della finanza quando il controllo del Vaticano sul sistema bancario italiano è enorme, che ci vuole la comunione dei beni quando la Chiesa ha proprietà immobiliari superiori a ogni altro ente privato, che bisogna dare spazio alle donne quando ai vertici della Chiesa spazio per le donne non c’è, che bisogna fare entrare in Italia i migranti ma solo fino a che c’è posto, che bisogna aprirsi sulla questione dell’omosessualità e poi subito negare di averlo detto. È ora non solo e non tanto di smascherare le bassezze papali, ma costruire altro, ciò che la Carovana del (nuovo)PCI oggi fa, e cioè elaborare, sperimentare, illustrare il nuovo modo di pensare e i nuovi sentimenti, modo di pensare e di sentire liberatorio, idee che hanno forza, capaci di trasformare il mondo e tutti i sentimenti di contentezza e di fiducia nel futuro che ha chi sa quello che fa e che ha certezza di realizzare ciò che vuole e ciò che è giusto. 


[1] Il personaggio è descritto in La Voce, n. 67, marzo 2021, in http://www.nuovopci.it/voce/voce67/gesuitigovdraghi.htmlLa civiltà cattolica è la rivista più antica d’Italia (fu fondata nel 1850), il che la dice lunga sull’influenza che ha avuto nella cultura del paese. Influenza ne ha tutt’oggi. Tra i giornali che di domenica lasciano spazio ai preti per (quali Il GiornoIl Resto del Carlino, La Nazione) c’è pure Il Fatto Quotidiano che giusto la domenica scorsa ha affidato lo spazio proprio ad Antonio Spadaro

[2] “Dal 1965 circa fino a circa il 1975 è stato un consulente politico molto importante del presidente Indonesiano Suharto, ma è sempre rimasto nell’ombra” (https://en.wikipedia.org/wiki/Joop_Beek). Wikipedia non precisa in questa frase che Suharto è diventato presidente nel 1967, guadagnandosi la posizione con il genocidio dei milioni di indonesiani, azione in cui evidentemente si è avvalso della “consulenza politica molto importante” di Beek.

[3] I metodi di Beek sono illustrati nel testo di biografie (in ordine alfabetico) dei personaggi coinvolti nei servizi di sicurezza indonesiani (Indonesian Intelligence and Security Figures 1945-1989: Biographical notes, in http://nautilus.org/wp-content/uploads/2011/12/Appendix-1.pdf.

[4] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 2001, pag. 6. Gramsci riscrive la nota nel Quaderno 20, tra il 1934 e il 1935. È la Nota 3, in Quaderni del carcere, cit., pag. 2087.

[5] Quaderni del carcere, cit., p. 946.

[6] Riferendosi a come il clero fa propaganda politica, incurante della coerenza tra il dire e il fare, tra l’apparenza e la realtà, dice: “I cattolici sono molto furbi, ma mi pare che in questo caso siano troppo furbi.” (Quaderni del carcere, cit., pag. 57) 

[7] Quaderni del carcere, cit., p. 2086,

[8] Ivi, pag. 2087

[9] Quaderni del carcere, cit, pag. 1434.

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